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  "Annum Sacrum"
Lettera enciclica di
Leone XIII
Sulla Consacrazione dell'Umanità al Sacro Cuore di Gesù
(25 maggio 1899)

(Dal: http://www.totustuus.org/SacroCuore.htm#SacroCuore_top)

Con nostra lettera apostolica abbiamo recentemente promulgato, come ben sapete, l'anno santo, che, secondo la tradizione, dovrà essere tra poco celebrato in quest'alma città di Roma. Oggi, nella speranza e nell'intenzione di rendere più santa questa grande solennità religiosa, proponiamo e racconiandiamo un altro atto veramente solenne. E abbiamo tutte le ragioni, se esso sarà compiuto da tutti con sincerità di cuore e con unanime e spontanea volontà, di attenderci frutti straordinari e duraturi a vantaggio della religione cristiana e di tutto il genere umano.
Più volte, sull'esempio dei nostri predecessori Innocenzo XII, Benedetto XIII, Clemente XIII, Pio VI, Pio VII, Pio IX, ci siamo adoperati di promuovere e di mettere in sempre più viva luce quella eccellentissima forma di religiosa pietà, che è il culto del sacratissimo Cuore di Gesù. Tale era lo scopo principale del nostro decreto del 28 giugno 1889, col quale abbiamo innalzato a rito di prima classe la festa del sacro Cuore. Ora però pensiamo a una forma di ancor più splendido omaggio, che sia come il culmine e il coronamento di tutti gli onori, che sono stati tributati finora a questo Cuore sacratissimo e abbiamo fiducia che sia di sommo gradimento al nostro redentore Gesù Cristo. La cosa, in verità, non è nuova. Venticinque anni fa infatti, all'approssimarsi del Il centenario diretto a
commemorare la missione che la beata Margherita Maria Alacoque aveva ricevuto dall'alto, di propagare il culto dei divin Cuore, da ogni parte, non solo da privati, ma anche da vescovi, pervennero numerose lettere a Pio IX, con le quali si chiedeva che si degnasse di consacrare il genere umano all'augustissimo Cuore di Gesù. Si preferì, in quelle circostanze, rimandare la cosa per una decisione più matura; nel frattempo si dava facoltà alle città, che lo desideravano, di consacrarsi con la formula prescritta. Sopraggiunti ora nuovi motivi, giudichiamo maturo il tempo di realizzare quel progetto.

La consacrazione a Gesù Cristo è dovuta per diritto di natura

Questa universale e solenne testimonianza di onore e di pietà è pienamente dovuta a Gesù Cristo proprio perché re e signore di tutte le cose. La sua autorità infatti non si estende solo ai popoli che professano la fede cattolica e a coloro che, validamente battezzati, appartengono di diritto alla chiesa (anche se errori dottrinali li tengono lontani da essa o dissensi hanno infranto i vincoli della carità), ma abbraccia anche tutti coloro che sono privi della fede cristiana. Ecco perché tutta l'umanità è realmente sotto il potere di Gesù Cristo. Infatti colui che è il Figlio unigenito del Padre e ha in comune con lui la stessa natura, «irradiazione della sua gloria e impronta della sua sostanza» (Eb 1,3), ha necessariamente tutto in comune con il Padre e quindi il pieno potere su tutte le cose. Questa è la ragione perché il Figlio di Dio, per bocca del profeta, può affermare: «Sono stato costituito sovrano su Sion, suo monte santo. Il Signore mi ha detto: Tu sei mio Figlio; io oggi ti ho generato. Chiedi a me e ti darò in possesso le genti e in dominio i confini della terra» (Sal 2,6-8). Con queste parole egli dichiara di aver ricevuto da Dio il potere non solo su tutta la chiesa, raffigurata in Sion, ma anche su tutto il resto della terra, fin dove si estendono i suoi confini. Il fondamento poi di questo potere universale è chiaramente espresso in quelle parole: «Tu sei mio Figlio». Per il fatto stesso di essere il figlio del re di tutte le cose, è anche erede del suo potere universale. Per questo il salmista continua con le parole: «Ti darò in possesso le genti». Simili a queste sono le parole dell'apostolo Paolo: «L'ha costituito erede di tutte le cose» (Eb 1,2).
Si deve tener presente soprattutto ciò che Gesù Cristo, non attraverso i suoi apostoli e profeti, ma con le stesse sue parole ha affermato del suo potere. Al governatore romano che gli chiedeva: «Dunque tu sei re», egli, senza esitazione, rispose: «Tu lo dici; io sono re» (Gv 18,37). La vastità poi del suo potere e l'ampiezza senza limiti del suo regno sono chiaramente confermate dalle parole rivolte agli apostoli: «Mi è stato dato ogni potere in cielo e in terra» (Mt 28,18). Se a Cristo è stato concesso ogni potere, ne segue necessariamente che il suo dominio deve essere sovrano, assoluto, non soggetto ad alcuno, tanto che non ne può esistere un altro né uguale né simile. E siccome questo potere gli è stato dato e in cielo e in terra, devono stare a lui soggetti il cielo e la terra. Di fatto egli esercitò questo suo proprio e individuale diritto quando ordinò agli apostoli di predicare la sua dottrina, di radunare, per mezzo del battesimo, tutti gli uomini nell'unico corpo della chiesa, e di imporre delle leggi, alle quali nessuno può sottrarsi senza mettere in pericolo la propria salvezza eterna.

La consacrazione a Gesù Cristo è dovuta per diritto acquisito

E non è tutto. Cristo non ha il potere di comandare soltanto per diritto di nascita, essendo il Figlio unigenito di Dio, ma anche per diritto acquisito. Egli infatti ci ha liberato «dal potere delle tenebre» (Col 1,13) e «ha dato se stesso in riscatto per tutti» (1Tm 2,6). E perciò per lui non soltanto i cattolici e quanti hanno ricevuto il battesimo, ma anche tutti e singoli gli uomini sono diventati «un popolo che egli si è conquistato» (1 Pt 2,9). A questo proposito sant'Agostino osserva giustamente: «Volete sapere che cosa ha comprato? Fate attenzione a ciò che ha dato e capirete che cosa ha comprato. Il sangue di Cristo: ecco il prezzo. Che cosa può valere tanto? Che cosa se non il mondo intero? Per tutto ha dato tutto» (Tract. 120 In Ioan.).
San Tommaso, trattando della questione, indica perché e come gli infedeli sono soggetti al potere e alla giurisdizione di Gesù Cristo. Posto infatti il quesito se il suo potere di giudice si estenda o no a tutti gli uomini, risponde che, siccome «il potere di giudice è una conseguenza del potere regale», si deve concludere che «quanto alla potestà, tutto è soggetto a Gesù Cristo, anche se non tutto gli è soggetto quanto all'esercizio del suo potere» (Summa theol., III, q. 59, a. 4 ad 2.). Ouesta potestà e questo dominio sugli uomini lo esercita per mezzo della verità, della giustizia, ma soprattutto per mezzo della carità.

Gesù Cristo desidera la nostra volontaria consacrazione

Tuttavia Gesù, per sua bontà, a questo suo duplice titolo di potere e di dominio, permette che noi aggiungiamo, da parte nostra, il titolo di una volontaria consacrazione. Gesù Cristo, come Dio e Redentore, è senza dubbio in pieno e perfetto possesso di tutto ciò che esiste, mentre noi siamo tanto poveri e indigenti da non aver nulla da potergli offrire come cosa verarnente nostra. Tuttavia, nella sua infinita bontà e amore, non solo non ricusa che gli offriamo e consacriamo ciò che è suo, come se fosse bene nostro, ma anzi lo desidera e lo domanda: «Figlio, dammi il tuo cuore» (Pro 23,26). Possiamo dunque con la nostra buona volontà e le buone disposizioni dell'animo fare a lui un dono gradito. Consacrandoci infatti a lui, non solo riconosciamo e accettiamo apertamente e con gioia il suo dominio, ma coi fatti affermiamo che, se quel che offriamo fosse veramente nostro, glielo offriremmo lo stesso di tutto cuore. In più lo preghiamo che non gli dispiaccia di ricevere da noi ciò che, in realtà, è pienamente suo. Così va inteso l'atto di cui parliamo e questa è la portata delle nostre parole.
Poiché il sacro Cuore è il simbolo e l'immagine trasparente dell'infinita carità di Gesù Cristo, che ci sprona a rendergli amore per amore, è quanto mai conveniente consacrarsi al suo augustissimo Cuore, che non significa altro che donarsi e unirsi a Gesù Cristo. Ogni atto di onore, di omaggio e di pietà infatti tributati al divin Cuore, in realtà è rivolto allo stesso Cristo.
Sollecitiamo pertanto ed esortiamo tutti coloro che conoscono e amano il divin Cuore a compiere spontaneamente questo atto di consacrazione. Inoltre desideriamo vivamente che esso si compia da tutti nel medesimo giorno, affinché i sentimenti di tante migliaia di cuori, che fanno la stessa offerta, salgano tutti, nello stesso tempo, al trono di Dio.
Ma come potremo dimenticare quella stragrande moltitudine di persone, per le quali non è ancora brillata la luce della verità cristiana? Noi teniamo il posto di colui che è venuto a salvare ciò che era perduto e diede il suo sangue per la salvezza di tutti gli uomini. Ecco perché la nostra sollecitudine è continuamente rivolta a coloro che giacciono ancora nell'ombra di morte e mandiamo dovunque missionari di Cristo per istruirli e condurli alla vera vita. Ora, commossi per la loro sorte, li raccomandiamo vivamente al sacratissimo Cuore di Gesù e, per quanto sta in noi, a lui li consacriamo.
In tal modo questa consacrazione che esortiamo a compiere, potrà giovare a tutti. Con questo atto, infatti, coloro che già conoscono e amano Gesù Cristo, sperimenteranno facilniente un aumento di fede e di amore. Coloro che, pur conoscendo Cristo trascurano l'osservanza della sua legge e dei suoi precetti, avranno modo di attingere da quel divin Cuore la fiamma dell'amore. Per coloro infine che sono più degli altri infelici, perché avvolti ancora nelle tenebre del paganesimo, chiederemo tutti insieme l'aiuto del cielo, affinché Gesù Cristo, che li tiene già soggetti «quanto al potere», li possa anche avere sottomessi «quanto all'esercizio di tale potere». E preghiamo anche che ciò si compia non solo nel mondo futuro, «quando egli eseguirà pienamente su tutti la sua volontà, salvando gli uni e castigando gli altri» (S. THOMAS AQ., Summa theoL, III, q. 59, a. 4 ad 2.), ma anche in questa vita terrena con il dono della fede e della santificazione, in modo che, con la pratica di queste virtù, possano onorare debitamente Dio e tendere così alla felicità del cielo.
Tale consacrazione ci fa anche sperare per i popoli un'èra migliore; può infatti stabilire o rinsaldare quei vincoli, che, per legge di natura, uniscono le nazioni a Dio.
In questi ultimi tempi si è fatto di tutto per innalzare un muro di divisione tra la chiesa e la società civile. Nelle costituzioni e nel governo degli stati, non si tiene in alcun conto l'autorità del diritto sacro e divino, nell'intento di escludere ogni influsso della religione nella convivenza civile. In tal modo si intende strappare la fede in Cristo e, se fosse possibile, bandire lo stesso Dio dalla terra. Con tanta orgogliosa tracotanza di animi, c'è forse da meravigliarsi che gran parte dell'umanità sia stata travolta da tale disordine e sia in preda a tanto grave turbamento da non lasciare vivere più nessuno senza timori e pericoli? Non c'è dubbio che, con il disprezzo della religione, vengono scalzate le più solide basi dell'incolumità pubblica. Giusto e meritato castigo di Dio ai ribelli che, abbandonati alle loro passioni e schiavi delle loro stesse cupidigie, finiscono vittime del loro stesso libertinaggio.
Di qui scaturisce quella colluvie di mali, che da tempo ci minacciano e ci spingono con forza a ricercare l'aiuto in colui che solo ha la forza di allontanarli. E chi potrà essere questi se non Gesù Cristo, l'unigenito Figlio di Dio? «Non vi è infatti altro nome dato agli uomini sotto il cielo, nel quale sia stabilito che possiamo essere salvati» (At 4,12). A lui si deve ricorrere, che è «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6). Si è andati fuori strada? bisogna ritornare sulla giusta via. Le tenebre hanno oscurato le menti? è necessario dissiparle con lo splendore della verità. La morte ha trionfato? bisogna attaccarsi alla vita. Solo così potremo sanare tante ferite. Solo allora il diritto potrà riacquistare l'autentica autorità; solo così tornerà a risplendere la pace, cadranno le spade e sfuggiranno di mano le armi. Ma ciò avverrà solo se tutti gli uomini riconosceranno liberamente il potere di Cristo e a lui si sottometteranno; e ogni lingua proclamerà «che Gesù Cristo è il Signore, a gloria di Dio Padre» (Fil 2,11).
Quando la chiesa nascente si trovava oppressa dal giogo dei Cesari, a un giovane imperatore apparve in cielo una croce auspice e nello stesso tempo autrice della splendida vittoria che immediatamente seguì. Ecco che oggi si offre ai nostri sguardi un altro divinissimo e augurale segno: il Cuore sacratissimo di Gesù, sormontato dalla croce e splendente, tra le fiamme, di vivissima luce. In lui sono da collocare tutte le nostre speranze; da lui dobbiamo implorare e attendere la salvezza.
Infine non vogliamo passare sotto silenzio un motivo, questa volta personale, ma giusto e importante, che ci ha spinto a questa consacrazione: l'averci Dio, autore di tutti i beni, scampato non molto tempo addietro da pericolosa infermità. Questo sommo onore al Cuore sacratissimo di Gesù, da noi promosso, vogliamo che rimanga memoria e pubblico segno di gratitudine di tanto beneficio.
Ordiniamo perciò che, nei giorni 9, 10 e 11 del prossimo 1 mese di giugno, nella chiesa principale di ogni città o paese, alla recita delle altre preghiere si aggiungano ogni giorno anche le litanie del sacro Cuore da noi approvate. Nell'ultimo giorno poi si reciti, venerabili fratelli, la formula di consacrazione. che vi mandiamo con la presente lettera.
Come pegno di favori divini e testimonianza della nostra benevolenza, a voi, al clero e al popolo affidato alle vostre cure, impartiamo di cuore, nel Signore, l'apostolica benedizione.

Roma, presso San Pietro, il 25 maggio 1899, anno XXII del nostro pontificato.

LEONE PP. XIII
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  "Miserentissimus Redemptor"
Lettera enciclica
di
Pio XI
sul dovere della riparazione al sacro Cuore di Gesù
(8 maggio 1928)

(Dal: http://www.totustuus.org/SacroCuore.htm#SacroCuore_top)

INDICE INTRODUZIONE

     Il redentore divino presente alla sua Chiesa sempre...
     ...ma in modo speciale nei tempi più critici
     Argomento dell'Enciclica: la riparazione

LA RIVELAZIONE DEL CUORE Dl GESÙ PER I NOSTRI TEMPI

     Nel Sacro Cuore di Gesù rivelate le ricchezze della bontà divina
     Il Cuore di Gesù vessillo di pace e di amore
     Nel Cuore di Gesù tutte le nostre speranze
     Il Cuore di Gesù compendio della religione
     Provvidenziale incremento di questa devozione

LA CONSACRAZIONE AL CUORE Dl GESÙ

     Significato della Consacrazione
     La consacrazione argine contro l'empietà dilagante
     Consacrazione riaffermata con la festa di Cristo Re

LA RIPARAZIONE

     Alla consacrazione segue la riparazione
     Richiesta dalla giustizia e dall'amore
     Dovere che grava su tutto il genere umano
     La riparazione adeguata fu offerta dal Redentore
     È richiesta però anche la nostra riparazione...
     ...che ha valore per l'unione al sacrificio di Cristo
     Tutti i cristiani partecipi del sacerdozio di Cristo...
     ...e per l'unione in Cristo si aiutano a vicenda

LA RIPARAZIONE NEL CULTO AL CUORE Dl GESÙ

     La riparazione nell'intenzione di Gesù
     Preminenza della riparazione nel culto al S. Cuore
     Atti di riparazione richiesti da Gesù stesso
     Come si può consolare il Cuore di Gesù glorioso
     Si consola Gesù anche nelle membra sofferenti

LA RIPARAZIONE RICHIESTA PER I NOSTRI TEMPI

     Offensiva attuale contro Dio e la cristianità
     Deficienze tra i cristiani
     Ci sono però anche confortanti reazioni
     Atto di riparazione da farsi nella festa del S. Cuore
     Frutti che si sperano
     Sia propizia Maria Riparatrice
     L'apostolica benedizione

ATTO DI RIPARAZIONE AL CUORE SACRATISSIMO DI GESÙ

INTRODUZIONE

Il Redentore divino presente alla sua Chiesa sempre...

1. - Il nostro misericordiosissimo Redentore, dopo aver compiuto sul legno della croce la salvezza del genere umano, prima di ascendere da questo mondo al Padre, nell'intento di sollevare gli apostoli e i discepoli dalla loro afflizione, disse: a Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo» (Mt 28,30).

Parole assai gradite e fonte di ogni speranza e di ogni sicurezza, che vengon da sé alla Nostra mente, Venerabili Fratelli, quando da questa, per chiamarla così, più alta specola, osserviamo la società umana afflitta da tanti mali e miserie, non che la Chiesa fatta oggetto, senza intermittenza, di attacchi e di insidie.

Questa divina promessa, che sollevò gli animi abbattuti degli apostoli e così rianimati li accese e li infervorò di zelo per andare a spargere su tutta la terra il seme della dottrina evangelica, ha anche sostenuto in seguito la Chiesa, fino a farla prevalere sulle potenze degli inferi.

...ma in modo speciale nei tempi più critici

2. - Sempre il Signore Gesù Cristo ha assistito la sua Chiesa, ma più potente è stato il suo aiuto e più efficace la sua protezione quando la Chiesa s'è trovata in pericoli e sciagure più gravi. Fu allora che nella sua divina sapienza, che «si estende da un confine all'altro con forza e governa con bontà eccellente ogni cosa» (Sap 8,1), offrì i rimedi più adatti alle esigenze dei tempi e delle circostanze.

E non «si è accorciata la mano del Signore» (Is 59,1) in tempi a noi più vicini, come quando penetrò e largamente si diffuse l'errore che faceva temere che negli animi degli uomini, allontanati dall'amore e dalla familiarità con Dio, venissero a inaridirsi le fonti della vita cristiana.

Argomento dell'Enciclica: la riparazione

3. - C'è nel popolo cristiano chi ignora o non si cura di quel che l'amatissimo Gesù ha lamentato nelle sue apparizioni a Margherita Maria Alacoque e quel che ha indicato di aspettare e volere dagli uomini, in vista del loro stesso vantaggio.

Perciò vogliamo, Venerabili Fratelli, trattenerci alquanto con voi a parlare di quella giusta riparazione che abbiamo il dovere di compiere verso il Cuore Sacratissimo di Gesù, affinché ciascuno di voi procuri diligentemente di insegnare ed esortare il proprio gregge a mettere in pratica quel che abbiamo in animo di esporvi.

LA RIVELAZIONE DEL CUORE DI GESÙ PER I NOSTRI TEMPI

Nel S. Cuore rivelate le ricchezze della bontà divina

4. - Fra le testimonianze della benignità infinita del nostro Redentore, emerge in maniera particolare il fatto che mentre nei cristiani s'andava raffreddando l'amore verso Dio, è stata proposta la stessa carità divina ad essere onorata con speciale culto, e sono state chiaramente rivelate le ricchezze di questa bontà divina per mezzo di quella forma di devozione con cui si onora il Cuore Sacratissimo di Gesù, «nel quale sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza» (Col 2,3).

Il Cuore di Gesù vessillo di pace e di amore

5. - Infatti, come un tempo al genere umano che usciva dall'arca di Noè, Dio volle far risplendere «l'arcobaleno che appare sulle nubi» (Gn 2,14, in segno di alleanza e d'amicizia, così negli agitatissimi tempi più recenti, quando serpeggiava l'eresia giansenista -la più insidiosa fra tutte, nemica dell'amore e della pietà verso Dio- che predicava un Dio non da amarsi come padre ma da temersi come giudice implacabile, il benignissimo Gesù mostrò agli uomini il suo Cuore Sacratissimo, quasi vessillo spiegato di pace e di amore preannunziando certa vittoria nella battaglia..

Nel Cuore di Gesù tutte le nostre speranze

6. - Perciò, molto a proposito, il nostro predecessore di f.m., Leone XIII, nella sua Lettera Enciclica «Annum Sacrum» osservando la meravigliosa opportunità del culto al Cuore Sacratissimo di Gesù, non dubitò di affermare: «Quando la Chiesa nascente era oppressa dal giogo dei Cesari, apparve in cielo al giovine imperatore una croce, auspice e in pari tempo autrice della splendida vittoria che seguì immediatamente. Ecco che oggi si offre ai nostri sguardi un altro consolantissimo e divinissimo segno: il Cuore Sacratissimo di Gesù, sormontato dalla croce, rilucente di splendidissimo candore tra le fiamme. In esso sono da collocarsi tutte le speranze, da esso è da implorare ed attendere la salvezza dell'umanità».

Il Cuore di Gesù compendio della religione

7. - Ed è giusto, Venerabili Fratelli. Infatti, in quel felicissimo segno e in quella forma di devozione che ne deriva, non è forse contenuto il compendio dell'intera religione e quindi la norma d'una vita più perfetta, dal momento che essa costituisce la via più spedita per condurre le menti a conoscere profondamente Cristo Signore e il mezzo più efficace per muovere gli uomini ad amarlo più intensamente e a imitarlo più fedelmente?

Nessuna meraviglia, dunque, che i nostri predecessori abbiano sempre difeso questa ottima forma di culto dalle accuse dei denigratori e l'abbiano esaltata con grandi lodi e propagata con grande impegno, secondo le esigenze dei tempi e delle circostanze.

Provvidenziale l'incremento di questa devozione

8. - Ed è per ispirazione divina che la devozione dei fedeli verso il Cuore Sacratissimo di Gesù è andata crescendo di giorno in giorno, sono sorte pie Associazioni per promuovere il culto al divin Cuore, come pure la pratica, oggi largamente diffusa, di fare la Comunione ogni primo venerdì del mese, secondo il desiderio espresso da Gesù stesso.

LA CONSACRAZIONE AL CUORE Dl GESÙ

Significato della consacrazione

9. - Tra gli atti che sono propri del culto al Cuore Sacratissimo di Gesù, emerge -ed è da rammentarsi- la consacrazione, con la quale offriamo al Cuore divino di Gesù noi e tutte le nostre cose, riferendole all'eterna carità di Dio, da cui le abbiamo ricevute.

E fu lo stesso Salvatore, il quale, mosso dal suo immenso amore per noi più che dal diritto che ne aveva, manifestò alla innocentissima discepola del suo Cuore, Margherita Maria quanto bramasse che tale ossequio di devozione gli venisse tributato dagli uomini. E lei per prima, insieme al suo padre spirituale Claudio de la Colombière, fece questa Consacrazione. Col tempo l'esempio fu seguito da singole persone, da famiglie private e associazioni, e poi anche da autorità civili, città e nazioni.

La consacrazione argine contro l'empietà dilagante

10. - In passato, e anche nel nostro tempo, per l'azione cospiratrice di uomini empi, s'è giunti a negare la sovranità di Cristo Signore e a dichiarare apertamente guerra alla Chiesa con la promulgazione di leggi e mozioni popolari contrarie al diritto divino e naturale, fino al grido di intere masse: «Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi» (Lc 19,14). Ma dalla consacrazione, di cui abbiamo parlato, erompeva e faceva vivo contrasto la voce unanime dei devoti de] S. Cuore, intesa a rivendicarne la gloria e affermare i suoi diritti: a Bisogna che Cristo regni» (1 Cor 15,25), «Venga il tuo regno»! Di qui il gioioso avvenimento della consacrazione al Cuore Sacratissimo di Gesù di tutto il genere umano -che per diritto nativo appartiene a Cristo, nel quale si ricapitolano tutte le cose (Cf Ef 1,10)- che all'inizio di questo secolo, tra il plauso di tutto il mondo cristiano, fu compiuta dal nostro predecessore Leone XIII di f.m.

Consacrazione riaffermata con la festa di Cristo Re

11. - Queste felici e confortanti iniziative, Noi stessi, come dicemmo nella nostra Enciclica «Quas primas» abbiamo condotto, per grazia di Dio, a pieno compimento, quando aderendo agli insistenti desideri e voti di moltissimi Vescovi e fedeli, al termine dell'anno giubilare, abbiamo istituito la Festa di Cristo Re dell'universo, da celebrarsi solennemente da tutto il mondo cristiano.

Con questo atto non solo mettemmo in luce la suprema autorità che Cristo ha su tutte le cose, nella società sia civile che domestica e sui singoli uomini, ma pregustammo pure la gioia di quell'auspicatissimo giorno in cui il mondo intero, liberamente e coscientemente, si sottometterà al dominio soavissimo di Cristo Re.

Perciò ordinammo pure che in occasione di tale festa, ogni anno si rinnovasse questa consacrazione. nell'intento di raccoglierne più sicuramente e più copiosamente il frutto, e stringere nel Cuore del Re dei re e Sovrano dei dominatori, tutti i popoli, in cristiana carità e comunione di pace.

LA RIPARAZIONE

Alla consacrazione segue la riparazione

12. - A questi ossequi, e in particolare a quello della consacrazione -tanto fruttuosa in sé e che è stata come riconfermata con la solennità di Cristo Re- conviene che se ne aggiunga un altro, del quale, Venerabili Fratelli, vogliamo parlarvi alquanto più diffusamente: del dovere, cioè, della giusta soddisfazione o riparazione al Cuore Sacratissimo di Gesù.

Nella consacrazione s'intende, principalmente, ricambiare l'amore del Creatore con l'amore della creatura; ma quando questo amore increato è stato trascurato per dimenticanza o oltraggiato con l'offesa, segue naturalmente il dovere di risarcire le ingiurie qualunque sia il modo con cui sono state recate.

È quel dovere che comunemente chiamiamo «riparazione».

Richiesta dalla giustizia e dall'amore

13. - Sono le medesime ragioni che ci spingono sia alla consacrazione che alla riparazione. Vero è però che al dovere della riparazione e dell'espiazione siamo tenuti per un titolo più forte di giustizia e di amore. Di giustizia, perché dobbiamo espiare l'offesa recata a Dio con le nostre colpe e ristabilire con la penitenza l'ordine violato; di amore al fine di patire insieme con Cristo sofferente e «saturato di obbrobri» e recargli, per quanto può la nostra debolezza, qualche conforto.

Siamo, infatti, peccatori e gravati di molte colpe; dobbiamo perciò rendere onore al nostro Dio non solo con quel culto che è diretto sia ad adorare, con i dovuti ossequi, la sua Maestà infinita, sia a riconoscere, mediante la preghiera, il suo supremo dominio e a lodare, con azioni di grazie, la sua infinita generosità; ma è necessario inoltre che offriamo anche a Dio giusto vindice, soddisfazioni per i nostri «innumerevoli peccati, offese e negligenze».

Per questo, alla consacrazione per mezzo della quale ci offriamo a Dio e diventiamo a lui sacri -con quella santità e stabilità che è propria della consacrazione, come insegna l'Angelico (2-2, q. 81, a. 8, c.)- si deve aggiungere l'espiazione al fine di estinguere totalmente le colpe, affinché l'infinita santità e giustizia di Dio non abbia a rigettare la nostra proterva indegnità e rifiuti, anzi che gradire, il nostro dono.

Dovere che grava su tutto il genere umano

14. - Questo dovere di espiazione grava su tutto il genere umano, giacché, come insegna la fede cristiana, dopo la funesta caduta di Adamo, l'umanità, macchiata della colpa ereditaria, soggetta alle passioni e in stato di grave depravazione, avrebbe dovuto finire nell'eterna rovina.

Non ammettono questo stato di cose i superbi sapienti del nostro tempo, i quali, seguendo il vecchio errore di Pelagio, rivendicano alla natura umana una bontà congenita, che di suo interno impulso spingerebbe a perfezione sempre maggiore.

Ma queste false invenzioni della superbia umana sono respinte dall'Apostolo che ammonisce che a eravamo per natura meritevoli d'ira» (Ef 2,3). E di fatti, fin dagli inizi, gli uomini, hanno riconosciuto in qualche modo il debito che avevano d'una comune espiazione e mossi da naturale istinto si adoperarono a placare Dio anche con pubblici sacrifici.

La riparazione adeguata fu offerta dal Redentore

15. - Nessuna potenza creata però era sufficiente ad espiare le colpe degli uomini, se il Figlio di Dio non avesse assunto la natura umana per redimerla.

È ciò che lo stesso Salvatore degli uomini annunziò per bocca del Salmista: «Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato. Non hai gradito né olocausti né sacrifici per il peccato. Allora ho detto: Ecco io vengo» (Eb 10,5-7).

E realmente «Egli si è caricato delle nostre sofferenze, si è addossato i nostri dolori; è stato trafitto per i nostri delitti» (Is 53,4-5). a Egli portò i nostri peccati nel suo corpo sul legno della croce» (1 Pt 2,24), «annullando il documento scritto del nostro debito, le cui condizioni ci erano sfavorevoli. Egli lo ha tolto di mezzo inchiodandolo alla croce» (Col 2,14), «perché non vivendo più per il peccato, vivessimo per la giustizia» (1 Pt 2,24).

È richiesta però anche la nostra riparazione

16. - È vero che la copiosa redenzione di Cristo ci ha abbondantemente perdonato tutti i peccati (Cf Col 2,13), tuttavia, in forza di quella mirabile disposizione della divina Sapienza per cui si deve completare nella nostra carne ciò che manca ai patimenti di Cristo, a favore del suo corpo, che è la Chiesa (Cf Col 1, 24), noi possiamo, anzi dobbiamo aggiungere le nostre lodi e soddisfazioni alle lodi e soddisfazioni che «Cristo tributò in nome dei peccatori».

... che ha valore per l'unione al sacrificio di Cristo

17. - Si deve però sempre tenere a mente che tutto il valore espiatorio dipende dall'unico sacrificio cruento di Cristo, che senza intermittenza si rinnova nei nostri altari. Infatti «una sola e identica è la vittima, il medesimo è l'offerente che un tempo si offrì sulla croce e che ora si offre mediante il ministero dei sacerdoti; differente è solo il modo di offrire» (Conc. Trid. Sess. XXII, c. 2).

A questo augustissimo sacrificio Eucaristico, perciò, si deve unire l'immolazione sia dei ministri che dei fedeli, in modo che anch'essi si dimostrino a ostie viventi, sante e gradite a Dio» (Rm 12,1).

Anzi S. Cipriano non dubita di affermare che «non si celebra il sacrificio di Cristo con la conveniente santificazione, se alla passione di Cristo non corrisponde la nostra offerta e il nostro sacrificio» (Ep. 63, n. 381).

Perciò ci ammonisce l'Apostolo che «portando sempre e dovunque nel nostro corpo la morte di Gesù» (2 Cor 4,10), e sepolti con Cristo e completamente uniti a lui con una morte simile alla sua (Cf Rm 6,4-5), non solo crocifiggiamo la nostra carne con le sue passioni e i suoi desideri (Cf Gal 5,24) a fuggendo alla corruzione che è nel mondo a causa della concupiscenza» (2 Pt 1,4), ma anche che «la vita di Gesù si manifesti nel nostro corpo» (2 Cor 4,10) e resi partecipi del suo sacerdozio eterno, offriamo «doni e sacrifici per i peccati» (Eb 5,1).

Tutti i cristiani partecipi del sacerdozio di Cristo...

18. - Partecipi di questo misterioso sacerdozio e dell'ufficio di offrire soddisfazioni e sacrifici, non sono soltanto quelle persone delle quali il nostro Pontefice Cristo Gesù si serve come ministri per offrire l'oblazione pura al Nome divino, dall'oriente all'occidente in ogni luogo (Cf Ml 1,11), ma tutti i cristiani -chiamati a ragione dal Principe degli Apostoli «stirpe eletta, il sacerdozio regale» (1 Pt 2,9)- devono offrire per i peccati propri e per quelli di tutto il genere umano (Cf Eb 5,2), a un di presso come ogni sacerdote e pontefice «scelto fra gli uomini viene costituito per il bene degli uomini nelle cose che riguardano Dio» (Eb 5,1).

E quanto più perfettamente la nostra oblazione e il nostro sacrificio saranno conformi al sacrificio del Signore -cosa che si compie immolando il nostro amor proprio e le nostre passioni e crocifiggendo la carne con quel genere di crocifissione di cui parla l' Apostolo- tanto più copiosi saranno i frutti di propiziazione e di espiazione che raccoglieremo per noi per gli altri.

...e per l'unione in Cristo si aiutano a vicenda

19. - C'è, infatti, un mirabile legame dei fedeli con Cristo, simile a quello che vige tra il capo e le membra del corpo. Parimenti, per quella misteriosa comunione dei Santi, che professiamo per fede cattolica, sia gli uomini singoli che i popoli, non solo sono uniti fra loro, ma anche con Colui «che è il capo, Cristo, dal quale tutto il corpo, ben compaginato e connesso, mediante la collaborazione di ogni giuntura secondo l'energia propria di ogni membro, riceve forza per crescere in modo da edificare se stesso nella carità» (Ef 4,15-16). Che è quel che lo stesso Mediatore fra Dio e gli uomini, Cristo Gesù, vicino a morire, domandò al Padre: «Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità» (Gv 17,23).

LA RIPARAZIONE NEL CULTO AL CUORE Dl GESÙ

La riparazione nell'intenzione di Gesù

20. - La consacrazione esprime e rende stabile l'unione con Cristo; l'espiazione inizia questa unione con la purificazione dalle colpe, la perfeziona partecipando alle sofferenze di Cristo e la porta all'ultimo culmine offrendo sacrifici per i fratelli.

Tale appunto fu l'intenzione che il misericordioso Signore Gesù ci volle far conoscere nel mostrare il suo Cuore con le insegne della passione e le fiamme indicanti l'amore, che cioè riconoscendo noi da una parte l'infinita malizia del peccato e dall'altra ammirando l'infinita carità del Redentore, detestassimo più vivamente il peccato e rispondessimo con maggior ardore al suo amore.

Preminenza della riparazione nel culto al S. Cuore

21. - Lo spirito di espiazione e di riparazione ha avuto sempre la prima e principale parte nel culto al Cuore Sacratissimo di Gesù, e tale spirito è senza dubbio il più conforme all'origine, all'indole, all'efficacia e alle pratiche proprie di questa devozione, come appare dalla storia, dalla prassi, dalla liturgia e dagli atti dei Sommi Pontefici.

Infatti, nel manifestarsi a Margherita Maria, Gesù, mentre proclamava l'immensità del suo amore, al tempo stesso, in atteggiamento di addolorato, si lamentò dei molti e gravi oltraggi che gli venivano recati dagli uomini ingrati, e pronunziò queste parole che dovrebbero rimanere sempre scolpite nelle anime pie e mai dimenticate: «Ecco quel Cuore che ha tanto amato gli uomini e li ha ricolmati di ogni genere di benefici, e che in cambio del suo amore infinito non solo non ha avuto alcuna gratitudine, ma, al contrario, dimenticanza, indifferenza, oltraggi, e questi recati, a volte, anche da coloro che sono tenuti per dovere, a rispondere con uno speciale amore».

Atti di riparazione richiesti da Gesù stesso

22. - In riparazione di tali colpe, tra le molte altre cose, raccomandò questi atti, a Lui graditissimi; che cioè i fedeli, con l'intenzione di riparare si accostassero alla S. Comunione -chiamata perciò «Comunione riparatrice»- e compissero atti e preghiere di riparazione per un'ora intera, che per questo viene giustamente chiamata «Ora santa».

Tali pratiche la Chiesa non solo le ha approvate ma le ha anche arricchite di favori spirituali.

Come si può consolare il Cuore di Gesù glorioso

23. - Ma, se Cristo regna ora glorioso in cielo, come può venir consolato da questi nostri atti di riparazione? «Dà un'anima amante, e comprenderà ciò che dico», rispondiamo con le parole di S. Agostino (Sul Vang. di Giovanni, tr XXVI, 4) che qui vengono a proposito.

Infatti, un'anima ardente di amor di Dio, guardando il passato vede e contempla Gesù affaticato per il bene dell'umanità, addolorato e sottoposto alle prove più dure; lo vede «per noi uomini e per la nostra salvezza» oppresso da tristezza, angoscia, quasi annientato dagli obbrobri, «schiacciato per le nostre iniquità» (Is 53,5) e che con le sue piaghe ci guarisce. Queste cose le anime pie le meditano con maggiore aderenza alla realtà per il fatto che i peccati e i delitti, in qualsiasi tempo siano stati commessi, costituiscono la causa per cui il Figlio di Dio fu dato a morte, e anche al presente cagionerebbero a Cristo la morte accompagnata dai medesimi dolori ed angosce, dal momento che ogni peccato rinnova in qualche modo la passione del Signore: «Per loro conto crocifiggono di nuovo il Figlio di Dio e lo espongono all'infamia» (Eb 6,6).

Pertanto, se a motivo dei nostri peccati che sarebbero stati commessi nel futuro, ma che furono previsti allora, l'anima di Cristo divenne triste fino alla morte, non vi può esser dubbio che abbia provato anche qualche conforto già da allora a motivo della nostra riparazione anch'essa prevista, quando «gli apparve un angelo dal cielo» (Lc 22,43) per consolare il suo Cuore oppresso dalla tristezza e dall'angoscia.

Sicché, anche ora, in modo mirabile ma vero, noi possiamo e dobbiamo consolare quel Cuore Sacratissimo che viene continuamente ferito dai peccati degli uomini ingrati. Ed è Cristo stesso, come si legge nella Liturgia, che si duole per bocca del Salmista dell'abbandono dei suoi amici: «L'insulto ha spezzato il mio cuore e vengo meno. Ho atteso compassione, ma invano, consolatori, ma non ne ho trovati» (Sal 68,21).

Si consola Gesù anche nelle sue membra sofferenti

24. - A ciò s'aggiunga che la passione espiatrice di Cristo si rinnova e in certo modo continua e si completa nel suo corpo mistico, che è la Chiesa.

Infatti, per servirci ancora delle parole di S. Agostino, «Cristo patì tutto quello che doveva patire; ormai nulla più manca al numero dei patimenti. Dunque i patimenti sono completi, ma nel capo; rimanevano ancora le sofferenze di Cristo da compiersi nel corpo» (In Sal 86).

Che è quel che il Signore Gesù stesso ha voluto dichiarare quando, parlando a Saulo «sempre fremente minaccia e strage contro i discepoli» (At 9,1), disse: «Io sono Gesù, che tu perseguiti» (At 9,5).

Con ciò significò chiaramente che le persecuzioni mosse alla Chiesa, andavano a colpire e affliggere lo stesso capo della Chiesa.

Giusto, dunque, che Cristo, sofferente ancora adesso nel suo corpo mistico, voglia averci compagni della sua espiazione, cosa che richiede la stessa nostra unione con Lui, perché essendo noi «corpo di Cristo e sue membra» (1 Cor 12,27), ciò che soffre il capo bisogna che con lui soffrano anche le membra (Cf 1 Cor 12,26).

LA RIPARAZIONE RICHIESTA PER I NOSTRI TEMPI

Offensiva attuale contro Dio e la cristianità

25. - Quanto sia urgente, specialmente in questo nostro tempo, l'espiazione o riparazione appare manifesto, come abbiamo detto all'inizio, a chiunque osservi con gli occhi e la mente questo mondo che giace sotto il potere del maligno» (1 Gv 5,19).

Da ogni parte giunge a Noi il grido di popoli afflitti, dove capi e governanti sono, nel vero senso, insorti e congiurano insieme contro il Signore e contro la sua Chiesa (Cf Sal 2,2).

Vediamo in quelle regioni calpestato ogni diritto divino e umano. I templi demoliti e distrutti, i religiosi e le sacre vergini cacciati dalle loro case, insultati, tormentati, affamati, imprigionati; strappati dal grembo della madre Chiesa schiere di fanciulli e fanciulle, spinti a negare e a bestemmiare Cristo e a commettere i peggiori crimini di lussuria; il popolo cristiano gravemente minacciato e oppresso, e in continuo pericolo di apostatare dalla fede o andare incontro a morte anche la più atroce.

Cose tanto tristi, che con tali avvenimenti sembra si preannunzi e si anticipi fin da ora «l'inizio dei dolori», quali apporterà «l'uomo iniquo che s'innalza sopra ogni essere che viene detto Dio o è oggetto di culto» (2 Ts 2,4).

Deficienze tra i cristiani

26. - Ma è ancor più doloroso il fatto, Venerabili Fratelli, che tra gli stessi cristiani, lavati col sangue dell'Agnello immacolato nel battesimo e arricchiti della sua grazia, ce ne siano tanti, appartenenti ad ogni classe, i quali ignorando in maniera incredibile le verità divine e infetti da false dottrine, vivono una vita viziosa, lontana dalla casa del Padre; una vita che non è illuminata dalla vera fede, non confortata dalla speranza nella futura beatitudine, non sostenuta né ravvivata dall'ardore della carità, sicché sembra davvero che costoro siano nelle tenebre e nell'ombra di morte.

Inoltre, va sempre più crescendo tra i fedeli la noncuranza della disciplina ecclesiastica e delle antiche istituzioni, da cui è sorretta tutta la vita cristiana, regolata la società domestica e difesa la santità del matrimonio.

Trascurata affatto è poi o deformata da troppe delicatezze e lusinghe l'educazione dei fanciulli e perfino tolta alla Chiesa la facoltà di educare cristianamente la gioventù.

Il pudore cristiano purtroppo dimenticato nel modo di vivere e di vestire, specialmente nelle donne. Insaziabile la cupidigia dei beni transitori, gli interessi civili predominanti, sfrenata la ricerca del favore popolare rifiutata la legittima autorità, disprezzata la parola di Dio, per cui la fede stessa vacilla o è messa in grave pericolo. Al complesso di questi mali si aggiunge l'ignavia e l'infingardaggine di coloro che, a somiglianza degli apostoli addormentati o fuggitivi, mal fermi nella fede, abbandonano Cristo oppresso dai dolori e circondato dai satelliti di Satana. E c'è anche la perfidia di coloro che seguendo l'esempio di Giuda traditore, con sacrilega temerarietà si accostano all'altare o passano al campo nemico.

E così, anche senza volerlo, si presenta alla mente il pensiero che si stiano avvicinando i tempi predetti dal Signore: a Per il dilagare dell'iniquità, l'amore di molti si raffredderà» (Mt 24,12).

Ci sono però anche confortanti reazioni

27. - Riflettendo su queste cose i buoni fedeli, infiammati d'amore per Cristo sofferente, non potranno fare a meno di dedicarsi ad espiare con maggiore impegno le proprie colpe e quelle commesse da altri, risarcire l'onore di Cristo e promuovere la salvezza delle anime.

E possiamo davvero descrivere la nostra età adattando in qualche modo il detto dell'Apostolo: «Laddove è abbondato il peccato, ha sovrabbondato la grazia» (Rm 5,20).

Infatti, è vero che è cresciuta di molto la perversità degli uomini, ma è anche vero che va meravigliosamente aumentando, per impulso dello Spirito Santo, il numero dei fedeli dell'uno e dell'altro sesso, i quali con animo volenteroso si adoperano a dare soddisfazione al divin Cuore per tante ingiurie che gli si recano e giungono anche ad offrire a Cristo le loro stesse persone come vittime.

Certo che chi riflette con spirito di amore a quanto abbiamo fin qui rammentato e l'imprime, per così dire, nell'intimo del cuore, arriverà non solo ad aborrire il peccato come il sommo dei mali e a fuggirlo, ma anche ad abbandonarsi totalmente alla volontà di Dio e risarcire l'onore leso della divina Maestà con la preghiera assidua, le volontarie penitenze e col sopportare pazientemente le eventuali calamità, fino a vivere tutta la vita in spirito di riparazione.

E così che sono sorte molte famiglie religiose di uomini e di donne, le quali, con ambito servizio, si propongono di fare in qualche modo, giorno e notte, le veci dell'Angelo che conforta Gesù nell'orto.

Di qui pure le pie associazioni di uomini, approvate dalla Sede Apostolica e arricchite di indulgenze, che si assumono il compito dell'espiazione con opportuni esercizi di pietà e atti di virtù.

Di qui, infine, per non parlare di altre, quelle pratiche religiose e solenni attestazioni d'amore, introdotte allo scopo di riparare l'onore divino violato, usate frequentemente non solo da singoli fedeli ma anche da parrocchie, diocesi e città.

Atto di riparazione da farsi nella festa del S. Cuore

28. - Ebbene, Venerabili Fratelli, come la pratica della consacrazione, cominciata da umili inizi e poi largamente diffusasi, ha raggiunto lo splendore desiderato con la nostra conferma, così grandemente bramiamo che la pratica di questa espiazione o riparazione, già da tempo santamente introdotta e propagata, abbia con la nostra apostolica autorità il più fermo suggello e diventi più solenne e universale nel mondo cattolico.

Stabiliamo perciò e ordiniamo che tutti gli anni, nella festa del Cuore Sacratissimo di Gesù -che in questa occasione abbiamo disposto che sia elevata al grado di doppio di prima classe con ottava- in tutte le Chiese del mondo si reciti solennemente, con la formula di cui uniamo esemplare in questa Lettera, la preghiera espiatrice o ammenda onorevole, com'è chiamata, per esprimere con essa il pentimento delle nostre colpe e risarcire i diritti violati di Cristo sommo Re e Signore amatissimo.

Frutti che si sperano

29. - Non dubitiamo, Venerabili Fratelli, che da questa pratica santamente rinnovata ed estesa a tutta la Chiesa, molti e segnalati siano i beni che ne verranno non solo alle singole persone, ma anche alla società religiosa, civile e domestica.

Lo stesso Redentore nostro, infatti, ha promesso a Margherita Maria che «avrebbe colmato con l'abbondanza delle sue grazie celesti tutti coloro che avessero reso questo onore al suo Cuore».

I peccatori «volgendo lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19,37) e commossi dai gemiti e dalle lacrime di tutta la Chiesa, pentiti per le ingiurie recate al Sommo Re, «rientreranno in se stessi» (Cf Is 46,8), perché non avvenga che ostinandosi nei loro peccati, quando vedranno «venire sulle nubi del cielo» (Mt 26,64) colui che trafissero, troppo tardi e inutilmente piangano su di Lui (Cf Ap 1,7). I giusti diventeranno più giusti e più santi (Cf Ap 22,11 ) e si consacreranno con rinnovato fervore al servizio del loro Re che vedono tanto disprezzato e combattuto e oggetto di tante e così gravi ingiurie. Soprattutto s'infiammeranno di zelo per la salvezza delle anime, nel meditare il lamento della vittima divina: «Quale vantaggio dal mio sangue» (Sal 29,10), e nel riflettere al gaudio che avrà quel Sacratissimo Cuore «per un peccatore convertito» (Lc 15,7).

Ma quel che principalmente desideriamo e speriamo è che la giustizia divina, la quale per dieci giusti avrebbe usato misericordia e perdonato a Sodoma, molto più voglia perdonare a tutto il genere umano, in vista delle suppliche e delle riparazioni che dappertutto innalza la comunità dei fedeli, insieme con Cristo Mediatore e Capo.

Sia propizia Maria Riparatrice

30. - Sia propizia a questi nostri voti e a queste nostre disposizioni la benignissima Vergine Madre di Dio, la quale col dare alla luce il nostro Redentore, col nutrirlo e offrirlo come vittima sulla croce, per la mirabile unione con Cristo e per sua grazia del tutto singolare, è divenuta anch'essa Riparatrice e come tale è piamente invocata.

Noi confidiamo nella sua intercessione presso Cristo, il quale pur essendo il solo «Mediatore fra Dio e gli uomini» (1 Tm 2,5) volle associarsi la Madre come avvocata dei peccatori, dispensatrice e mediatrice di grazia.

L'apostolica benedizione

31. - Auspice dei divini favori e in testimonianza della paterna nostra benevolenza, a Voi, Venerabili Fratelli, e all'intero gregge affidato alle vostre cure, impartiamo di cuore l'apostolica benedizione.

Dato a Roma presso S. Pietro, il giorno 8 del mese di maggio dell'anno 1928, settimo del nostro Pontificato.

Pio Papa XI

ATTO DI RIPARAZIONE AL CUORE SACRATISSIMO Dl GESÙ

Prostrati dinanzi al tuo altare, noi intendiamo riparare con particolari attestazioni di onore una così indegna freddezza e le ingiurie con le quali da ogni parte viene ferito dagli uomini il tuo amatissimo Cuore.

Gesù dolcissimo: il tuo amore immenso per gli uomini viene purtroppo, con tanta ingratitudine, ripagato di oblio, di trascuratezza, di disprezzo.

Memori però che pure noi altre volte ci macchiammo di tanta ingratitudine, ne sentiamo vivissimo dolore e imploriamo la tua misericordia.

Desideriamo riparare con volontaria espiazione non solo i peccati commessi da noi, ma anche quelli di coloro che, errando lontano dalla via della salvezza, ricusano di seguire Te come pastore e guida, ostinandosi nella loro infedeltà, o, calpestando le promesse del Battesimo, hanno scosso il soavissimo giogo della tua legge.

E mentre intendiamo espiare il cumulo di sì deplorevoli delitti, ci proponiamo di ripararli ciascuno in particolare:

l'immodestia e le brutture della vita e dell'abbigliamento;

le insidie tese alle anime innocenti dalla corruzione dei costumi; la profanazione dei giorni festivi; le ingiurie scagliate contro di Te e i tuoi Santi;

gli insulti rivolti al tuo Vicario e l'ordine sacerdotale; le negligenze e gli orribili sacrilegi con i quali è profanato lo stesso Sacramento dell'amore divino

e in fine le colpe pubbliche delle nazioni che osteggiano i diritti e il magistero della Chiesa da Te fondata.

Intanto come riparazione dell'onore divino conculcato, Ti presentiamo quella soddisfazione che Tu stesso offristi un giorno sulla croce al Padre e che ogni giorno si rinnova sugli altari: Te l'offriamo accompagnata con le espiazioni della Vergine Madre, di tutti i Santi e delle anime pie.

Promettiamo con tutto il cuore di voler riparare, per quanto potremo, con l'aiuto della tua grazia, i peccati commessi da noi e dagli altri e l'indifferenza verso sì grande amore, con la fermezza della fede, la santità della vita, l'osservanza perfetta della legge evangelica e specialmente della carità.

Inoltre d'impedire, con tutte le forze, le ingiurie contro di Te e attrarre quanti più potremo, a seguire e imitare Te.

Accogli, te ne preghiamo, o benignissimo Gesù, per intercessione della B.V. Maria Riparatrice, questo volontario ossequio di riparazione, e conservaci nella fedele obbedienza a Te e nel tuo servizio fino alla morte, col dono della perseveranza, così che possiamo un giorno pervenire a quella patria, dove Tu col Padre e con lo Spirito Santo vivi e regni, Dio, per tutti i secoli dei secoli.

Amen.

Formula di consacrazione da recitarsi al sacratissimo Cuore di Gesù


O Gesù dolcissimo, o redentore del genere umano, riguardate a noi umilmente prostesi dinanzi al vostro altare. Noi siamo vostri, e vostri vogliamo essere; e per poter vivere a voi più strettamente congiunti, ecco che ognuno di noi oggi si consacra al vostro sacratissimo Cuore. - Molti purtroppo non vi conobbero mai; molti, disprezzando i vostri comandamenti, vi ripudiarono. O benignissimo Gesù, abbiate misericordia e degli uni e degli altri; e tutti quanti attirate al vostro Cuore santissimo. O Signore, siate il re non solo dei fedeli che non si allontanarono mai da voi, ma anche di quei figli prodighi che vi abbandonarono; fate che questi quanto prima ritornino alla casa paterna, per non morire di miseria e di fame. Siate il re di coloro che vivono nell'inganno dell'errore o per discordia da voi separati: richiamateli al porto della verità e all'unità della fede, affinché in breve si faccia un solo ovile sotto un solo pastore. Siate il re finalmente di tutti quelli che sono avvolti nelle superstizioni del gentilesimo, e non ricusate di trarli dalle tenebre al lume e al regno di Dio. Largite, o Signore, incolumità e libertà sicura alla vostra chiesa, largite a tutti i popoli la tranquillità dell'ordine: fate che da un capo all'altro della terra risuoni quest'unica voce: sia lode a quel Cuore divino da cui venne la nostra salute; a lui si canti gloria e onore nei secoli. Così sia.
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  "Haurietis Aquas"
Lettera enciclica di
Pio XII
sul culto al sacratissimo Cuore di Gesù
(15 maggio 1956)

(Dal: http://www.totustuus.org/SacroCuore.htm#SacroCuore_top)

INDICE

Introduzione - Mirabile sviluppo del culto al ss. cuore di Gesù nei tempi moderni

I - Fondamenti e prefigurazioni del culto al s. Cuore di Gesù nell'AT

   1. Incomprensione della vera natura del culto al ss. Cuore di Gesù da parte di alcuni cristiani
   2. Stima e benemerenze dei sommi pontefici per il culto al ss. Cuore di Gesù
   3. L'amore di Dio, motivo dominante del culto al ss. Cuore di Gesù nell'AT

II - Legittimità del culto al ss. Cuore di Gesù secondo la dottrina del NT e della tradizione

   1. L'amore di Dio nel mistero dell'incarnazione redentiva secondo il vangelo
   2. Triplice amore del Redentore per il genere umano: divino, umano-spirituale e sensibile
   3. La testimonianza dei santi padri in favore degli affetti sensibili del Verbo incarnato
   4. Il simbolismo naturale del cuore di Gesù Cristo affermato velatamente nella sacra Scrittura e nei santi padri

III - La partecipazione attiva e profonda avuta dal Cuore ss. di Gesù alla missione salvifica del Redentore

   1. Il Cuore ss. di Gesù, simbolo di perfettissimo amore: sensibile, spirituale-umano e divino, durante la vita terrestre del Redentore
   2. L'Eucaristia, la Vergine Madre, il sacerdozio: doni del cuore amantissimo di Gesù
   3. Anche la chiesa e i sacramenti sono doni del cuore ss. di Gesù
   4. Il cuore ss. di Gesù, simbolo del suo triplice amore per l'umanità, nella vita gloriosa
   5. I doni dello Spirito Santo sono anche doni del cuore adorabile di Gesù
   6. Il culto al cuore ss. di Gesù è il culto della persona del Verbo incarnato

IV - Origini e progressivo sviluppo del culto al ss. Cuore di Gesù

   1. Albori del culto al ss. Cuore di Gesù nella devozione alle piaghe sacrosante della passione
   2. Primordi e progressi del culto al s. Cuore di Gesù nel medioevo e nei secoli successivi
   3. Approvazione pontificia della festa del cuore ss. di Gesù
   4. Spiritualità e nobiltà del culto al ss. Cuore di Gesù

V - Ammonimenti ed esortazioni per una pratica più illuminata e più estesa del culto al ss. Cuore di Gesù

   1. Invito a meglio comprendere e attuare le varie forme di devozione in onore del ss. Cuore di Gesù
   2. Massima utilità del culto al ss. Cuore di Gesù per le necessità attuali della chiesa
   3. Il culto al s. Cuore di Gesù, vessillo di salvezza anche per il mondo moderno
   4. Invito a una degna celebrazione del I centenario dell'estensione della festa del s. Cuore di Gesù alla chiesa universale


Introduzione
MIRABILE SVILUPPO DEL CULTO AL SS. CUORE DI GESÙ NEI TEMPI MODERNI

"Voi attingerete con gaudio le acque dalle fonti del Salvatore" (Is 12,3). Queste parole, con le quali il profeta Isaia simbolicamente preannunciava le molteplici e abbondanti benedizioni di Dio, che l'èra cristiana avrebbe apportato, spontanee ritornano alla nostra mente, allorché diamo uno sguardo ai cento anni che sono trascorsi da quando il nostro predecessore di i.m. Pio IX, ben lieto di assecondare i voti del mondo cattolico, si compiaceva di estendere e rendere obbligatoria per la chiesa intera la festa del cuore sacratissimo di Gesù.
Innumerevoli infatti sono le grazie celesti che il culto tributato al cuore sacratissimo di Gesù ha trasfuso alle anime dei fedeli, purificandoli, confortandoli con superbe consolazioni, e incitandoli ad acquistare ogni virtù. Noi pertanto, memori della sapientissima sentenza dell'apostolo san Giacomo: "Ogni donazione buona e ogni dono perfetto viene dall'alto e scende dal Padre dei lumi" (Gc 1,17), a buon diritto possiamo scorgere in questo culto, divenuto ormai universale e ogni giorno sempre più fervoroso, il dono che il Verbo incarnato, nostro salvatore divino e unico mediatore di grazia e di verità tra il Padre celeste e il genere umano, ha fatto alla chiesa, sua mistica sposa, in questi ultimi secoli della sua travagliata storia. Grazie a questo dono d'inestimabile valore, la chiesa può agevolmente manifestare l'ardente carità che essa nutre verso il suo divin Fondatore, e corrispondere in più larga misura all'invito che l'evangelista san Giovanni riferisce come pronunziato da Gesù Cristo stesso: "Nell'ultimo gran giorno della festa, Gesù, levatosi in piedi, diceva ad alta voce: Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me. Come dice la Scrittura, dal ventre di lui sgorgheranno torrenti d'acqua viva. Ciò egli disse dello Spirito che dovevano ricevere i credenti in lui" (Gv 7,37-39). Agli uditori di Gesù non fu certamente difficile cogliere in quelle sue parole, che contenevano la promessa di una sorgente di "acqua viva" che sarebbe scaturita dal suo seno, una chiara allusione ai vaticini con i quali i profeti Isaia, Ezechiele e Zaccaria, predicevano l'avvento del regno messianico, come pure alla tipica pietra che, percossa dalla verga di Mosè, versò mirabilmente acqua (cf. Is 12,3; Ez 47,1-12; Zc 13,1; Es 17,1-7; Nm 20,7-13; 1Cor 10,4; Ap 7,17; 22,1).
La carità divina ha in realtà la sua principale sorgente nello Spirito Santo, che è l'amore personale sia del Padre sia del Figlio in seno all'augustissima Trinità. Ben a ragione quindi l'Apostolo, quasi facendo eco alle parole di Gesù Cristo attribuisce allo Spirito d'amore l'effusione della carità nell'animo dei credenti: "La carità di Dio si è riversata nei nostri cuori per lo Spirito Santo che ci fu dato" (Rm 5,5).
Questo strettissimo nesso, che secondo le parole della s. Scrittura intercorre tra la carità che deve ardere nei cuori dei cristiani e lo Spirito Santo che è amore per essenza, ci manifesta in modo mirabile, venerabili fratelli, l'intima natura stessa di quel culto che è da tributarsi al cuore sacratissimo di Gesù. Se è vero, infatti, che questo culto considerato nella sua propria essenza, è un atto eccellentissimo della virtù di religione, in quanto richiede la assoluta e incondizionata sottomissione e consacrazione da parte nostra all'amore del Redentore divino, di cui è indice e simbolo, quanto mai espressivo, il suo cuore trafitto; è vero parimenti, e in un senso ancora più profondo, che tale culto comporta la risposta dell'amore nostro all'amore divino. Poiché soltanto per effetto della carità si ottiene la piena e perfetta sottomissione dello spirito umano al dominio del supremo Signore, allorché cioè gli affetti nel nostro cuore in tal modo aderiscono alla divina volontà da formare con essa quasi una cosa sola, secondo che è scritto: "Chi aderisce al Signore forma un solo spirito con lui" (1Cor 6,17).


I. FONDAMENTI E PREFIGURAZIONI DEL CULTO AL S. CUORE DI GESÙ NELL'AT

1. Incomprensione della vera natura del culto al cuore di Gesù da parte di alcuni cristiani

Ma mentre la chiesa ha sempre tenuto in alta stima il culto al cuore sacratissimo di Gesù, così da favorirne in ogni modo il sorgere e il propagarsi in mezzo al popolo cristiano, non mancando altresì di difenderlo apertamente contro le accuse di cosiddetto naturalismo e sentimentalismo, è da lamentare che non uguale stima e onore, sia nei tempi passati, sia ai nostri giorni, questo nobilissimo culto goda presso alcuni cristiani e talvolta anche presso alcuni di coloro che pur si dicono animati da sincero zelo per gli interessi della religione cattolica e per la propria santificazione.
"Se tu conoscessi il dono di Dio" (Gv 4,10). Ecco, venerabili fratelli, il paterno monito che noi, chiamati per divina disposizione ad essere custodi del tesoro di fede e di pietà, che il divin Redentore ha affidato alla sua chiesa, rivolgiamo, con piena coscienza del nostro dovere, a tutti quei nostri figli i quali, nonostante che il culto al cuore sacratissimo di Gesù, trionfando degli errori e della indifferenza degli uomini, abbia pervaso il mistico corpo del Salvatore, nutrono ancora dei pregiudizi a riguardo e giungono persino a ritenerlo meno rispondente, per non dire dannoso alle necessità più urgenti della chiesa e dell'umanità nell'ora presente. Taluni, infatti, confondendo o equiparando l'indole primaria di questo culto con le varie forme di devozione che la chiesa approva e favorisce, ma non prescrive, lo stimano quasi come alcunché di superfluo che ciascuno può praticare o no a suo arbitrio; altri poi stimano che questo culto sia oneroso e di nessuno o ben modesto vantaggio, specialmente per i militanti del regno di Dio, preoccupati soprattutto di consacrare il meglio delle loro energie spirituali, dei loro mezzi e del loro tempo alla difesa e alla propagazione della verità cattolica, alla diffusione della dottrina sociale cristiana e all'incremento di quelle pratiche e opere di religione, che giudicano molto più necessarie per i tempi nostri, vi sono inoltre alcuni, i quali anziché riconoscere in questo culto un mezzo efficacissimo per l'opera di rinnovamento e di progresso dei costumi cristiani, sia degli individui sia delle famiglie, vi vedono una forma di devozione pervasa piuttosto di sentimento che di nobili pensieri ed affetti, e perciò più confacente alle donne che adatto a uomini colti.
Vi sono infine altri, i quali, ritenendo questo culto come troppo vincolato agli atti di penitenza, di riparazione e di quelle virtù che chiamano piuttosto "passive", perché prive di appariscenti frutti esteriori, lo giudicano meno idoneo a rinvigorire la spiritualità moderna cui incombe il dovere dell'azione aperta e indefessa per il trionfo della fede cattolica e la strenua difesa dei costumi cristiani, in mezzo a una società inquinata di indifferentismo religioso, incurante di ogni norma discriminatrice del vero dal falso nel pensiero e nell'azione, ligia ai principi del materialismo ateo e del laicismo.

2. Stima e benemerenze dei sommi pontefici per il culto al Cuore di Gesù

Chi non vede, venerabili fratelli, lo stridente contrasto tra simili opinioni e le pubbliche attestazioni di stima per il culto al sacratissimo Cuore di Gesù, professato dai nostri predecessori su questa cattedra di verità? Chi osa giudicare inutile o meno adatta per l'epoca nostra quella devozione che il nostro predecessore di i.m. Leone XIII non esitò a definire: "pratica religiosa encomiabilissima"; e nella quale non dubitò di additare il rimedio a quegli stessi mali, che anche oggi, e indubbiamente in un modo più vasto ed acuto, travagliano i singoli e l'intera società? "Questa devozione, che a tutti consigliamo, asseriva egli, sarà a tutti di giovamento". E inoltre, aggiungeva questi ammonimenti ed esortazioni, che ben si addicono anche al culto verso il cuore sacratissimo di Gesù: "Di fronte alla minaccia di gravi sciagure, che già da molto sovrasta, è urgente che si ricorra, per scongiurarle, all'aiuto di colui che soltanto ha la potenza per allontanarle. E chi altri potrà essere costui se non Gesù Cristo, l'unigenito di Dio? "Poiché non c'è sotto il cielo alcun altro nome dato agli uomini dal quale possiamo aspettarci d'essere salvati" (At 4,12). A lui dunque si deve ricorrere, che è via, verità e vita" (Enc. Annum sacrum (25 maii 1899): Acta Leonis 19 (1900), pp. 71, 77-78).
Né meno degno di encomio e giovevole per fomentare la pietà cristiana riconosceva essere questo culto il nostro immediato predecessore di f.m. Pio XI, il quale in una enciclica scriveva: "Non sono forse racchiusi in tal forma di devozione il compendio di tutta la religione cattolica e quindi la norma della vita più perfetta, costituendo essa la via più spedita per giungere alla conoscenza profonda di Cristo signore e il mezzo più efficace per piegare gli animi ad amarlo più intensamente e a imitarlo più fedelmente?" (Enc. iserentissimus Redemptor (8 maii 1928): AAS 20 (1928), p. 167).A noi poi, non certamente meno dei nostri predecessori, questa sublime verità è apparsa evidente e degna di approvazione; e allorché iniziammo il nostro pontificato, nel contemplare il felice e quasi trionfale incremento dei culto al cuore sacratissimo di Gesù in mezzo al popolo cristiano, sentimmo il nostro animo ricolmo di gioia degli innumerevoli frutti di salvezza che ne erano derivati a tutta la chiesa; e questi nostri sentimenti ci compiacemmo di manifestare già nella prima nostra lettera enciclica (cf. Enc. Summi pontificatus, 20 oct. 1939: AAS 31 (1939), p. 415). I quali frutti in questi anni del nostro pontificato pieni di calamità e di angustie, ma anche ricolmi di ineffabili consolazioni, non sono andati diminuendo né per numero né per qualità né per bellezza, ma piuttosto aumentando. Infatti, varie sono state le opere felicemente iniziate allo scopo di favorire l'incremento sempre maggiore di questo stesso culto e sommamente rispondente ai bisogni dei nostri tempi: associazioni cioè di cultura, di pietà e di beneficenza; pubblicazioni di carattere storico, ascetico e mistico, pertinenti a tale scopo; pie pratiche espiatorie; e soprattutto degne di menzione le manifestazioni di ardentissima pietà promosse dall'Associazione dell'apostolato della preghiera, al cui zelo si deve principalmente se famiglie, istituti e talvolta anche nazioni intere si sono consacrate al cuore sacratissimo di Gesù; per le quali manifestazioni di culto non di rado, o mediante lettere o per mezzo di discorsi o servendoci di radiomessaggi, abbiamo espressa la nostra paterna compiacenza (cf. AAS 32 (1940), p. 276; 35 (1943), pp. 170; 37 (1945), pp. 263-264; 40 (1948), pp. 501; 41 (1949), pp. 331.).
Pertanto nel veder tanta abbondanza di acque salutari, cioè l'effusione celestiale di amore superno, che, scaturendo dal sacro cuore del nostro Redentore, non senza l'ispirazione del divino Spirito, si è riversata su innumerevoli figli della chiesa cattolica, non possiamo astenerci, venerabili fratelli, dal rivolgervi un paterno invito affinché vi uniate a noi nello sciogliere un inno di somma lode e di fervidissime azioni di grazie a Dio largitore di ogni bene, esclamando con l'apostolo: "A lui che può far tutto, molto più di quel che noi domandiamo o pensiamo secondo la virtù che opera in noi, a lui sia la gloria nella chiesa, in Cristo Gesù per tutte le generazioni, nei secoli dei secoli. Amen" (Ef 3,20-21). Ma, dopo aver reso all'Altissimo le dovute grazie, noi desideriamo con questa lettera enciclica esortare voi e tutti gli amatissimi figli della chiesa a una più attenta considerazione di quei principi dottrinali contenuti nella sacra Scrittura, nei santi padri e nei teologi, sui quali, quasi su solidi fondamenti, poggia il culto al cuore sacratissimo di Gesù. Siamo infatti pienamente persuasi che soltanto quando, al lume della divina rivelazione, avremo penetrato più a fondo l'intima ed essenziale natura di questo culto, saremo in grado di convenientemente e perfettamente apprezzarne l'incomparabile eccellenza e l'inesauribile fecondità in ogni sorta di celesti grazie, e in tal modo trarre dalla pia meditazione e contemplazione da esso derivate, motivo per una degna celebrazione del primo centenario della estensione della festa del cuore sacratissimo di Gesù alla chiesa universale.
Allo scopo, dunque, di offrire alle menti dei fedeli salutari riflessioni, alimentati dalle quali essi possano più facilmente comprendere la vera natura di questo culto e ricavarne più copiosi frutti, noi ci soffermeremo anzitutto sulle pagine del Vecchio e del Nuovo Testamento che rivelano e propongono l'infinita carità di Dio per il genere umano, la cui sublime grandezza mai potremo sufficientemente scrutare; poi accenneremo al commento che ce ne hanno lasciato i padri e i dottori della chiesa; finalmente procureremo di porre in evidenza il nesso intimo che intercorre tra la forma di devozione da tributarsi al cuore del Redentore divino e il culto che gli uomini sono tenuti a rendere all'amore che egli e le altre persone della santissima Trinità nutrono verso tutti gli uomini. Stimiamo infatti che, una volta contemplati alla luce della sacra Scrittura e della tradizione i fondamenti e gli elementi costitutivi di questa nobilissima forma di pietà, riuscirà più agevole ai cristiani di attingere "con gaudio dalle fonti del Salvatore" (Is 12,3); apprezzare cioè tutta l'importanza che il culto al cuore sacratissimo di Gesù ha assunto nella liturgia della chiesa, nella sua vita interna ed esterna, e anche nelle sue opere; in tal modo sarà più facile ad essi raccogliere quei frutti spirituali che segnino un rinnovamento salutare nei loro costumi, secondo i voti dei pastori del gregge di Cristo.

3. L'amore di Dio, motivo dominante del culto al s. Cuore nell'Antico Testamento

Se vogliamo comprendere in primo luogo il valore racchiuso in alcuni testi del Vecchio e del Nuovo Testamento in ordine a questo culto, occorre tener ben presente il motivo del culto di latria che la chiesa tributa al cuore del Redentore divino. Orbene, come voi ben sapete, venerabili fratelli, tale motivo è duplice. L'uno, cioè che è comune anche alle altre sacrosante membra del corpo di Gesù Cristo, si fonda sul principio che il suo cuore, essendo una parte nobilissima dell'umana natura, è unito ipostaticamente alla persona del Verbo di Dio; pertanto esso è meritevole dell'unico e identico culto di adorazione con cui la chiesa onora la persona dello stesso Figlio di Dio incarnato. Si tratta di una verità di fede cattolica, essendo stata solennemente definita nei concili ecumenici di Efeso e nel secondo di Costantinopoli (CONC. EPHES., can. 8: MANSI, Sacrorum conciliorum amplissima collectio, IV, 1083 C; CONC. CONST. 11, can. 9: ibid., IX, 382 E). L'altro motivo, che appartiene in modo speciale al cuore del divin Redentore, e che perciò conferisce al medesimo un titolo tutto proprio a ricevere il culto di latria, risulta dal fatto che il suo cuore, più di ogni altro membro dei suo corpo, è l'indice naturale, ovvero il simbolo della sua immensa carità per il genere umano."È insita nel Sacro Cuore, come osserva il nostro predecessore Leone XIII di i.m., la qualità di simbolo e di espressiva immagine dell'infinita carità di Gesù Cristo, che ci stimola a ricambiarlo con il nostro amore" (cf. Enc. Annum sacrum: Acta Leonis 19(1900), p. 76).
È fuor di dubbio che nei libri sacri non si hanno mai sicuri indizi di un culto di speciale venerazione e di amore, tributato al cuore fisico del Verbo incarnato in quanto simbolo della sua accesissima carità. Ma questo fatto, se è doveroso apertamente riconoscerlo, non ci deve recare meraviglia, né in alcun modo indurci a dubitare che la carità, la quale è la ragione principale di questo culto, tanto nel Vecchio come nel Nuovo Testamento, non sia esaltata e inculcata con immagini, da commuovere potentemente gli animi. Queste immagini, poiché sono contenute nei libri sacri che preannunziavano la venuta del Figlio di Dio fatto uomo, possono considerarsi come un presagio di quello che doveva essere il più nobile simbolo e indice dell'amore divino, cioè del cuore sacratissimo e adorabile del Redentore divino.
Per quanto riguarda lo scopo del nostro argomento, non crediamo necessario addurre molte testimonianze dei libri dei Vecchio Testamento, nei quali sono contenute le divine verità divinamente rivelate, ma stimiamo sia sufficiente far rilevare che l'alleanza stipulata tra Dio e il popolo eletto e sancita con vittime pacifiche - le cui leggi fondamentali scolpite su due tavole furono promulgate da Mosè (cf. Es 34,27-28) e interpretate dai profeti - fu un patto, oltre che fondato sui vincoli di supremo dominio da parte di Dio e di doverosa obbedienza da parte dell'uomo, consolidato e vivificato anche dai più nobili motivi dell'amore. Infatti, anche per il popolo d'Israele la ragione suprema della sua obbedienza a Dio doveva essere non tanto il timore dei divini castighi che i tuoni e le folgori lampeggianti e sprigionantisi dalla vetta del Sinai incutevano negli animi, quanto piuttosto il doveroso amore verso Dio: "Ascolta, Israele; il Signore Dio nostro è il solo Signore. Amerai il Signore Iddio con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutte le tue forze. Queste parole, che io oggi ti bandisco, staranno nel tuo cuore" (Dt 6,4-6).
Non ci deve pertanto meravigliare se Mosè e i profeti del popolo eletto che a buon diritto l'angelico Dottore chiama "i maggiori" (Summa theol., I-II, q. 2, a. 7: ed. Leon., t. VIII, 1895, p. 34), ben comprendendo che il fondamento di tutta la legge era riposto in questo comandamento dell'amore, hanno descritto tutti i rapporti esistenti tra Dio e la sua nazione, ricorrendo a similitudini tratte dal reciproco amore tra padre e figlio o dall'amore dei coniugi, piuttosto che rappresentarli con immagini severe ispirate al supremo dominio di Dio o alla dovuta e timorosa servitù di noi tutti. Così, ad esempio, Mosè stesso, nel celeberrimo suo cantico di liberazione del suo popolo dalla schiavitù d'Egitto, volendo significare che essa era avvenuta per opera di Dio, ricorre a queste espressioni e immagini che riempiono l'animo di commozione: "Com'aquila che addestra al volo i suoi piccoli e vola sovr'essi, stese le sue ali (il Signore), sollevò Israele, e lo portò sulle sue spalle" (Dt 32,11). Ma forse nessun altro tra i profeti meglio di Osea, manifesta e descrive con accenti veementi l'amore mai venuto meno di Dio verso il suo popolo. Nel linguaggio infatti di questo eccellentissimo tra i profeti minori per profondità di concetti e concisione di espressione, Dio manifesta verso il popolo eletto un amore tale, cioè giusto e santamente sollecito, qual è appunto l'amore di un padre misericordioso e amorevole, o di uno sposo, il cui onore è conculcato. t un amore, che, lungi dal raffreddarsi o venir meno alla vista di mostruose infedeltà e di ignobili tradimenti, prende si da essi motivo per infliggere ai colpevoli i meritati castighi: non già per ripudiarli e abbandonarli a se stessi, ma soltanto allo scopo di vedere la sposa, resasi estranea e infedele, e i figli ingrati, pentirsi, purificarsi e tornare a unirsi a lui con rinnovati e più solidi vincoli di amore. "Quando era fanciullo Israele, io l'amai e dall'Egitto ho chiamato il figlio mio. ... lo ho fatto da balia a Efraim; li ho portati in braccio, ma non compresero la cura che io avevo di loro. Li ho attirati a me con vincoli propri degli uomini, coi vincoli della carità. ... lo sanerò le loro piaghe, li amerò spontaneamente, perché la mia collera si è da loro allontanata. Sarò come rugiada; Israele fiorirà come giglio e getterà le sue radici come le piante del Libano" (Os 11,1.3-4; 14,5-6).
Accenti simili risuonano sulle labbra del profeta Isaia, quando, impersonando gli opposti sentimenti di Dio e del popolo eletto, esce in queste espressioni: "Sion ha detto: "Il Signore mi ha abbandonato, il Signore si è scordato di me!" Potrà forse una donna dimenticare il suo bambino, sì da non sentire più compassione per il figlio delle sue viscere? E se pur questa lo potrà dimenticare, io non mi dimenticherò mai di te!" (Is 49,14-15). Né meno commoventi sono le espressioni con le quali l'autore del Cantico dei cantici, servendosi del simbolismo dell'amore coniugale, dipinge con vividi colori i legami di vicendevole amore, che uniscono fra loro Dio e la nazione da lui prediletta: "Come un giglio fra le spine, così l'amica mia tra le fanciulle!... Io sono del mio diletto e il mio diletto è per me, egli che pascola tra i gigli. ... Mettimi come un sigillo sul tuo cuore, come un sigillo sul tuo braccio, perché forte come la morte è l'amore, inesorabile come gli inferi la gelosia: le sue vampe sono vampe di fuoco e di fiamma" (Ct 2,2; 6,2; 8,6).
Tuttavia questo tenerissimo, indulgente e paziente amore di Dio, che, pur sdegnandosi per le ripetute infedeltà del popolo di Israele, mai giunse a ripudiarlo definitivamente, benché siasi manifestato come veemente e sublime, non fu in sostanza che preludio di quella ardentissima carità che il Redentore promesso avrebbe riversato dal suo amantissimo cuore su tutti, e che sarebbe dovuta divenire il modello del nostro amore e il fondamento della nuova Alleanza. Infatti, solo colui che è l'Unigenito del Padre e il Verbo fatto carne, "pieno di grazia e di verità" (Gv 1,14), essendosi avvicinato agli uomini oppressi da innumerevoli peccati e miserie, poté far scaturire dalla sua umana natura, unita ipostaticamente alla sua divina persona, "una sorgente di acqua viva", che irrigasse copiosamente l'arida terra dell'umanità e la trasformasse in giardino fiorente e fruttifero. t nel profeta Geremia che si ha un lontano presagio di questo stupendo prodigio, che sarebbe stato l'effetto del misericordiosissimo e eterno amore di Dio: "D'un amore eterno ti ho amato e perciò ti ho tirato a me pieno di compassione. ... Ecco che verranno giorni, dice il Signore, e io stringerò con la casa di Israele e con la casa di Giuda una nuova alleanza. ... Questa sarà l'alleanza che avrò stretta con la casa di Israele dopo quei giorni, dice il Signore: lo metterò la mia legge nel loro intimo e la scriverò nel loro cuore, e sarò il loro Dio ed essi saranno il mio popolo ... ; perché farò grazia alle loro iniquità e del loro peccato non mi ricorderò più" (Ger 31,3; 31,33-34).


II. LEGITTIMITA DEL CULTO AL CUORE DI GESÙ SECONDO IL NT E LA TRADIZIONE

l. L'amore di Dio nel mistero dell'incarnazione redentiva secondo il Vangelo

Ma soltanto dai Vangeli veniamo a conoscere con perfetta chiarezza che la nuova alleanza stipulata tra Dio e l'umanità - di cui si era avuta la prefigurazione simbolica nell'alleanza sancita tra Dio e il popolo d'Israele per mezzo di Mosè e il preannunzio nel vaticinio di Geremia - è quella stessa che è stata attuata mediante l'opera conciliatrice di grazia del Verbo incarnato. Questa alleanza è da stimarsi incomparabilmente più nobile e più solida, perché a differenza della precedente, non è stata sancita nel sangue di capri e di vitelli, ma nel sangue sacrosanto di colui che quelli stessi pacifici e irrazionali animali avevano prefigurato come "l'Agnello che toglie il peccato del mondo" (cf. Gv 1,29; Eb 9,18-28; 10,1-17). Ebbene, l'alleanza messianica, più ancora che l'antica, si manifesta chiaramente come un patto non ispirato da sentimenti di servitù e di timore, ma da quella amicizia che deve regnare nelle relazioni tra padre e figlio, essendo essa alimentata e consolidata da una più munifica elargizione di grazia divina e di verità, conforme alla sentenza dell'evangelista san Giovanni: "Dalla pienezza di lui tutti abbiamo ricevuto, grazia su grazia. Perché la legge è stata data da Mosè; la grazia e la verità sono venute da Gesù Cristo" (Gv 1,16-17).
Introdotti con le parole del "discepolo che Gesù amava e che durante la cena posò il capo sul petto di lui" (Gv 21,23), nel mistero stesso dell'infinita carità del Verbo incarnato, sembra essere cosa degna e giusta, equa e salutare che noi ci soffermiamo alquanto, venerabili fratelli, nella contemplazione di così soave mistero, affinché, illuminati dalla luce che su di esso riflettono le pagine del Vangelo, possiamo anche noi esperimentare il felice adempimento del voto che l'Apostolo formulava scrivendo agli Efesini: "Cristo dimori nei vostri cuori per mezzo della fede, e voi, radicati e fortificati in amore, siate resi capaci di comprendere con tutti i santi quale sia la larghezza e la lunghezza e l'altezza e la profondità, e intendere questo amore di Cristo che sorpassa ogni scienza, affinché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio" (Ef 3,17-19).
Il mistero della divina redenzione è primariamente e naturalmente un mistero d'amore: un mistero, cioè, di amore giusto da parte di Cristo verso il Padre celeste, cui il sacrificio della croce, offerto con animo amante e obbediente, presenta una soddisfazione sovrabbondante e infinita per le colpe del genere umano: "Cristo soffrendo per carità e obbedienza, offri a Dio qualche cosa di maggior valore, che non esigesse la compensazione per tutte le offese fatte a Dio dal genere umano". E inoltre mistero di amore misericordioso dell'augusta Trinità e del Redentore divino verso l'intera umanità, poiché essendo questa del tutto incapace di offrire a Dio una soddisfazione degna per i propri delitti (Summa theol., III, q. 48, a. 2: ed. Leon., t. XI, 1903, p. 464. Cf. Enc. Miserentissimus Redemptor: AAS 20 (1928), p. 170), Cristo, mediante le inscrutabili ricchezze di meriti che si acquistò con l'effusione del suo preziosissimo sangue, poté ristabilire quel patto di amicizia tra Dio e gli uomini che era stato una prima volta violato nel paradiso terrestre per la miserevole caduta di Adamo e poi innumerevoli volte per l'infedeltà del popolo eletto. Pertanto il divin Redentore - come legittimo e perfetto mediatore nostro - avendo, sotto lo stimolo di un'accesissima carità per noi, conciliati perfettamente i doveri e gli impegni del genere umano con i diritti di Dio, è stato indubbiamente l'autore di quella meravigliosa conciliazione tra la divina giustizia e la divina misericordia che costituisce l'assoluta trascendenza dei mistero della nostra salvezza, così sapientemente espressa dall'angelico dottore in queste parole: "Giova osservare che la liberazione dell'uomo mediante la passione di Cristo fu conveniente sia alla sua misericordia che alla sua giustizia. Alla giustizia anzitutto perché con la sua passione Cristo soddisfece per la colpa del genere umano: e quindi per la giustizia di Cristo l'uomo fu liberato. Alla misericordia, poi, perché non essendo l'uomo in grado di soddisfare per il peccato di tutta l'umana natura, Dio gli donò un riparatore nella persona del Figlio suo. E questo fu segno di più abbondante misericordia che se egli avesse perdonato i nostri peccati senza esigere alcuna soddisfazione. Perciò sta scritto: "Dio ricco di misericordia, per il grande amore che ci portava, pur essendo noi morti, ci risuscitò in Cristo" (Ef 2,4)"( Summa theol., III, q. 46, a. 1 ad 3: ed. Leon., t. XI, 1903, p. 436).

2. Triplice amore del Redentore per il genere umano: sensibile, spirituale e divino

Ma, affinché possiamo veramente, per quanto è consentito a uomini mortali, "comprendere con tutti i santi, qual sia la larghezza e la lunghezza e l'altezza e la profondità" (Ef 3,18) dell'arcana carità del Verbo incarnato verso il suo celeste Padre e verso gli uomini macchiati di tante colpe, occorre tener ben presente che il suo amore non fu unicamente spirituale, come si addice a Dio, poiché "Dio è spirito" (Gv 4,24). Indubbiamente d'indole puramente spirituale fu l'amore nutrito da Dio per i nostri progenitori e per il popolo ebraico; perciò le espressioni di amore umano, sia coniugale sia paterno, che si leggono nei salmi, negli scritti dei profeti e nel Cantico dei cantici, sono indizi e simboli di una dilezione verissima ma del tutto spirituale, con la quale Dio amava il genere umano; al contrario, l'amore che spira dal Vangelo, dalle Lettere degli apostoli e dalle pagine dell'Apocalisse, dov'è descritto altresi l'amore del cuore di Gesù Cristo, non comprende solo la carità divina, ma si estende ai sentimenti dell'affetto umano. Per chiunque fa professione di fede cattolica, è questa una verità inconcussa. Il Verbo di Dio, infatti, non ha assunto un corpo illusorio e fittizio, come già nel primo secolo dell'èra cristiana osarono affermare alcuni eretici, attirandosi la condanna dell'apostolo san Giovanni con queste severissime parole: "Poiché sono usciti per il mondo molti seduttori, i quali non confessano che Gesù Cristo sia venuto nella carne: questi è il seduttore, è l'anticristo" (2Gv 7); ma realmente egli ha unito alla sua divina Persona una natura umana individua, integra e perfetta, concepita nel seno purissimo di Maria Vergine per virtù dello Spirito Santo (cf. Lc 1,35). Niente dunque mancò alla natura umana, assunta dal Verbo di Dio; in verità egli la possedette senza alcuna dimi nuzione, senza alcuna alterazione, tanto nei suoi elementi costitutivi spirituali quanto in quelli corporali, vale a dire: dotata di intelligenza e di volontà e delle altre facoltà conoscitive interne ed esterne; dotata parimenti delle potenze affettive e sensitive e di tutte le loro naturali passioni. È questo l'insegnamento della chiesa cattolica, sanzionato e solennemente confermato dai romani pontefici e dai concili ecumenici: "Integro nelle sue proprietà, integro nelle nostre" (S. LEO MAGNUS, Epist. dogrn. "Lectis dilectionis tuae" ad Flavianum, Const. Patr., 13 iun. 449: PL 54, 763; COD 78/20-21). "Perfetto nella divinità e perfetto nell'unianità" (CONC. CHALCED. (a. 451): MANSI, VII, 115 B; COD 86/18-19). "Tutto Dio (s'è fatto) uomo, e tutto l'uomo (sussiste in) Dio" (S. GELASIUS, Tract. III: "Necessarium" De duabus naturis in Christo: A. THIEL, Epist. rom. pont. a s. Hilaro usque ad Pelagium II, p. 532).
Non essendovi alcun dubbio che Gesù Cristo abbia posseduto un vero corpo umano, dotato di tutti i sentimenti che gli sono propri, tra i quali ha chiaramente il primato l'amore, è altresì verissimo che egli fu provvisto di un cuore fisico in tutto simile al nostro, non essendo possibile che la vita umana, priva di questo eccellentissimo membro dei corpo, abbia la sua connaturale attività affettiva. Pertanto il cuore di Gesù Cristo, unito ipostaticamente alla persona divina del Verbo, dovette indubbiamente palpitare d'amore e di ogni altro affetto sensibile; questi sentimenti però erano talmente conformi e consoni alla volontà umana ricolma di carità divina, e con lo stesso amore infinito che il Figlio ha in comune con il Padre e lo Spirito Santo, che mai tra questi tre amori si interpose alcunché di contrario e di discorde (Summa theol., III, q. 15, a. 4; q. 18, a. 6: ed. Leon., t. XI, 1903, pp. 189 et 237).
Tuttavia il fatto che il Verbo di Dio abbia assunto una natura umana vera e perfetta, e si sia plasmato e modellato un cuore di carne che, non meno del nostro, fosse capace di soffrire e di essere trafitto, questo fatto, diciamo, se non è posto e considerato nella luce che emana non solo dall'unione ipostatica e sostanziale, ma anche dall'umana redenzione, che è per cosi dire il complemento di quella, potrebbe ad alcuni apparire "scandalo" e "stoltezza", come infatti tale sembrò "Cristo crocifisso" ai giudei e ai gentili (cf. 1Cor 1,23). Orbene, i documenti autentici della fede, perfettamente concordi con le divine Scritture, ci assicurano che il Figlio unigenito di Dio ha assunto la natura umana passibile e mortale in vista principalmente del sacrificio cruento della croce, che egli desiderava offrire allo scopo di compiere l'opera dell'umana salute. t questo del resto l'insegnamento espresso dell'Apostolo delle genti: "Poiché e chi santifica e i santificati provengono tutti da uno, è per questo che non ha scrupolo a chiamarli fratelli dicendo: "Annunzierò il tuo nome ai miei fratelli". E ancora: "Eccomi io e i figliuoli che Dio mi ha dato". Poiché dunque i figliuoli partecipano del sangue e della carne, anch'egli ne ebbe ugualmente parte. ... Ne deriva che egli in tutto doveva essere fatto simile ai suoi fratelli, per diventare misericordioso e fedele sacerdote nelle cose divine, affinché fossero espiate le colpe del popolo. Proprio per il fatto di essere stato lui provato e avere sofferto, per questo può venire in aiuto a quelli che sono nella prova" (Eb 2,11-14.17-18).

3. La testimonianza dei santi padri in favore degli affetti sensibili del Verbo incarnato

I santi padri, veridici testimoni della divina rivelazione, compresero molto bene, dietro il chiaro insegnamento dell'apostolo Paolo, che il mistero dell'amore divino è in pari tempo il fondamento e il culmine sia dell'incarnazione, sia della redenzione. Infatti nei loro scritti sono frequenti e luminosi i passi nei quali si legge che lo scopo per cui Gesù Cristo assunse una natura umana integra e un corpo caduco e fragile come il nostro, fu appunto quello di provvedere alla nostra salvezza e di manifestare a noi nel modo più evidente il suo amore infinito, compreso quello sensibile.
S. Giustino, quasi facendo eco alle parole dell'Apostolo, scrive: "Noi adoriamo e amiamo il Verbo nato dall'ingenito e ineffabile Dio. Egli in verità si è fatto uomo per noi affinché, resosi partecipe delle nostre umane affezioni, recasse ad esse il rimedio" (Apol. 11, 13: PG 6, 465.). S. Basilio poi, il primo dei tre padri cappàdoci, afferma decisamente che gli affetti sensibili di Cristo furono a un tempo veri e santi: "Benché sia a tutti noto che il Signore ha assunto gli affetti naturali per confermare la realtà dell'incarnazione, vera e non fittizia; tuttavia egli respinse da sé gli affetti disordinati che inquinano la purezza della nostra vita, perché li ritenne indegni della sua incontaminata divinità" (Epist. 261, 3: PG 32, 972.). Anche per s. Giovanni Crisostomo, il più illustre decoro della chiesa antiochena, le emozioni sensibili cui andò soggetto il Redentore divino cooperarono mirabilmente a comprovare che egli aveva assunto una natura umana integra sotto ogni aspetto: "Infatti se egli non fosse stato della nostra natura, non avrebbe pianto per ben due volte" (In Ioann., hom. 63, 2: PG 59, 350.). Fra i padri latini meritano di essere ricordati coloro che la chiesa onora oggi tra i principali suoi dottori. Così s. Ambrogio vede nell'unione ipostatica la sorgente naturale degli affetti e commozioni sensibili cui andò soggetto il Verbo di Dio fatto uomo: "Pertanto, poiché egli assunse l'anima, ne assunse parimenti le passioni; in quanto Dio infatti, com'egli era, non avrebbe potuto né turbarsi né morire" (De fide ad Gratianum, 11, 7, 56: PL 16, 594.). Anche s. Girolamo dall'esistenza3. La testimonianza dei santi padri in favore degli affetti sensibili del Verbo incarnato
I santi padri, veridici testimoni della divina rivelazione, compresero molto bene, dietro il chiaro insegnamento dell'apostolo Paolo, che il mistero dell'amore divino è in pari tempo il fondamento e il culmine sia dell'incarnazione, sia della redenzione. Infatti nei loro scritti sono frequenti e luminosi i passi nei quali si legge che lo scopo per cui Gesù Cristo assunse una natura umana integra e un corpo caduco e fragile come il nostro, fu appunto quello di provvedere alla nostra salvezza e di manifestare a noi nel modo più evidente il suo amore infinito, compreso quello sensibile.
S. Giustino, quasi facendo eco alle parole dell'Apostolo, scrive: "Noi adoriamo e amiamo il Verbo nato dall'ingenito e ineffabile Dio. Egli in verità si è fatto uomo per noi affinché, resosi partecipe delle nostre umane affezioni, recasse ad esse il rimedio" (Apol. 11, 13: PG 6, 465.). S. Basilio poi, il primo dei tre padri cappàdoci, afferma decisamente che gli affetti sensibili di Cristo furono a un tempo veri e santi: "Benché sia a tutti noto che il Signore ha assunto gli affetti naturali per confermare la realtà dell'incarnazione, vera e non fittizia; tuttavia egli respinse da sé gli affetti disordinati che inquinano la purezza della nostra vita, perché li ritenne indegni della sua incontaminata divinità" (Epist. 261, 3: PG 32, 972.). Anche per s. Giovanni Crisostomo, il più illustre decoro della chiesa antiochena, le emozioni sensibili cui andò soggetto il Redentore divino cooperarono mirabilmente a comprovare che egli aveva assunto una natura umana integra sotto ogni aspetto: "Infatti se egli non fosse stato della nostra natura, non avrebbe pianto per ben due volte" (In Ioann., hom. 63, 2: PG 59, 350.). Fra i padri latini meritano di essere ricordati coloro che la chiesa onora oggi tra i principali suoi dottori. Così s. Ambrogio vede nell'unione ipostatica la sorgente naturale degli affetti e commozioni sensibili cui andò soggetto il Verbo di Dio fatto uomo: "Pertanto, poiché egli assunse l'anima, ne assunse parimenti le passioni; in quanto Dio infatti, com'egli era, non avrebbe potuto né turbarsi né morire" (De fide ad Gratianum, 11, 7, 56: PL 16, 594). Anche s. Girolamo dall'esistenza in Cristo di quelle affezioni sensibili trae l'argomento più persuasivo per asserire che egli aveva realmente assunta l'umana natura: Il Signore nostro, per manifestare che aveva veramente unita alla sua persona la natura dell'uomo, soggiacque veramente alla tristezza (cf. Super Matth. 26, 37: PL 26, 205). Sant'Agostino poi in modo particolare rileva l'intimo nesso che esiste tra le affezioni sensibili del Verbo incarnato e il fine dell'umana redenzione: "Ora il Signore Gesù assunse questi sentimenti della fragile natura umana, come la carne stessa che fa parte della inferma natura dell'uomo e la morte dell'umana carne, non spinto dal bisogno della sua condizione (divina), ma stimolato dalla sua libera volontà di usarci misericordia; allo scopo cioè di offrire in se stesso, al suo corpo che è la chiesa, di cui si degnò farsi capo, vale a dire, alle sue membra che sono i suoi santi e i suoi fedeli, il modello da imitare. In modo che se ad alcuno di loro, sotto l'assalto delle umane tentazioni, accadesse di rattristarsi e soffrire, non per questo stimasse di essersi sottratto all'influsso della sua grazia; e comprendesse che tali afflizioni non sono peccati, ma solo indizi dell'umana passibilità. Così il suo mistico corpo, simile a un coro di voci che s'accorda a quella di chi dà l'intonazione, avrebbe imparato dal suo proprio capo" (Enarr. in Ps. 87, 3: PL 37, 1111). Più concisamente, ma non meno efficacemente, manifestano la dottrina della chiesa i seguenti testi di san Giovanni Damasceno: "Certamente Dio mi ha assunto tutto, e tutto si è unito a tutto, affinché recasse la salvezza a tutto l'uomo. Poiché altrimenti non avrebbe potuto essere sanato, ciò che non fosse stato assunto" (De fide orth. 111, 6: PG 94, 1006). "Cristo, dunque, assunse tutto, per tutto santificare" (De fide orth., 111, 20: PG 94, 1081).

4. Simbolismo naturale del cuore di Gesù affermato velatamente nella s. Scrittura e nei santi padri

Bisogna tuttavia riconoscere che né gli autori sacri, né i padri della chiesa, sia nei testi riferiti sia in molti altri simili, che non abbiamo riportato, pur affermando chiaramente che Gesù Cristo fosse dotato di affezioni, che commovevano il suo animo, e pur mettendo in stretto rapporto l'assunzione dell'umana natura con lo scopo della nostra eterna salvezza prefissosi da Cristo, mai pongono in esplicito rilievo il nesso esistente tra gli affetti e il cuore fisico del Salvatore, così da indicare in esso espressamente il simbolo del suo amore infinito. Ma, se gli evangelisti e gli altri sacri scrittori non ci rivelano direttamente gli affetti vari che nel ritmo pulsante del cuore del Redentore nostro, non meno vivo e sensibile dei nostro, dovettero indubbiamente produrre le passioni del suo animo e il ridondante amore della sua duplice volontà, divina e umana, essi mettono però in evidenza l'amore e tutti gli altri sentimenti con esso connessi, cioè il desiderio, la letizia, la tristezza, il timore, l'ira, secondo che si manifestavano attraverso il suo sguardo, le parole, i gesti. E certamente il volto del nostro Salvatore adorabile fu certamente indice e quasi specchio fedelissimo di quelle affezioni, che, commovendo in vari modi il suo animo, a somiglianza di onde che si ripercuotono sulle opposte rive, raggiungevano il suo cuore santissimo e ne eccitavano i battiti. In verità, anche a proposito di Cristo, vale quanto l'angelico Dottore, ammaestrato dalla comune esperienza, osserva in materia di psicologia umana e dei fenomeni a essa connessi: "Il turbamento dell'ira raggiunge anche le membra esterne; e soprattutto si fa notare in quelle membra, nelle quali più apertamente si riflette l'influsso del cuore, come negli occhi, nel volto e nella lingua" (Summa theol., I-II, q. 48, a. 4: ed. Leon., t. VI, 1891, p. 306).
A buon diritto, dunque, il cuore del Verbo incarnato è considerato come il principale indice e simbolo di quel triplice amore, col quale il divino Redentore ha amato e continuamente ama l'eterno Padre e l'umanità. Esso, cioè, è anzitutto il simbolo di quell'amore divino, che egli ha comune con il Padre e con lo Spirito Santo, ma che soltanto in lui, perché Verbo fatto carne, si manifesta a noi attraverso il fragile e caduco corpo umano, "poiché in esso abita corporalmente tutta la pienezza della divinità" (Col 2,9). Inoltre, il cuore di Cristo è il simbolo di quell'ardentissima carità che, infusa nella sua anima, costituisce la preziosa dote della sua volontà umana e i cui atti sono illuminati e diretti da una duplice perfettissima scienza, la beata e l'infusa (cf. Summa theol., III, q. 9, aa. 1-3: ed. Leon., t. XI, 1903, p. 142). Finalmente - e ciò in modo ancor più diretto e naturale - il cuore di Gesù è il simbolo del suo amore sensibile, giacché il corpo di Gesù Cristo, plasmato nel seno castissimo della Vergine Maria, per opera dello Spirito Santo, supera in perfezione e quindi in capacità percettiva ogni altro organismo umano (cf. Summa theol, III, q. 33, a. 2 ad 3; q. 46, a. 6: ed. Leon., t. XI, 1903, pp. 342 et 433).
Edotti allora dai sacri testi e dagli autentici documenti della fede cattolica sulla perfetta consonanza e armonia regnante nell'anima santissima di Gesù Cristo, e sull'aver egli manifestamente diretto al fine della nostra Redenzione il triplice amore, noi possiamo con ogni sicurezza contemplare e venerare nel cuore del divin Redentore l'immagine eloquente della sua carità e il documento dell'avvenuta nostra redenzione, come pure quasi la mistica scala per salire all'amplesso di "Dio Salvatore nostro" (Tt 3,4). Perciò nelle sue parole, negli atti, negli insegnamenti, nei miracoli e specialmente nelle opere che più luminosamente testimoniano il suo amore per noi - come l'istituzione della divina Eucaristia, la sua dolorosa passione e morte, la donazione della sua santissima Madre, la fondazione della chiesa, la missione dello Spirito sugli apostoli e su tutti i credenti - in tutte queste opere, ripetiamo, noi dobbiamo ammirare altrettante testimonianze del suo triplice amore; e meditare con animo pieno d'amore i battiti del suo cuore, con i quali sembrò che egli misurasse gli attimi di tempo dei suo pellegrinaggio terreno, fino al supremo istante, in cui, come ci attestano gli evangelisti, "dopo aver di nuovo gridato con gran voce, disse: t compiuto. E chinato il capo, rese lo spirito" (Mt 27,50; Gv 19,30). Allora il battito del suo cuore si arrestò, e il suo amore sensibile rimase come sospeso fino all'istante della risurrezione gloriosa. Unitasi quindi nuovamente l'anima del Redentore vittorioso della morte al suo corpo glorificato, il cuore suo sacratissimo riprese il suo battito regolare e da allora non ha mai cessato né cesserà di significare con ritmo ormai divenuto per sempre calmo e imperturbabile, il triplice amore che vincola il Figlio di Dio al suo celeste Padre e all'intera comunità umana, di cui è, con pieno diritto, il mistico Capo.

III. PARTECIPAZIONE ATTIVA E PROFONDA DEL CUORE DI GESÙ ALLA MISSIONE SALVIFICA

1. Il cuore di Gesù simbolo di perfettissimo amore: sensibile, spirituale umano e divino, durante la vita terrena dei Salvatore

E ora, venerabili fratelli, per cogliere più abbondanti frutti da queste nostre tanto consolanti riflessioni, indugiamoci alquanto nella contemplazione dell'intima partecipazione avuta dal cuore del Salvatore nostro Gesù Cristo alla sua vita affettiva umana e divina, durante il periodo della sua vita terrena e della partecipazione che esso ha al presente e avrà per tutta l'eternità. Principalmente dalle pagine del Vangelo risplenderà quella luce che inondandoci e fortificandoci, ci metterà in grado di inoltrarci nel santuario di questo cuore divino, dove potremo ammirare con l'Apostolo delle genti "l'immensa ricchezza della grazia [di Dio], nella benignità verso di noi in Gesù Cristo" (Ef 2,7).
Palpita d'amore il cuore adorabile di Gesù Cristo, all'unisono con il suo amore umano e divino, quando, come ci rivela l'apostolo, non appena la vergine Maria ha pronunziato il suo magnanimo fiat, il Verbo di Dio, "entrando nel mondo, dice: "Tu non hai voluto sacrificio né offerta, ma mi hai preparato un corpo; olocausti per il peccato non gradisti: allora dissi: Ecco io vengo (come all'inizio del libro è scritto di me) per compiere, o Dio, la tua volontà". E per questa volontà noi siamo santificati per l'offerta del corpo di Gesù Cristo (fatta) una volta" (Eb 10,5-7. 10). Palpitava altresì d'amore il cuore del Salvatore, sempre in perfetta armonia con gli affetti della sua volontà umana e con il suo amore divino; quando egli intesseva celestiali colloqui con la sua dolcissima madre, nella casetta di Nazaret, e col suo padre putativo s. Giuseppe cui obbediva prestandosi come fedele collaboratore nel faticoso mestiere dei falegname. Parimenti palpitava di quel triplice amore nelle sue continue peregrinazioni apostoliche; nel compiere gli innumerevoli prodigi di onnipotenza, con i quali o risuscitava i morti, o ridonava la salute a ogni sorta di infermi; nel sopportare le fatiche; nel tollerare il sudore, la fame, la sete; nelle veglie notturne trascorse in preghiera al cospetto dei celeste suo Padre; e finalmente nel pronunziare i discorsi, e nel proporre e spiegare le parabole, specialmente quelle che più ci parlano della sua misericordia, come la parabola della dramma perduta, della pecorella smarrita e del figliol prodigo. E veramente in queste parole e in queste azioni, come osserva s. Gregorio Magno, si è manifestato il cuore di Dio: "Intuisci il cuore di Dio nelle parole di Dio, affinché più ardente possa esperimentare l'attrattiva dei beni eterni" (Registr. epist., lib. IV, ep. 31 ad Theodorum medicum: PL 77, 706).
Palpitava ancor più d'amore il cuore di Gesù Cristo, quando dalle sue labbra uscivano accenti ispirati a un ardentissimo amore. Così, ad esempio, quando dinanzi allo spettacolo di turbe stanche e affamate esclamava: "Ho compassione di questo popolo" (Mc 8,2); e, nel rimirare la prediletta città di Gerusalemme, accecata dai suoi peccati e perciò votata all'estrema rovina, le rivolgeva questo rimprovero: "Gerusalemme, Gerusalemme, che uccidi i profeti e lapidi quelli che ti sono mandati, quante volte io pure volli adunare i tuoi figlioli come la gallina raduna i suoi pulcini sotto le ali e tu non hai voluto!" (Mt 23,37). Il suo cuore palpitava ancora di amore verso il Padre e di santo sdegno nel vedere il sacrilego commercio che si faceva nel tempio, a causa del quale rivolse ai profanatori queste severe parole: "Sta scritto: La mia casa sarà chiamata casa di orazione, e voi l'avete ridotta una spelonca di ladri" (Mt 21,13).
Ma di speciale amore e di timore palpitò il cuore di Gesù nell'imminenza dell'ora della passione, allorché, provando naturale ripugnanza dinanzi al dolore e alla morte ormai incombenti, esclamò: "Padre mio, se è possibile passi da me questo calice!" (Mt 26,39); palpitò poi d'invitto amore e di intensa afflizione quando, al bacio del traditore egli oppose quelle ultime sublimi parole, che suonarono come un ultimo invito rivolto dal misericordiosissimo suo cuore all'amico che con animo empio, fedifrago e sommamente ostinato si accingeva a consegnarlo nelle mani dei carnefici: "Amico, a che sei venuto? Con un bacio tradisci il Figlio dell'uomo?" (Mt 26,50; Lc 22,48); palpiti invece di tenero amore e di profonda commiserazione furono quelli che commossero il cuore del Salvatore, quando alle pie donne, che ne compiangevano l'immeritata condanna al tremendo supplizio della croce, diresse queste parole: "Figlie di Gerusalemme, non piangete su di me, ma piangete su voi stesse e sui vostri figli. ... Perché se si tratta così il legno verde, che ne sarà del secco?" (Lc 23,28.31).
Ma è soprattutto sulla croce che il divin Redentore sente il suo cuore, divenuto quasi torrente impetuoso, ridondare dei sentimenti più vari, cioè di amore ardentissimo, di angoscia, di misericordia, di acceso desiderio, di quiete serena, come ci manifestano apertamente le seguenti sue parole: "Padre, perdona loro, perché non sanno quello che fanno" (Lc 23,34); "Dio mio, Dio mio, perché mi hai abbandonato?" (Mt 27,46); "Ti dico in verità, oggi sarai con me in paradiso" (Lc 23,43); "Ho sete" (Gv 19,28); "Padre, nelle tue mani raccomando lo spirito mio" (Lc 23,46).

2. L'Eucaristia, la Vergine madre, il sacerdozio: doni del cuore amantissimo di Gesù

E chi potrebbe degnamente descrivere i palpiti del cuore divino del Salvatore, indizi certi del suo infinito amore, nei momenti in cui egli offriva all'umanità i suoi doni più preziosi: se stesso nel sacramento dell'Eucaristia, la sua santissima madre e il sacerdozio?
Ancor prima di mangiare l'ultima cena con i suoi discepoli, al solo pensiero dell'istituzione del sacramento del suo corpo e del suo sangue, la cui effusione avrebbe sancito la nuova Alleanza, il cuore di Gesù aveva avuto fremiti d'intensa commozione, da lui rivelati agli Apostoli con queste parole: "Ho desiderato ardentemente di mangiare questa Pasqua con voi, prima di patire" (Lc 22,15); ma la sua commozione dovette raggiungere il colmo, allorché "prese del pane, rese grazie, lo spezzò e lo diede loro dicendo: Questo è il mio corpo, dato per voi. Fate questo in memoria di me. Similmente, dopo la cena, diede la coppa dicendo: Questo calice è il nuovo patto nel sangue mio, che sarà sparso per voi" (Lc 22,19-20).
Si può quindi affermare a buon diritto che la divina Eucaristia, sia come sacramento sia come sacrificio, di cui egli stesso è dispensatore e immolatore, "da dove sorge il sole fin dove tramonta" (Mal 1,11), come pure il sacerdozio sono doni palesi del cuore sacratissimo di Gesù.
Ma anche Maria, l'alma madre di Dio e madre nostra amantissima, è, come dicemmo, un dono preziosissimo dei cuore sacratissimo di Gesù. Era giusto infatti che colei, che era stata la genitrice del Redentore nostro secondo la carne, e a lui era stata associata nell'opera di rigenerazione dei figli di Eva alla vita della grazia, fosse da Gesù stesso proclamata madre spirituale dell'intera umanità. Ben a ragione quindi scrive di lei sant'Agostino: "Indubbiamente ella è madre delle membra del Salvatore, che siamo noi, poiché con la sua carità ha cooperato affinché avessero la vita nella chiesa i fedeli, che di quel capo sono le membra" (De sancta virginitate, VI: PL 40, 399).
All'incruento dono di sé, poi, sotto le specie del pane e del vino, il Salvatore nostro Gesù Cristo volle aggiungere, come suprema testimonianza della sua profonda, infinita dilezione, il sacrificio cruento della croce. Così facendo, egli dava l'esempio di quella sublime carità, che aveva indicato ai suoi discepoli come meta finale dell'amore con queste parole: "Nessuno ha un amore più grande di questo, di uno che dia la vita per i suoi amici" (Gv 15,13). Pertanto l'amore di Gesù Cristo Figlio di Dio svela con il sacrificio del Golgota, e nel modo più eloquente, l'amore stesso di Dio: "Da questo abbiamo conosciuto l'amore di Dio, perché egli ha dato la sua vita per noi, e così noi dobbiamo dare la nostra vita per i fratelli" (1Gv 3,16). E in realtà il nostro divin Redentore è stato confitto al legno della croce più dal suo amore che dalla violenza dei suoi carnefici; e il suo volontario olocausto è il dono supremo che il suo Cuore ha fatto a ogni singolo uomo, secondo l'incisiva sentenza dell'apostolo: "Il Figlio di Dio mi ha amato e ha dato se stesso per me" (Gal 2,20).

3. La chiesa e i sacramenti sono doni dei cuore di Gesù

Non vi può essere dunque alcun dubbio che il cuore sacratissimo di Gesù, compartecipe così intimo della vita del Verbo incarnato, e perciò assunto quasi a strumento congiunto della Divinità, non meno delle altre membra dell'umana natura, nel compimento di tutte le sue opere di grazia e di divina onnipotenza (cf. Summa theol., III, q. 19, a. 1: ed. Leon., t. XI, 1903, p. 329), sia anche divenuto il simbolo legittimo di quella immensa carità, che spinse il Salvatore nostro a celebrare nel sangue il suo mistico matrimonio con la chiesa: "Egli ha accettato la passione, per l'ardente desiderio che aveva di unire a sé la chiesa come sua sposa" (Summa theol., Suppl., q. 42, a. 1 ad 3: ed. Leon., t. XII, 1906, p. 81). La Chiesa quindi, vera ministra del sangue della redenzione, è nata dal cuore trafitto del Redentore; e dal medesimo è parimenti sgorgata in sovrabbondante copia la grazia dei sacramenti, che trasfonde nei figli della chiesa la vita eterna, come ben ci ricorda la sacra liturgia: "Dal cuore trafitto nasce la chiesa a Cristo congiunta. ... Tu, che dal tuo cuore fai sgorgare la grazia" (Hymn, ad Vesp. Festi Ss.mi Cordis Iesu). Di questo simbolismo, non ignoto nemmeno agli antichi padri e scrittori ecclesiastici, il Dottore comune, facendosi loro fedele interprete, scrive: "Dal lato di Cristo sgorgarono l'acqua, simbolo di spirituale abluzione e il sangue, simbolo di redenzione. Perciò il sangue ben si addice al sacramento dell'Eucaristia; l'acqua, invece al sacramento del battesimo, che però mutua la sua virtù purificatrice dalla virtù del sangue di Cristo" (Summa theol., III, q. 66, a. 3 ad 3u': ed. Leon., t. XII, 1906, p. 65). Quanto è stato qui scritto del lato di Cristo, trafitto e aperto dal soldato, deve similmente dirsi del suo cuore, raggiunto dal colpo di lancia, vibrato proprio allo scopo di accertare la morte di Gesù Cristo crocifisso. Pertanto, la ferita del cuore sacratissimo di Gesù, ormai spirato, doveva rimanere nei secoli la vivida immagine di quella spontanea carità, che aveva indotto Dio stesso a dare il suo Unigenito per la redenzione degli uomini, e con la quale Cristo amò noi tutti con amore sì veemente, da offrirsi come vittima di immolazione cruenta sul Calvario: "Cristo amò noi, e diede se stesso per noi, oblazione e sacrificio a Dio, profumo di soave odore" (Ef 5,2).

4. Il cuore di Gesù simbolo dei suo triplice amore per l'umanità nella vita gloriosa

Dopo che il Salvatore nostro ascese al cielo e si assise alla destra del Padre nello splendore della sua umanità glorificata, non ha cessato di amare la chiesa, sua sposa, anche con quell'ardentissimo amore che palpita nel suo cuore. Egli, infatti, ascese al cielo recando nelle ferite delle mani, dei piedi e del costato i trofei luminosi della sua triplice vittoria: sul demonio, sul peccato e sulla morte; e recando altresì nel suo cuore, come riposti in un preziosissimo scrigno gli immensi tesori di meriti, frutti di quel medesimo suo triplice trionfo che adesso dispensa in larga copia al genere umano redento. t questa la verità consolante, di cui si fa assertore, l'Apostolo delle genti, quando scrive: "Ascendendo in alto portò via schiava la schiavitù, dette donativi agli uomini… . Colui che discese è lo stesso che ascese sopra tutti i cieli, affinché riempisse tutte le cose" (Ef 4,8.10).

5. I doni dello Spirito Santo sono anche doni del cuore adorabile di Gesù

La donazione dello Spirito Santo, fatta ai discepoli, è il primo segno perspicuo della munifica carità del Salvatore dopo la sua trionfale ascensione alla destra del Padre. Infatti, dopo dieci giorni lo Spirito paraclito dato dal Padre discende sugli Apostoli radunati nel cenacolo, secondo quanto Gesù aveva promesso nell'ultima cena: "Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Paraclito perché rimanga in eterno con voi" (Gv 14,16). Il quale Spirito paraclito essendo l'amore mutuo personale, con il quale il Padre ama il Figlio e il Figlio il Padre, da ambedue è inviato e sotto il simbolo di lingue di fuoco investe gli animi dei discepoli con l'abbondanza della divina carità e degli altri celesti carismi. Ma questa infusione di suprema carità emana anche dal cuore del Salvatore nostro, "in cui sono nascosti tutti i tesori della sapienza e della scienza" (Col 2,3). Questa carità pertanto è dono a un tempo dei cuore di Gesù e del suo Spirito. A questo comune Spirito del Padre e del Figlio si devono in primo luogo e l'origine della chiesa e la sua mirabile propagazione in mezzo a tutte le genti pagane, prima contagiate dall'idolatria, dall'odio fraterno, dalla corruzione dei costumi e dalla violenza. t la carità divina, dono preziosissimo del cuore di Cristo e del suo Spirito, che ha ispirato agli apostoli e ai martiri la fortezza eroica nel predicare e nel testimoniare la verità del Vangelo, sino all'effusione del sangue; ai dottori della chiesa lo zelo ardente per la chiarificazione e la difesa della fede cattolica; ai confessori la pratica delle più elette virtù e il compimento delle imprese più utili e più ammirabili, proficue alla propria santificazione e alla salute temporale e eterna del prossimo; alle vergini, infine, la rinunzia pronta e gioiosa a tutte le delizie dei sensi allo scopo di consacrarsi unicamente all'amore del celeste Sposo. A questa divina carità, che ridondando dal cuore del Verbo incarnato si riversa per opera dello Spirito Santo negli animi di tutti i credenti, l'apostolo delle genti scioglie quell'inno di vittoria che celebra in pari tempo il trionfo di Gesù Cristo capo e dei membri del suo mistico corpo su quanto ostacola l'instaurazione del regno divino dell'amore fra gli uomini: "Chi ci separerà dall'amore di Cristo? La tribolazione o l'angoscia o la fame o la nudità o il pericolo o la persecuzione o la spada?... Ma in tutte queste cose siamo più che vincitori per opera di colui che ci ha amati. Poiché io sono persuaso che né morte, né vita, né angeli, né principati, né virtù, né cose attuali, né future, né fortezza, né altezza, né profondità, né alcun'altra creatura potrà separarci dall'amore di Dio in Cristo Gesù Signor nostro" (Rm 8,35.37-39).

6. Il culto al cuore di Gesù è il culto della persona dei Verbo incarnato

Nulla dunque ci vieta di adorare il cuore sacratissimo di Gesù, in quanto è compartecipe e il simbolo naturale e più espressivo di quella inesausta carità, che il divin nostro Redentore nutre tuttora per il genere umano. Esso infatti, benché non sia più soggetto ai turbamenti della vita presente, è sempre vivo e palpitante, e in modo indissolubile è unito alla persona del Verbo di Dio e, in essa e per essa alla divina sua volontà. Perciò, essendo il cuore di Cristo ridondante di amore divino e umano, e ricolmo dei tesori di tutte le grazie, conquistati dal Redentore nostro con i meriti della sua vita, delle sue sofferenze e della sua morte, è senza dubbio la sorgente di quella perenne carità, che il suo spirito diffonde in tutte le membra del suo corpo mistico.
Nel cuore pertanto del Salvatore nostro vediamo in qualche modo riflessa l'immagine della divina persona dei Verbo, come pure l'immagine della sua duplice natura, l'umana cioè e la divina; e vi possiamo ammirare non soltanto il simbolo, ma anche quasi una sintesi di tutto il mistero della nostra redenzione. Adorando il cuore sacratissimo di Gesù, in esso e per esso noi adoriamo sia l'amore increato del Verbo divino, sia il suo amore umano con tutti gli altri suoi affetti e virtù, poiché e quello e questo spinse il nostro Redentore a immolarsi per noi e per tutta la chiesa sua sposa, conforme alla sentenza dell'Apostolo: "Cristo amò la chiesa e diede se stesso per lei per santificarla purificandola col lavacro dell'acqua mediante la parola di vita, per farsi comparire davanti la sua chiesa tutta gloriosa, affinché sia senza macchia, senza ruga o alcunché di simile, ma santa e immacolata" (Ef 5,25-27).
Come Cristo ha amato la chiesa, cosi egli l'ama tuttora intensamente con quel triplice amore di cui abbiamo parlato; ed è appunto questo amore che lo stimola a farsi nostro avvocato (cf. 1Gv 2,1), per conciliarci dal Padre grazie e misericordia, "essendo sempre vivo per intercedere in nostro favore" (Eb 7,25). Le preghiere che erompono dal suo inesauribile amore, dirette al Padre, non soffrono alcuna interruzione. Come "nei giorni della sua vita nella carne" (Eb 5,7), così ora che è trionfante nei cieli, egli supplica il Padre celeste con non minore efficacia; ed è a lui che "ha talmente amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito affinché chiunque crede in lui non perisca, ma abbia la vita eterna" (Gv 3,16), egli mostra il suo cuore vivo e ferito dall'amore, ben più profondamente che non lo sia stato, ormai esanime, dal colpo di lancia del soldato romano: "Per questo è stato trafitto (il tuo cuore): affinché, attraverso la ferita visibile, vedessimo la ferita invisibile dell'amore" (S. BONAVENTURA, Opusc. X: Vitis mystica, c. III, 5: Opera Omnia, Ad Claras Aquas (Quaracchi) 1898, t. VIII, p. 164; cf. S. THOMAS, Summa theol., III, q. 54, a. 4: ed. Leon., t. XI, 1903, p. 513).
Non vi può essere dunque alcun dubbio che, supplicato da tanto avvocato e con si veemente amore, il Padre celeste, "che non risparmiò il proprio Figlio ma lo diede per tutti noi" (Rm 8,32), profonderà incessantemente su tutti gli uomini le sue grazie divine.

IV. NASCITA E PROGRESSIVO SVILUPPO DEL CULTO AL CUORE DI GESÙ

1. Albori del culto al cuore di Gesù nella devozione alle piaghe sacrosante della passione

Abbiamo voluto, venerabili fratelli, proporre alla considerazione vostra e del popolo cristiano, per sommi capi, l'intima natura e le perenni ricchezze del culto al cuore sacratissimo di Gesù, richiamandoci alla dottrina della divina rivelazione come alla sua primaria sorgente. Siamo pertanto convinti che queste nostre riflessioni, dettateci dall'insegnamento stesso del Vangelo, abbiano chiaramente mostrato come questo culto si identifichi, in sostanza, col culto all'amore divino e umano del Verbo incarnato e, finalmente, col culto all'amore stesso che anche il Padre e lo Spirito Santo nutrono verso gli uomini peccatori. Poiché, come osserva l'angelico Dottore, la carità dell'augusta Trinità sta al principio e alle origini del mistero dell'umana redenzione, in quanto, influendo essa potentemente sulla volontà di Gesù Cristo, e ridondando abbondantissimamente quindi nel suo cuore adorabile, gli ispirò un identico amore, che l'indusse a dare generosamente il suo sangue, per riscattarci dalla servitù del peccato (cf. Summa theol., III, q. 48, a. 5: ed. Leon., t. XI, 1903, p. 467): "Io devo ancora essere battezzato con un battesimo, e come sono angustiato finché esso non si compia" (Lc 12,50).
È peraltro nostra persuasione che il culto tributato all'amore di Dio e di Gesù Cristo verso il genere umano, mediante il simbolo augusto del cuore trafitto del Redentore crocifisso, non sia mai stato completamente assente dalla pietà dei fedeli, benché abbia avuto la sua chiara manifestazione e la sua mirabile propagazione nella chiesa in tempi da noi non molto remoti, soprattutto dopo che il Signore stesso si degnò di scegliere alcune anime predilette, cui svelò i segreti divini di questo culto e che egli elesse a messaggere del medesimo, dopo averle ricolmate in gran copia di grazie speciali.
Sempre, infatti, vi sono state anime sommamente a Dio devote, le quali, ispirandosi agli esempi dell'eccelsa madre di Dio, degli apostoli e di illustri padri della chiesa, hanno tributato all'umanità santissima di Cristo, e in modo speciale alle ferite, aperte nel suo corpo dai tormenti della salutifera passione, il culto di adorazione, di ringraziamento e di amore.
Del resto, come non riconoscere nelle parole stesse: "Signore mio e Dio mio" (Gv 20,28), pronunziate dall'apostolo Tommaso e rivelatrici della sua improvvisa trasformazione da incredulo in fedele, un'aperta professione di fede, di adorazione e di amore, che dall'umanità piagata del Salvatore si elevava sino alla maestà della divina Persona?
Se però il cuore trafitto del Redentore dovette sempre esercitare un potente stimolo al culto verso il suo amore infinito per il genere umano, poiché per i cristiani di tutti i tempi hanno valore le parole del profeta Zaccaria, dall'evangelista Giovanni riferite al Crocifisso: "Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto" (Gv 19,37; cf. Ze 12,10), è doveroso tuttavia riconoscere che soltanto gradualmente esso venne fatto oggetto di un culto speciale, come immagine dell'amore umano e divino del Verbo incarnato.

2. Il culto al s. Cuore nel medioevo e nei secoli seguenti

Volendo ora soltanto accennare alle tappe gloriose percorse da questo culto nella storia della pietà cristiana, occorre anzitutto ricordare i nomi di alcuni di coloro, che ben si possono considerare come gli antesignani di questa devozione; la quale, in forma privata, ma in modo graduale sempre più vasto, andò diffondendosi in seno agli istituti religiosi. Così, ad esempio, sono benemeriti del sorgere e dell'espandersi del culto al cuore sacratissimo di Gesù san Bonaventura, sant'Alberto Magno, santa Geltrude, santa Caterina da Siena, il beato Enrico Susone, san Pietro Canisio, san Francesco di Sales. A san Giovanni Eudes si deve la composizione del primo ufficio liturgico in onore al cuore sacratissimo di Gesù, la cui festa solenne fu per la prima volta celebrata, col beneplacito di molti vescovi della Francia, il 20 ottobre del 1672. Ma fra tutti i promotori di questa nobilissima devozione merita di essere posta in speciale rilievo santa Margherita Maria Alacoque, poiché al suo zelo, illuminato e coadiuvato da quello del suo direttore spirituale, il beato Claudio de la Colombière, si deve indubbiamente se questo culto, già così diffuso, ha raggiunto lo sviluppo che desta oggi l'ammirazione dei fedeli cristiani e ha rivestito le caratteristiche di omaggio, di amore e di riparazione, che lo distinguono da tutte le altre forme della pietà cristiana. (Cf. Litt. Enc. Miserentissimus Redemptor: AAS 20 (1928), pp. 167-168)
Basta questo rapido sguardo ai primordi e al graduale sviluppo del culto al cuore sacratissimo di Gesù, per renderci pienamente convinti che il suo mirabile progresso è dovuto anzitutto al fatto che esso fu trovato in tutto conforme all'indole della religione cristiana, che è la religione dell'amore. Tale culto, quindi, non può dirsi originato da rivelazioni private, né si deve pensare che esso sia apparso quasi all'improvviso nella vita della chiesa; ma è scaturito spontaneamente dalla viva fede e dalla fervida pietà, che anime elette nutrivano verso la persona del Redentore e verso quelle sue gloriose ferite che ne testimoniano nel modo più eloquente l'amore immenso dinanzi allo spirito contemplativo dei fedeli. Pertanto, le rivelazioni, di cui fu favorita santa Margherita Maria, non aggiunsero alcuna nuova verità alla dottrina cattolica. Ma la loro importanza consiste nel fatto che il Signore - mostrando il suo cuore sacratissimo - si degnò di attrarre in modo straordinario e singolare le menti degli uomini alla contemplazione e alla venerazione dell'amore misericordiosissimo di Dio per il genere umano. Infatti, mediante una così eccezionale manifestazione, Gesù Cristo espressamente e ripetutamente indicò il suo cuore come un simbolo atto a stimolare gli uomini alla conoscenza e alla stima del suo amore; e insieme lo costituì quasi segno e caparra di misericordia e di grazia per i bisogni spirituali della chiesa nei tempi moderni.

3. Approvazione pontificia della festa del s. Cuore

Del resto, una prova evidente che questo culto trae la sua linfa vitale dalle radici stesse del dogma cattolico è resa dall'approvazione della festa liturgica da parte della sede apostolica che ha preceduto quella degli scritti di santa Margherita Maria; in realtà, indipendentemente da ogni rivelazione privata, ma soltanto assecondando i voti dei fedeli, la Sacra Congregazione dei riti, con decreto emanato il 25 gennaio dell'anno 1765, e approvato dal nostro predecessore Clemente XIII il 6 febbraio dello stesso anno, concedeva all'episcopato della Polonia e all'arciconfraternita romana del S. Cuore la facoltà di celebrare la festa liturgica; col quale atto la Santa Sede volle che prendesse nuovo incremento un culto già vigente e florido, il cui scopo era quello di "ravvivare simbolicamente il ricordo dell'amore divino" (cf. A. GARDELLINI, Decreta authentica 1857, t. III, p. 174, n. 4579), che aveva indotto il Salvatore a farsi vittima di espiazione per i peccati degli uomini.
A questo primo riconoscimento ufficiale, dato sotto forma di privilegio e in forma limitata, un altro ne seguì a distanza quasi di un secolo, di importanza molto maggiore e in forma molto più solenne. Intendiamo parlare del decreto, già sopra menzionato, emanato dalla Sacra Congregazione dei riti il 23 agosto dell'anno 1856, con il quale il nostro predecessore Pio IX, di i.m., accogliendo il voto dei vescovi della Francia e di quasi tutto il mondo cattolico, estendeva alla chiesa intera la festa del cuore sacratissimo di Gesù, e ne prescriveva la degna celebrazione liturgica (cf. Decr. S. C. Rituum, apud N. NILLES, De rationibus festorum Sacratissimi Cordis Iesu et purissimi Cordis Mariae, Innsbruck 1885/5, t. 1, p. 167). Evento, questo, veramente meritevole di essere raccomandato al perenne ricordo dei fedeli, poiché, come ben si fa rilevare nella liturgia stessa di tale festività: "Da quel giorno il culto al cuore sacratissimo di Gesù, simile a un fiume straripante, superati tutti gli ostacoli, si sparse per tutto il mondo cattolico".
Da quanto siamo venuti esponendo appare evidente, venerabili fratelli, che è nei testi della s. Scrittura, della tradizione e della sacra liturgia, che i fedeli devono studiarsi principalmente di scoprire le sorgenti limpide e profonde del culto al cuore sacratissimo di Gesù, se desiderano penetrarne l'intima natura e trarre dalla pia meditazione intorno ad essa alimento ed incremento del loro religioso fervore. Grazie a questa assidua e altamente luminosa meditazione l'anima fedele non potrà non giungere a quella soave conoscenza della carità di Cristo, nella quale è riposta la pienezza della vita cristiana, come, edotto dalla propria esperienza, insegna l'apostolo quando scrive: "In vista di ciò io piego le ginocchia davanti al Padre del signore nostro Gesù Cristo… perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere dal suo Spirito fortemente corroborati nell'uomo interiore, e faccia sì che Cristo dimori nei vostri cuori per mezzo della fede, e voi, radicati e fortificati nell'amore, siate resi capaci ... di conoscere l'amore di Cristo che sorpassa ogni scienza, affinché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dio" (Ef 3,14.16-19). Di questa universale pienezza di Dio è appunto immagine splendidissima il cuore stesso di Gesù Cristo: pienezza cioè di misericordia, propria della nuova Alleanza, nella quale "apparve la benignità e l'amore per gli uomini del Salvatore nostro Dio" (Tt 3,4), poiché: "Dio non ha mandato il Figlio suo nel mondo per giudicare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui" (Gv 3,17).

4. Spiritualità e nobiltà del culto al s. Cuore di Gesù

Fu dunque costante persuasione della chiesa, maestra agli uomini di verità, fin da quando emanò i suoi primi atti ufficiali riguardanti il culto del cuore sacratissimo di Gesù, che gli elementi essenziali di esso, cioè gli atti di amore e di riparazione tributati all'amore infinito di Dio verso gli uomini, lungi dall'essere inquinati di materialismo e di superstizione, costituiscono una forma di pietà, in cui si attua perfettamente il culto quanto mai spirituale e veritiero, preannunziato dal Salvatore stesso nel suo colloquio con la samaritana: "Viene l'ora, ed è questa, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità. Tali sono appunto gli adoratori che il Padre domanda. Dio è spirito, e quelli che lo adorano lo devono adorare in spirito e verità" (Gv 4,23-24).
Non è pertanto giusto dire che la contemplazione del cuore fisico di Gesù impedisce il contatto più intimo con l'amore di Dio e che essa ritarda il progresso dell'anima sulla via che conduce al possesso delle più eccelse virtù. La chiesa respinge senz'altro questo falso misticismo, come per bocca del nostro predecessore Innocenzo XI, di f.m., ha condannato la dottrina di coloro che asserivano: "Non devono (le anime di questa via interiore) compiere atti di amore verso la beata Vergine, i santi o l'umanità di Cristo; poiché, essendo tali oggetti sensibili, anche l'amore che ad essi si porta è sensibile. Nessuna creatura e nemmeno la beata Vergine e i santi, devono albergare nel nostro cuore: poiché solo Dio lo vuole occupare e possedere" (INNOCENTIUS XI, Cost. apost. Coelestis Pastor (19.11.1687): Bullarium Romanum, Romae 1734, t. VIII, 443). Coloro che così pensano sono naturalmente del parere che il simbolismo del cuore di Cristo non si estenda oltre la significazione del suo amore sensibile e che quindi non possa costituire un nuovo fondamento del culto di latria, che è riservato soltanto a ciò che è essenzialmente divino. Ora una simile concezione del valore simbolico delle sacre immagini deve apparire ad ognuno del tutto falsa, perché essa ne coarta a torto il trascendente significato. Diversamente da costoro giudicano e insegnano i teologi cattolici, di cui esprime la comune sentenza s. Tommaso quando scrive: "Alle immagini viene tributato il culto religioso, non secondo la considerazione loro assoluta, in quanto cioè sono delle realtà a sé, ma in quanto sono immagini che ci conducono fino a Dio incarnato. Ora il movimento dell'animo che ha per oggetto l'immagine, in quanto è immagine, non si arresta ad essa, ma tende fino all'oggetto da essa rappresentato. Perciò, per il fatto che alle immagini di Cristo è tributato il culto religioso, non risulta un culto di latria essenzialmente diverso, né una distinta virtù di religione" (Summa theol., II-II, q. 81, a. 3 ad 3; ed. Leon., t. IX, 1897, p. 180). È dunque alla persona stessa del Verbo incarnato che termina il culto relativo tributato alle sue immagini, siano queste le reliquie della passione, o il simulacro che tutte le vince per valore espressivo, cioè il cuore trafitto di Cristo crocifisso.
Dall'elemento quindi corporeo, che è il cuore di Gesù Cristo, e dal suo naturale simbolismo è per noi legittimo e doveroso ascendere, sorretti dalle ali della fede, non soltanto alla contemplazione del suo amore sensibile, ma ancora più in alto, fino alla considerazione e all'adorazione dei suo altissimo amore infuso; finalmente, con un'ultima dolce e sublime ascesa, elevarci sino alla meditazione e all'adorazione dell'amore divino del Verbo incarnato. Alla luce, infatti, della fede, per la quale crediamo che nella persona di Cristo esiste il connubio tra la natura umana e la divina, la nostra mente è resa idonea a concepire gli strettissimi vincoli che esistono tra l'amore sensibile del cuore fisico di Gesù e il suo duplice amore spirituale, l'umano e il divino. In realtà, questi amori non devono semplicemente considerarsi come coesistenti nell'adorabile persona del divino Redentore, ma anche come tra loro congiunti con vincolo naturale, in quanto all'amore divino sono subordinati l'umano spirituale e sensibile, e questi due ultimi riflettono in sé medesimi la somiglianza analogica del primo. Non si pretende perciò di vedere e di adorare nel cuore di Gesù l'immagine cosiddetta formale, cioè il segno proprio e perfetto del suo amore divino, non essendo possibile che l'intima essenza di questo sia adeguatamente rappresentata da qualsiasi immagine creata; ma il fedele, venerando il cuore di Gesù, adora insieme con la chiesa il simbolo e quasi il vestigio della carità divina, la quale si è spinta fino ad amare anche col cuore del Verbo incarnato il genere umano, contaminato da tante colpe.
È necessario quindi tenere sempre presente, in questo così importante ma altrettanto delicato argomento, che la verità del simbolismo naturale, in virtù del quale il cuore fisico di Gesù entra in un nuovo rapporto con la persona del Verbo, riposa tutta sulla verità primaria dell'unione ipostatica; intorno a cui non si può nutrire alcun dubbio, se non si vogliono rinnovare gli errori, più volte dalla chiesa condannati, perché contrari all'unità di persona in Cristo, nella distinzione e integrità delle due nature.
Tale fondamentale verità ci fa comprendere come il cuore di Cristo sia il cuore di una persona divina, cioè del Verbo incarnato, e che pertanto rappresenta l'amore che egli ha avuto ed ha ancora per noi. È proprio per questa ragione che il culto da tributarsi al cuore sacratissimo di Gesù è degno di essere stimato come l'espressione ideale (absolutissima professio) di tutto il cristianesimo. Questa è, infatti, la religione di Gesù, tutta imperniata sull'Uomo-Dio mediatore, cosi che non si può giungere al cuore di Dio se non passando per il cuore di Cristo, conforme a quanto egli ha affermato: "Io sono la via, la verità e la vita. Nessuno viene al Padre se non per mezzo di me" (Gv 1416). Ciò presupposto, è facile concludere che il culto al cuore sacratissimo di Gesù non è in sostanza che il culto dell'amore che Dio ha per noi in Gesù, ed è insieme la pratica del nostro amore verso Dio e verso gli altri uomini. In altre parole, tale culto si propone l'amore di Dio come oggetto di adorazione, di azione di grazie e di imitazione; e inoltre considera la perfezione del nostro amore per Dio e per il prossimo come la meta da raggiungere mediante la pratica sempre più generosa del comandamento nuovo, lasciato dal divino Maestro agli Apostoli quasi in sacra eredità, allorché disse loro: "Io vi dò un comandamento nuovo: Amatevi gli uni gli altri, come io ho amato voi... Ecco il mio comandamento: Amatevi scambievolmente, come io ho amato voi" (Gv 13,34; 15,12). Comandamento veramente nuovo e proprio di Cristo, poiché, come osserva l'Aquinate: "La differenza tra il Nuovo e il Vecchio Testamento è tutta sommata in una breve parola; come infatti è detto in Geremia: "lo stringerò con la casa di Israele una nuova alleanza" (Ger 31,31). Che poi anche nel Vecchio Testamento si praticasse tale comandamento sotto l'impulso di un timore e di un amore santo, è da attribuirsi al Nuovo Testamento: perciò questo comandamento esisteva già nell'antica legge, non però come sua prerogativa, ma piuttosto come preludio e preparazione della nuova" (Comment. in Evang. S. Ioannis, c. XIII, lect. VII, 3: ed. Parmae, 1860, t. X, p. 541).

V. AMMONIMENTI ED ESORTAZIONI PER UNA PRATICA PIÙ ILLUMINATA E PIÛ ESTESA DEL CULTO AL CUORE SS. DI GESÙ

1. Invito a meglio comprendere e attuare le varie forme di devozione al Cuore di Gesù

Prima di por fine a così belle e consolanti riflessioni sull'autentica natura e singolare eccellenza del culto al cuore sacratissimo di Gesù, noi, pienamente consapevoli dell'ufficio apostolico affidato per la prima volta al beato Pietro, dopo che questi ebbe resa al Salvatore divino una triplice professione di amore, crediamo opportuno rivolgere a voi nuovamente, venerabili fratelli, e per mezzo vostro a quanti stimiamo nostri dilettissimi figli in Cristo, una parola di esortazione, affinché vi studiate di promuovere quest'eccellentissima devozione, dalla quale attendiamo copiosissimi frutti spirituali anche per i nostri tempi.
In realtà, se gli argomenti, sui quali si fonda il culto tributato al cuore trafitto di Gesù, saranno debitamente ponderati, dovrà ad ognuno apparire manifesto che non si tratta di una qualsiasi pratica di pietà, che sia lecito posporre ad altre o tenere in minor conto, ma di una forma di culto sommamente idoneo al raggiungimento della perfezione cristiana. Poiché, se "la devozione - secondo il suo concetto teologico tradizionale, espresso dall'angelico Dottore - non sembra essere altro che la pronta volontà di dedicarsi a quanto riguarda il servizio di Dio" (Summa theol., II-II, q. 82, a. 1: ed. Leon., t. IX. 1897, p. 187), quale servizio di Dio più obbligatorio e più necessario si può immaginare, e in pari tempo più nobile e dolce, di quello reso al suo amore9 E quale servizio si può inoltre pensare più gradito ed accetto a Dio di quello che consiste nell'omaggio alla carità divina, e che viene reso per amore, dal momento che ogni servizio reso liberamente è, in un certo senso, un dono, e "l'amore costituisce il primo dono, fonte di ogni donazione gratuita"? (Summa theol., I, q. 38, a. 2: ed. Leon.. t. IV, 1888, p. 393) È degna dunque di essere tenuta in grande onore quella forma di culto, grazie alla quale l'uomo è in grado di onorare e amare maggiormente Dio e di consacrarsi più facilmente e prontamente al servizio della divina carità; tanto più, poi, se si tiene presente che il Redentore stesso si è degnato di proporla e di raccomandarla al popolo cristiano, e i sommi pontefici con atti memorandi l'hanno protetta e ricolmata di grandi lodi. Farebbe pertanto cosa temeraria e perniciosa, e offensiva per Dio, chi nutrisse minore stima per un cosi insigne beneficio elargito da Gesù Cristo alla sua chiesa.
Stando così le cose, non vi può essere alcun dubbio per i fedeli, che, tributando il loro ossequio al cuore sacratissimo del Redentore, essi soddisfino in pari tempo al dovere grandissimo che hanno di servire Dio e di consacrare al loro Creatore e Redentore se stessi e tutta la propria attività, sia interna sia esterna, e in tal modo mettano in pratica il precetto divino: "Ama il Signore Dio tuo, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza" (Mc 12,30; Mt 22,37). Così facendo, i fedeli sono altresì sicuri di non avere come principale motivo della loro consacrazione al servizio divino alcun vantaggio personale corporale o spirituale, temporale o eterno, ma la stessa bontà di Dio, cui procurano di rendere ossequio con atti di amore, di adorazioni e di debite azioni di grazie. Se così non fosse, il culto al cuore sacratissimo di Gesù non risponderebbe più all'indole genuina della religione cristiana, poiché allora l'uomo non avrebbe in tale culto soprattutto di mira l'ossequio da rendere all'amore di Dio; e pertanto dovrebbero essere ritenute come giuste le accuse di eccessivo amore e di troppa sollecitudine di sé medesimi, mosse talvolta a coloro che mal comprendono o meno rettamente praticano una forma di devozione di per sé nobilissima. Si deve perciò ritenere da tutti fermamente che il culto al cuore sacratissimo di Gesù non consiste principalmente in devote pratiche esteriori, né esso deve essere ispirato anzitutto dalla speranza di propri vantaggi, poiché anche questi benefici il Salvatore divino li ha assicurati mediante private promesse, affinché gli uomini fossero spinti a compiere con maggiore fervore i principali doveri della religione cattolica e per ciò stesso provvedessero nel modo migliore al proprio spirituale vantaggio.
Sproniamo dunque tutti i nostri dilettissimi figli in Cristo a praticare con fervore questa devozione, sia coloro che già sono assuefatti ad attingere le acque salutari che sgorgano dal cuore del Redentore, sia specialmente coloro che, a guisa di spettatori, stanno tuttora osservando con animo curioso ed esitante questo consolante spettacolo. Riflettano essi attentamente che si tratta di un culto, come abbiamo sopra fatto osservare, che già da molto tempo si è diffuso nella chiesa e che affonda profondamente le sue radici nelle pagine stesse del Vangelo; di un culto, che apertamente si accorda con l'insegnamento della tradizione e della sacra liturgia e che gli stessi romani pontefici hanno esaltato con molteplici ed altissime lodi; né si contentarono essi di istituire la festa in onore al cuore augustissimo del Redentore e di estenderla alla chiesa universale, ma si fecero inoltre gli autori della solenne consacrazione del genere umano al sacratissimo cuore (cf. LEO XIII, Enc. Annum sacrum: Acta Leonis 19 (1900), p. 71s; Decr. S. C. Rituum, 28 iun. 1899: Decr. auth., III, n. 3712; PIUS XI, Enc. Miserentissimus Redemptor: AAS 20 (1928), p. 177s; Decr. S. C. Rituum, 29 ian. 1929: AAS 21 (1929), p. 77). Questo culto, finalmente, ha in suo favore una messe di copiosissimi e allietanti frutti spirituali che ne sono derivati alla chiesa, cioè: innumerevoli ritorni di anime alla pratica della religione cristiana, rinvigorimento della fede in molti spiriti, più intima unione dei fedeli col nostro amabilissimo Redentore; tutti questi frutti, soprattutto in questi ultimi decenni, sono apparsi in una forma esuberante e commovente.
Nel contemplare un sì meraviglioso spettacolo, costituito dalla pietà sempre più fervorosa e estesa di ogni ceto dei fedeli cristiani verso il cuore sacratissimo di Gesù, l'animo nostro si sente indubbiamente ricolmo di ineffabile conforto; e dopo aver rese le dovute grazie al Redentore nostro per i tesori infiniti e per la sua bontà, non possiamo tralasciare di esprimere la nostra paterna compiacenza a tutti coloro, sia chierici sia laici, che hanno cooperato efficacemente all'incremento di questo culto.

2. Massima utilità dei culto al s. Cuore per le necessità attuali della chiesa

Ma, venerabili fratelli, nonostante che la devozione verso il cuore sacratissimo di Gesù abbia prodotto copiosi frutti di spirituale rinnovamento nella vita cristiana, a nessuno può sfuggire che la chiesa militante in questo mondo, e soprattutto l'umano consorzio, non ha raggiunto quella perfezione morale, che risponda ai voti e ai desideri manifestati da Gesù Cristo, mistico sposo della chiesa e redentore del genere umano. Non pochi infatti sono i figli della chiesa che ne deturpano con numerose macchie e rughe quel volto, che in sé medesimi portano; non tutti i fedeli cristiani risplendono per santità di costumi, cui tuttavia sono divinamente chiamati; non tutti i peccatori sono ritornati alla casa paterna malamente abbandonata, per ivi rivestire la "veste più bella" (Lc 15,22) e ricevere l'anello, simbolo della propria fedeltà allo Sposo dell'anima loro; né tutti gli infedeli sono stati inseriti come membra nel corpo mistico di Cristo. E ciò non basta. Poiché, se da un lato il nostro animo è vivamente addolorato allo spettacolo della tiepidezza dei buoni, sedotti dai falsi amori del secolo, che raffreddano e finalmente estinguono la fiamma della divina carità nei loro cuori, dall'altro è ancor più rattristato nel rimirare le macchinazioni degli uomini empi, i quali, più che per il passato, sembrano eccitati dal nemico stesso infernale nel loro implacabile e aperto odio contro Dio, contro la chiesa, e specialmente contro colui, che sulla terra è il legittimo vicario del divino Redentore e rappresentante della sua carità presso gli uomini, secondo la ben nota sentenza del vescovo e dottore della chiesa di Milano: "(Pietro) è infatti interrogato su ciò di cui gli altri potevano dubitare, ma il Signore non dubita; il quale interroga non per imparare, ma per insegnare a colui che, dovendo egli salire al cielo, lasciava a noi come vicario del suo amore" (S. AMBROSIUS, Expos. in Ev. sec. Lucam, l. X, n. 175: PL 15, 1942).
In verità, l'odio contro Dio e contro i suoi legittimi rappresentanti è il delitto più nefando di cui si possa macchiare l'uomo, creato ad immagine e somiglianza di Dio e destinato al godimento della sua perfetta e perenne amicizia in cielo; infatti con l'odio contro Dio l'uomo si allontana completamente dal sommo Bene e viene spinto ad allontanare da sé e dai suoi simili tutto ciò che viene da Dio, con Dio unisce, e al godimento di Dio conduce: la verità, la virtù, la pace e la giustizia (cf. S. THOMAS, Summa theol., II-II, q . 34. a. 2: ed. Leon_ t. VIII, 1895, p. 274).
Orbene, nel vedere che, purtroppo, il numero di coloro che si professano nemici di Dio va oggi crescendo, e che i principi del materialismo teorico e pratico si vanno spargendo sempre di più; dinanzi allo spettacolo dell'esaltazione delle cupidigie più sfrenate, come meravigliarsi che si vada raffreddando nell'animo di molti la carità, che è la legge suprema della religione cristiana, il fondamento solidissimo della vera e perfetta giustizia, la sorgente sovrana della pace e delle caste delizie? Del resto il Salvatore stesso ha ammonito: "Per il moltiplicarsi delle iniquità si raffredderà la carità di molti" (Mt 24,12).

3. Il culto al s. cuore di Gesù, vessillo di salvezza anche per il mondo moderno

Dinanzi allo spettacolo di tanti mali, che oggi, più che nel passato, travagliano individui, famiglie, nazioni e il mondo intero, dove mai, venerabili fratelli, cercheremo il rimedio? Si potrà forse trovare una devozione più eccellente dei culto al cuore augustissimo di Gesù, più conforme all'indole propria della religione cattolica, più idonea a sovvenire le odierne necessità della chiesa e del genere umano? Ma, quale atto di omaggio religioso più nobile, più dolce, più salutare del culto sullodato, dal momento che esso è tutto rivolto alla stessa carità di Dio? (cf. Enc. Miserentissimus Redemptor: AAS 20(1928), p. 166) Finalmente, quale stimolo più potente della carità di Cristo - che la pietà verso il cuore sacratissimo di Gesù fomenta e accresce ogni giorno più - per spingere i fedeli alla perfetta osservanza della legge evangelica, senza la quale, come ammoniscono saggiamente le parole dello Spirito Santo: "Opera della giustizia sarà la pace" (Is 32,17), non è possibile instaurare la vera pace tra gli uomini?
Pertanto, seguendo l'esempio del nostro immediato predecessore, piace anche a noi di rivolgere a tutti i nostri dilettissimi figli in Cristo le parole ammonitrici con le quali Leone XIII, di i.m., al tramonto del secolo scorso, esortava tutti i fedeli cristiani e quanti sono sinceramente solleciti della propria salvezza, e di quella della civile società: "Ecco che oggi si offre agli sguardi un altro consolantissimo e divinissimo segno, vale a dire: il cuore sacratissimo di Gesù ... rilucente di splendidissimo candore in mezzo alle fiamme. In esso sono da collocarsi tutte le speranze: da esso è da implorare e attendere la salvezza dell'umanità" (Enc. Annum sacrum: Acta Leonis 19 (1900), p. 79; Enc. Miserentissimus Redemptor: AAS 20 (1928), p. 167).
È altresì vivissimo nostro desiderio che quanti si gloriano del nome di cristiani e intrepidamente combattono per stabilire il regno di Cristo nel mondo, stimino l'omaggio di devozione al cuore di Gesù come vessillo di unità, di salvezza e di pace. Però, nessuno pensi che con tale ossequio venga arrecato alcun pregiudizio alle altre forme di pietà, con le quali il popolo cristiano, sotto l'alta direzione della chiesa, onora il Redentore divino. Al contrario, una fervida devozione verso il cuore di Gesù alimenterà e promuoverà il culto alla sacratissima croce, come pure l'amore verso l'augustissimo sacramento dell'altare. E in verità possiamo asserire - ciò che del resto è anche mirabilmente illustrato dalle rivelazioni, di cui Gesù Cristo volle favorire santa Geltrude e santa Margherita Maria - che nessuno potrà capire adeguatamente Gesù crocifisso, se non colui a cui si schiudono i mistici penetrali del suo cuore. Né si potrà facilmente comprendere la forza dell'amore che ha spinto il Salvatore a farsi nostro spirituale alimento, se non coltivando una speciale devozione verso il cuore eucaristico di Gesù, il quale ci ricorda appunto, come ben si esprimeva il nostro predecessore di f.m. Leone XIII, "l'atto di suprema dilezione col quale il nostro Redentore, profondendo tutte le ricchezze del suo cuore, allo scopo di stabilire tra noi la sua dimora sino alla fine dei secoli, istituì l'adorabile sacramento dell'Eucaristia" (Litt. Apost. quibus Archisodalitas a Corde Eucharistico Iesu ad S. Ioachini de Urbe erigitur, 17 febr. 1903: Acta Leonis 22 (1903), p. 307s; cf. Enc. Mirae caritatis (28 maii 1902): Acta Leonis 22 (1903), p. 116). E, infatti, "l'Eucaristia non è da stimarsi una particella minima del suo cuore, tanto grande essendone stato l'amore coi quale ce l'ha donata" (S. ALBERTUS M., De Eucharistia, dist. VI, tr. 1, c. 1: Opera Omnia, ed. Borgnet, vol. 38, Parisiis 1890, p. 358).
Finalmente, mossi dal veemente desiderio di opporre validi presidi contro le empie macchinazioni dei nemici di Dio e della chiesa, come pure di ricondurre sul sentiero dell'amore di Dio e del prossimo famiglie e nazioni, non esitiamo a proporre la devozione al cuore sacratissimo di Gesù come la scuola più efficace della divina carità. Su questa carità divina deve poggiare, come su solido fondamento, quel regno di Dio che occorre stabilire nelle coscienze dei singoli uomini, nella società domestica e nelle nazioni, secondo il sapientissimo ammonimento dello stesso nostro predecessore di p.m.: "Il regno di Gesù Cristo trae forza e bellezza dalla carità divina: amare santamente e ordinatamente è il suo fondamento e il suo fastigio. Da ciò derivano necessariamente le seguenti norme: adempiere inviolabilmente i propri doveri; non fare ingiustizia ad alcuno, stimare i beni umani come inferiori ai divini; anteporre l'amor di Dio a tutte le cose" (Enc. Tametsi: Acta Leonis 20 (1900), p . 303).
Affinché poi il culto verso il cuore augustissimo di Gesù porti più copiosi frutti di bene nella famiglia cristiana e in tutta la società umana, si facciano un dovere i fedeli di associarvi intimamente la devozione al cuore immacolato della Genitrice di Dio. È, infatti, sommamente conveniente che, come Dio ha voluto associare indissolubilmente la beatissima vergine Maria a Cristo nel compimento dell'opera dell'umana redenzione, in guisa che la nostra salvezza può ben dirsi frutto della carità e delle sofferenze di Gesù Cristo, cui erano strettamente congiunti l'amore e i dolori della madre sua; così il popolo cristiano, che da Cristo e da Maria ha ricevuto la vita divina, dopo aver tributati i dovuti omaggi al cuore sacratissimo di Gesù, presti anche al cuore amantissimo della celeste Madre consimili ossequi di pietà, di amore, di gratitudine e di riparazione. In armonia con questo sapientissimo e soavissimo disegno della Provvidenza divina noi stessi volemmo solennemente dedicare e consacrare la santa chiesa e il mondo intero al cuore immacolato della beata vergine Maria (cf. AAS 34 (1942), p. 345s)

4. Invito a una degna celebrazione del I centenario della festa dei s. Cuore

E poiché nel corso di quest'anno, come abbiamo più sopra accennato, si compie felicemente un secolo da quando, per disposizione del nostro predecessore di f.m. Pio IX, la festa del cuore sacratissimo di Gesù si celebra in tutta la chiesa, è desiderio nostro vivissimo, venerabili fratelli, che questa centenaria ricorrenza sia ricordata dal popolo cristiano, dappertutto e solennemente con pubblici omaggi di adorazione, di ringraziamento e di riparazione da offrirsi al cuore divino di Gesù. Queste manifestazioni poi di cristiano giubilo e di cristiana pietà dovranno indubbiamente essere celebrate con specialissimo fervore - in comunione tuttavia di carità e di preghiera coi fedeli della chiesa universale - in quella nazione, in cui, non senza un arcano disegno di Dio, ebbe i natali quella santa vergine, che fu promotrice e aralda infaticabile di questa devozione.
Frattanto, confortati da soavissima speranza e già pregustando con l'animo quei frutti spirituali che, come confidiamo, deriveranno copiosi alla chiesa dal culto al cuore sacratissimo di Gesù - purché sia rettamente compreso e fervidamente praticato, conformemente abbiamo esposto - innalziamo supplichevoli preci a Dio, affinché si degni di assecondare questi ardentissimi nostri voti col valido sostegno delle sue grazie; esprimiamo inoltre il voto che, col favore dell'Altissimo, la pietà dei fedeli verso il cuore sacratissimo di Gesù ritragga dalle celebrazioni di quest'anno un sempre maggiore incremento e più ampiamente si espanda su tutti nel mondo intero il soavissimo suo impero e regno: "regno cioè di verità e di vita; regno di santità e di grazia; regno di giustizia, di amore e di pace" (Ex Miss. Rom., Praef. Iesu Christi Regis).
Quale auspicio poi di questi doni celesti, sia a voi personalmente, venerabili fratelli, sia al clero e a tutti i fedeli affidati alle vostre cure pastorali, e particolarmente a coloro che si studiano con ogni mezzo di promuovere e accrescere il culto verso il cuore sacratissimo di Gesù, impartiamo con tutta l'effusione dell'animo l'apostolica benedizione.

Roma, presso S. Pietro, 15 maggio 1956, anno XVIII del Nostro pontificato.
PIO PP. XII
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  LETTERA DI GIOVANNI PAOLO II
IN OCCASIONE DEL
CENTENARIO DELLA CONSACRAZIONE
DEL GENERE UMANO AL CUORE DIVINO DI GESÙ

Carissimi Fratelli e Sorelle!

1. La ricorrenza del centenario della Consacrazione del genere umano al Cuore divino di Gesù, stabilita per tutta la Chiesa dal mio Predecessore Leone XIII con la Lettera Enciclica Annum Sacrum (25 maggio 1899: Leonis XIII P.M. Acta, XIX [1899], 71-80) e avvenuta l'11 giugno 1899, ci spinge in primo luogo alla gratitudine verso «Colui che ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, che ha fatto di noi un regno di sacerdoti per il suo Dio e Padre» (Ap 1,5).

La felice circostanza si rivela inoltre quanto mai opportuna per riflettere sul significato e sul valore di quell'importante atto ecclesiale. Con l'Enciclica Annum Sacrum, il Papa Leone XIII confermò quanto era stato compiuto dai suoi Predecessori per religiosamente custodire e mettere in più vivida luce il culto e la spiritualità del Sacro Cuore. Con la consacrazione, poi, egli intendeva conseguire «insigni frutti in primo luogo a vantaggio della cristianità, ma anche dell'intera umana società» (l.c., p. 71). Domandando che venissero consacrati non solo i credenti ma gli uomini tutti, imprimeva nuovo orientamento e senso alla consacrazione che, già da due secoli, era stata praticata da singoli, gruppi, diocesi, nazioni.

La consacrazione del genere umano al Cuore di Gesù fu pertanto presentata da Leone XIII come «culmine e coronamento di tutti gli onori, che era nella consuetudine tributare al Sacratissimo Cuore» (Annum Sacrum, cit., 72). Tale consacrazione, spiega l'Enciclica, si deve a Cristo, Redentore del genere umano, per ciò che è in sé e per quanto ha operato per tutti gli uomini. Poiché nel Sacro Cuore il credente incontra il simbolo e la viva immagine dell'infinita carità di Cristo, che per se stessa sprona ad amarci scambievolmente, egli non può non avvertire l'esigenza della personale partecipazione all'opera della salvezza. Per questo ogni membro della Chiesa è invitato a vedere nella consacrazione un donarsi e obbligarsi verso Gesù Cristo, Re «dei figli prodighi», Re che chiama tutti «al porto della verità e all'unità della fede», Re di tutti coloro che attendono di essere introdotti «nella luce di Dio e nel suo regno» (Formula di consacrazione). La consacrazione così intesa è da accostare all'azione missionaria della Chiesa stessa, perché risponde al desiderio del Cuore di Gesù di propagare nel mondo, attraverso le membra del suo Corpo, la sua dedizione totale al Regno, e di unire sempre più la Chiesa nell'offerta al Padre e nel suo essere per gli altri.

La validità di quanto avvenne l'11 giugno 1899 ha trovato autorevole conferma in ciò che hanno scritto i miei Predecessori, offrendo approfondimenti dottrinali circa il culto del Sacro Cuore e disponendo la rinnovazione periodica dell'atto di consacrazione. Fra questi mi è grato ricordare: il santo successore di Leone XIII, il Papa Pio X, che dispose nel 1906 di rinnovarla ogni anno; il Papa Pio XI di venerata memoria, che ne fece richiamo nelle Encicliche Quas primas, nel contesto dell'Anno Santo 1925, e Miserentissimus Redemptor; il suo successore, il Servo di Dio Pio XII, che ne trattò nelle Encicliche Summi Pontificatus e Haurietis aquas. Il Servo di Dio Paolo VI, poi, alla luce del Concilio Vaticano II, volle in merito parlarne nell'Epistola apostolica Investigabiles divitias e nella Lettera Diserti interpretes, diretta il 25 maggio 1965 ai Superiori Maggiori degli Istituti che prendono il nome dal Cuore di Gesù.

Anch'io non ho mancato più volte di invitare i miei Fratelli nell'episcopato, i presbiteri, i religiosi ed i fedeli a coltivare nella propria vita le forme più genuine del culto al Cuore di Cristo. In quest'anno dedicato a Dio Padre, ricordo quanto scrissi nell'Enciclica Dives in misericordia: "La Chiesa sembra professare in modo particolare la misericordia di Dio e venerarla, rivolgendosi al Cuore di Cristo. Infatti proprio l'accostarci a Cristo nel mistero del suo Cuore ci consente di soffermarci su questo punto - in un certo senso centrale e nello stesso tempo più accessibile sul piano umano - della rivelazione dell'amore misericordioso del Padre, che ha costituito il contenuto centrale della missione messianica del Figlio dell'uomo" (n. 13). In occasione della solennità del Sacro Cuore e del mese di giugno, ho spesso esortato i fedeli a perseverare nella pratica di questo culto, che «contiene un messaggio che è ai nostri giorni di straordinaria attualità», perché «dal Cuore del Figlio di Dio, morto sulla croce, è scaturita la fonte perenne della vita che dona speranza ad ogni uomo. Dal Cuore di Cristo crocifisso nasce la nuova umanità, redenta dal peccato. L'uomo del Duemila ha bisogno del Cuore di Cristo per conoscere Dio e per conoscere se stesso; ne ha bisogno per costruire la civiltà dell'amore» (Insegnamenti, XVII, 1 [1994], 1152).

La consacrazione del genere umano del 1899 costituisce un passo di straordinario rilievo nel cammino della Chiesa ed è tuttora valido rinnovarla ogni anno nella festa del Sacro Cuore. Ciò va detto anche dell'Atto di riparazione che si è soliti recitare nella festa di Cristo Re. Ancora attuali risuonano le parole di Leone XIII: «Si deve pertanto ricorrere a chi è la Via, la Verità e la Vita. Ci siamo sviati: dobbiamo ritornare sulla Via; si sono oscurate le menti: si deve dissolvere l'oscurità con la luce della Verità; la morte ha preso il sopravvento: si deve far trionfare la Vita» (Annum Sacrum, cit., p. 78). Non è questo il programma del Concilio Vaticano II e del mio stesso pontificato?

2. Mentre ci stiamo preparando a celebrare il Grande Giubileo del 2000, questo centenario ci aiuta a contemplare con speranza la nostra umanità e ad intravedere il terzo millennio illuminato dalla luce del mistero di Cristo, «Via, Verità e Vita» (Gv 14,6).

Nel constatare che «gli squilibri di cui soffre il mondo contemporaneo si collegano con quel più profondo squilibrio che è radicato nel cuore dell'uomo» (Cost. past. Gaudium et spes, 10), la fede scopre felicemente che «nel mistero del Verbo incarnato trova vera luce il mistero dell'uomo» (ivi, 22), poiché «con l'Incarnazione il Figlio di Dio si è unito in certo modo a ogni uomo. Ha lavorato con mani d'uomo, ha pensato con mente d'uomo, ha agito con volontà d'uomo, ha amato con cuore d'uomo» (ibid.). Dio ha disposto che il battezzato, «associato al mistero pasquale e assimilato alla morte di Cristo», potesse andare «incontro alla risurrezione confortato dalla speranza», ma ciò vale «anche per tutti gli uomini di buona volontà, nel cui cuore lavora invisibilmente la grazia» (ibid.). «Tutti gli uomini - come ricorda ancora il Concilio Vaticano II - sono chiamati a questa unione con Cristo, che è la luce del mondo; da lui veniamo, per lui viviamo, a lui siamo diretti» (Cost. dogm. Lumen gentium, 3).

Nella Costituzione dogmatica sulla Chiesa è magistralmente detto che «per la rigenerazione e l'unzione dello Spirito Santo i battezzati vengono consacrati a formare una dimora spirituale e un sacerdozio santo, per offrire, mediante tutte le opere del cristiano, spirituali sacrifici, e far conoscere i prodigi di Colui che dalle tenebre li chiamò all'ammirabile sua luce (cf. 1 Pt 2,4-10). I discepoli di Cristo, quindi, perseverando nella preghiera e lodando insieme Dio (cf. At 2,42-47), offrano se stessi come vittima viva, santa, gradevole a Dio (cf. Rm 12,1), rendano dovunque testimonianza di Cristo e rendano ragione della speranza che è in loro della vita eterna (1 Pt 3,15)» (ivi, 10). Di fronte al compito della nuova evangelizzazione, il cristiano che, guardando al Cuore di Cristo, Signore del tempo e della storia, a Lui si consacra e insieme consacra i propri fratelli, si riscopre portatore della sua luce. Animato dal suo spirito di servizio, egli coopera ad aprire a tutti gli esseri umani la prospettiva di essere elevati verso la propria pienezza personale e comunitaria. «Dal Cuore di Cristo infatti il cuore dell'uomo impara a conoscere il vero e unico senso della sua vita e del suo destino, a comprendere il valore di una vita autenticamente cristiana, a guardarsi da certe perversioni del cuore umano, a unire l'amore filiale verso Dio con l'amore del prossimo» (Messaggio alla Compagnia di Gesù, 5 ottobre 1986: Insegnamenti, IX, 2 [1986], 843).

Desidero esprimere la mia approvazione e il mio incoraggiamento a quanti, a qualunque titolo, nella Chiesa continuano a coltivare, approfondire e promuovere il culto al Cuore di Cristo, con linguaggio e forme adatte al nostro tempo, in modo da poterlo trasmettere alle generazioni future nello spirito che sempre lo ha animato. Si tratta ancora oggi di condurre i fedeli a fissare lo sguardo adorante sul mistero di Cristo, Uomo-Dio, per divenire uomini e donne di vita interiore, persone che sentono e vivono la chiamata alla vita nuova, alla santità, alla riparazione, che è cooperazione apostolica alla salvezza del mondo. Persone che si preparano alla nuova evangelizzazione, riconoscendo il Cuore di Cristo come cuore della Chiesa: è urgente per il mondo comprendere che il cristianesimo è la religione dell'amore.

Il Cuore del Salvatore invita a risalire all'amore del Padre, che è la sorgente di ogni autentico amore: «In questo sta l'amore: non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati» (1 Gv 4,10). Gesù riceve incessantemente dal Padre, ricco di misericordia e compassione, l'amore che Egli prodiga agli uomini (cfr Ef 2,4; Gc 5,11). Il suo Cuore rivela particolarmente la generosità di Dio verso il peccatore. Dio, reagendo al peccato, non diminuisce il suo amore, ma l'allarga in un movimento di misericordia che diventa iniziativa di redenzione.

La contemplazione del Cuore di Gesù nell'Eucaristia spingerà i fedeli a cercare in quel Cuore l'inesauribile mistero del sacerdozio di Cristo e di quello della Chiesa. Farà gustare loro, in comunione con i fratelli, la soavità spirituale della carità alla sua stessa fonte. Aiutando ognuno a riscoprire il proprio Battesimo, li renderà più consapevoli della loro dimensione apostolica da vivere nella diffusione della carità e nella missione evangelizzatrice. Ciascuno si impegnerà maggiormente nel pregare il Padrone della messe (cfr Mt 9,38) perché conceda alla Chiesa «pastori secondo il suo cuore» (Ger 3,15) che, innamorati di Cristo Buon Pastore, modellino il proprio cuore ad immagine del suo e siano disposti ad andare per le vie del mondo per proclamare a tutti che Egli è Via, Verità e Vita (cfr Esort. ap. post-sinod. Pastores dabo vobis, 82). A ciò si aggiungerà l'azione fattiva, perché anche molti giovani di oggi, docili alla voce dello Spirito Santo, siano formati a lasciar risonare nell'intimità del loro cuore le grandi attese della Chiesa e dell'umanità e a rispondere all'invito di Cristo per consacrarsi con Lui, entusiasti e gioiosi, «per la vita del mondo» (Gv 6,51).

3. La coincidenza di questo centenario con l'ultimo anno di preparazione al Grande Giubileo del 2000, che ha la «funzione di dilatare gli orizzonti del credente secondo la prospettiva stessa di Cristo: la prospettiva del "Padre che è nei cieli" (cfr Mt 5,45)» (Lett. ap. Tertio millennio adveniente, 49) costituisce un'opportuna occasione per presentare il Cuore di Gesù, «fornace ardente di amore, ... simbolo ed espressiva immagine di quell'amore eterno col quale "Dio ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito" (Gv 3, 16)» (Paolo VI, Epist. ap. Investigabiles divitias, 5: AAS 57 [1965], 268). Il Padre «è Amore» (1 Gv 4,8.16), ed il Figlio unigenito, Cristo, ne manifesta il mistero, mentre svela pienamente l'uomo all'uomo.

Nel culto al Cuore di Gesù ha preso forma la parola profetica richiamata da san Giovanni: «Volgeranno lo sguardo a colui che hanno trafitto» (Gv 19,37; cfr Zc 12,10). E' uno sguardo contemplativo, che si sforza di penetrare nell'intimo dei sentimenti di Cristo, vero Dio e vero uomo. In questo culto il credente conferma ed approfondisce l'accoglienza del mistero dell'Incarnazione, che ha reso il Verbo solidale con gli uomini, testimone della ricerca nei loro confronti da parte del Padre. Questa ricerca nasce nell'intimo di Dio, il quale «ama» l'uomo «eternamente nel Verbo e in Cristo lo vuole elevare alla dignità di figlio adottivo» (Tertio millennio adveniente, 7). Contemporaneamente la devozione al Cuore di Gesù scruta il mistero della Redenzione, per scoprirvi la dimensione di amore che ha animato il suo sacrificio di salvezza.

Nel Cuore di Cristo è viva l'azione dello Spirito Santo, a cui Gesù ha attribuito l'ispirazione della sua missione (Lc 4,18; cfr Is 61,1) e di cui aveva nell'Ultima Cena promesso l'invio. E' lo Spirito che aiuta a cogliere la ricchezza del segno del costato trafitto di Cristo, dal quale è scaturita la Chiesa (cfr Cost. Sacrosanctum Concilium, 5). «La Chiesa, infatti - come ebbe a scrivere Paolo VI - è nata dal Cuore aperto del Redentore e da quel Cuore riceve alimento, giacché Cristo "ha dato se stesso per lei, per renderla santa, purificandola per mezzo del lavacro dell'acqua accompagnato dalla parola" (Ef 5,25-26)» (Lettera Diserti interpretes, cit.). Per mezzo poi dello Spirito Santo, l'amore che pervade il Cuore di Gesù si diffonde nel cuore degli uomini (cfr Rm 5,5) e li muove all'adorazione delle sue «imperscrutabili ricchezze» (Ef 3,8) e alla supplica filiale e fidente verso il Padre (cfr Rm 8,15-16), attraverso il Risorto, «sempre vivo per intercedere per noi» (Eb 7,25).

4. Il culto al Cuore di Cristo, «sede universale della comunione con Dio Padre ..., sede dello Spirito Santo» (Insegnamenti, XVII, 1 [1994], 1152), tende a rafforzare i nostri legami con la Santa Trinità. Pertanto, la celebrazione del centenario della consacrazione del genere umano al Sacro Cuore prepara i fedeli al Grande Giubileo, sia per ciò che attiene al suo obiettivo di «glorificazione della Trinità, dalla quale tutto viene e alla quale tutto si dirige, nel mondo e nella storia» (Tertio millennio adveniente, 55), sia per il suo orientamento all'Eucaristia (cfr ibid.), in cui la vita che il Cristo è venuto a portare in abbondanza (cfr Gv 10,10) è comunicata a coloro che mangeranno di Lui per vivere di Lui (cfr Gv 6,57). Tutta la devozione al Cuore di Gesù in ogni sua manifestazione è profondamente eucaristica: si esprime in pii esercizi che stimolano i fedeli a vivere in sintonia con Cristo, «mite e umile di cuore» (Mt 11,29) e si approfondisce nell'adorazione. Essa si radica e trova il suo culmine nella partecipazione alla Santa Messa, soprattutto a quella domenicale, dove i cuori dei credenti, riuniti fraternamente nella gioia, ascoltano la parola di Dio, apprendono a compiere con Cristo offerta di sé e di tutta la propria vita (Sacrosanctum Concilium, 48), si nutrono del pasquale convito del Corpo e Sangue del Redentore e, condividendo pienamente l'amore che pulsa nel suo Cuore, si sforzano di essere sempre più evangelizzatori e testimoni di solidarietà e di speranza.

Rendiamo grazie a Dio, nostro Padre, che ci ha rivelato il suo amore nel Cuore di Cristo e ci ha consacrato con l'unzione dello Spirito Santo (cfr Cost. dogm. Lumen gentium, 10) in modo che, uniti a Cristo, adorandoLo in ogni luogo e operando santamente, consacriamo a Lui il mondo stesso (ivi, 34) e il nuovo Millennio.

Consapevoli della grande sfida che ci sta dinanzi, invochiamo l'aiuto della Vergine Santissima, Madre di Cristo e Madre della Chiesa. Sia Lei a guidare il Popolo di Dio oltre la soglia del Millennio che sta per iniziare. Lo illumini sulle vie della fede, della speranza, della carità! Aiuti, in particolare, ogni cristiano a vivere con generosa coerenza la consacrazione a Cristo che ha il suo fondamento nel sacramento del Battesimo e che opportunamente trova conferma nella consacrazione personale al Sacratissimo Cuore di Gesù, nel quale soltanto l'umanità può trovare perdono e salvezza.

Varsavia, 11 giugno 1999, Solennità del Sacro Cuore di Gesù.

IOANNES PAULUS II

LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS  , 20.06.2004


LE PAROLE DEL PAPA ALLA RECITA DELL’ANGELUS

# PRIMA DELL’ANGELUS

# DOPO L’ANGELUS

Alle ore 12 di oggi il Santo Padre Giovanni Paolo II si affaccia alla finestra del suo studio nel Palazzo Apostolico Vaticano per recitare l’Angelus con i fedeli ed i pellegrini convenuti in Piazza San Pietro.

Queste le parole del Papa nell’introdurre la preghiera mariana:

# PRIMA DELL’ANGELUS

1. Venerdì scorso abbiamo celebrato la solennità del Sacro Cuore di Gesù, ultima delle grandi feste liturgiche che, dopo il Tempo pasquale, costituiscono altrettante sintesi mirabili del mistero cristiano: la Santissima Trinità, il Corpo e Sangue di Cristo e, appunto, il suo Cuore Sacratissimo, "fonte di vita e di santità", "nostra pace e riconciliazione" (Litanie del Sacro Cuore).

Nessuno può conoscere a fondo Gesù Cristo, se non penetra nel suo Cuore, cioè nell’intimo della sua Persona divino-umana (cfr Pio XII, Enc. Haurietis aquas: AAS 48 [1956], 316ss.).

2. Il mistero dell’amore misericordioso, che si esprime nel Sacro Cuore di Gesù, ci aiuta a meglio vivere l’odierna Giornata Mondiale del Rifugiato, che ha per tema: "Un luogo da chiamare casa. Ricostruire vite in sicurezza e dignità". Ogni persona ha bisogno di un ambiente sicuro in cui vivere. I rifugiati aspirano a questo ma, in vari Paesi del mondo, milioni sono purtroppo coloro che rimangono ancora nei campi di raccolta, o comunque a lungo limitati nell’esercizio dei loro diritti.

Non dimentichiamo questi nostri fratelli rifugiati! Esprimo apprezzamento e incoraggiamento a quanti nella Chiesa si impegnano al loro fianco. Auspico al tempo stesso un rinnovato impegno della Comunità internazionale, affinché siano rimosse le cause di questo doloroso fenomeno.

3. Al Cuore Immacolato di Maria, di cui ieri abbiamo fatto memoria, chiediamo con fiducia che l’umanità, accogliendo il messaggio d’amore di Cristo, progredisca nella fraternità e nella pace e la terra diventi la "casa comune" di tutte le nazioni.

[01021-01.02] [Testo originale: Italiano]

MESSAGGIO DEL SANTO PADRE GIOVANNI PAOLO II
AL PRESIDENTE DELLA CONFERENZA EPISCOPALE
DELLA COLOMBIA

A Monsignor
ALBERTO GIRALDO JARAMILLO
Arcivescovo di Medellín
Presidente della Conferenza Episcopale della Colombia

1. Si compie ora un secolo da quando, il 22 giugno 1902, i Vescovi, le Autorità civili e il popolo della Colombia, animati da profondi sentimenti di amore e di devozione, consacrarono la Repubblica al Sacro Cuore di Gesù promettendo parimenti di edificare un tempio votivo ove implorare la pace per la Nazione. Da allora, con entusiasmo e speranza costanti, si è rinnovata ogni anno questa Consacrazione, che si fa anche nelle parrocchie, nelle case religiose e in tante famiglie, confidando in tal modo nell'amore e nella misericordia del Salvatore, che ha amato e continua ad amare gli uomini, e li accoglie con queste dolci parole:  "Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò" (Mt 11, 28).

2. Il Vangelo ci rivela le ricchezze insondabili del cuore di Cristo nei suoi atteggiamenti di perdono e di misericordia verso tutti, e nel suo ardente amore per il Padre e l'umanità intera. Allo stesso tempo, Gesù ci mostra il cammino di una vita nuova:  "Imparate da me, che sono mite e umile di cuore" (Mt 11, 29). Da questo cuore, simbolo particolarmente espressivo dell'amore divino, trafitto dalla lancia di un soldato (cfr Gv 19, 33-34), sgorgano abbondanti doni per la vita del mondo. "Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Gv 10, 10). Questi sono i doni che ricordava Papa Pio XII nella sua Enciclica Haurietis Aquas:  la sua stessa vita, lo Spirito Santo, l'Eucaristia e il sacerdozio, la Chiesa, sua Madre, la sua preghiera incessante per noi (cfr nn. 36-44).

3. Ora che i fedeli cattolici colombiani, guidati dai loro Pastori e dalle Autorità, si dispongono a rinnovare questa Consacrazione centenaria della Patria al Cuore di Gesù, desidero ripetere loro l'appello che ho fatto all'inizio della mia missione come Successore di Pietro:  "Spalancate le porte a Cristo!" (Omelia, 22 ottobre 1978, n. 5). Ascoltate, cari fratelli, la voce di Cristo che continua a parlare all'uomo di oggi. Come ho avuto l'opportunità di scrivere in un'altra occasione:  "Dal Cuore di Cristo, il cuore dell'uomo impara a conoscere il senso vero e unico della sua vita e del suo destino, a comprendere il valore di una vita autenticamente cristiana, a guardarsi da certe perversioni del cuore umano, ad unire all'amore filiale verso Dio, l'amore del prossimo. Così - ed è questa la vera riparazione chiesta dal Cuore del Salvatore - sulle rovine accumulate dall'odio e dalla violenza, potrà essere costruita la civiltà dell'amore tanto desiderato, il Regno del Cuore di Cristo" (Lettera al Preposito Generale della Compagnia di Gesù, 5 ottobre 1986).

4. La Consacrazione degli uomini e delle donne della Colombia al Sacro Cuore di Gesù, che state per rinnovare seguendo questa lodevole tradizione consolidata da cento anni, dev'essere un singolare momento di grazia e di forte impegno. In effetti, deve essere una supplica ardente al Signore affinché rinnovi tutta la società colombiana, di modo che agisca con un cuore e uno spirito nuovi (cfr Ez 11, 19). Sarà così possibile accogliere la chiamata alla preghiera che ho fatto nella Lettera Apostolica Novo Millennio ineunte(cfr nn. 32-33), indicando come ogni cristiano deve distinguersi proprio nell'arte della preghiera e della contemplazione del Volto del Signore (cfr Ibidem, nn. 16-28), di Colui che hanno trafitto (cfr Gv 19, 37); al contempo, ciò favorirà l'impulso verso una costante conversione, base indispensabile per vivere come uomini nuovi (cfr Col 3, 10).

Questa conversione personale deve però essere accompagnata anche da una profonda trasformazione sociale, che inizia con il rafforzamento dell'istituzione familiare, che è la più ricca scuola di umanesimo. In effetti, le famiglie salde sono i nuclei dove si promuovono e si trasmettono le virtù umane e cristiane, si alimenta la speranza e l'autentico impegno fra i membri, e la vita umana viene accolta e rispettata in tutte le fasi della sua esistenza, dal concepimento fino alla sua morte naturale.

La società che ascolta e segue il messaggio di Cristo procede verso l'autentica pace, rifiuta qualsiasi forma di violenza e genera nuove forme di convivenza lungo il cammino sicuro e fermo della giustizia, della riconciliazione e del perdono, promuovendo vincoli di unità, fraternità e rispetto di ogni persona.

5. Desidero vivamente che questa commemorazione, che purtroppo si celebra in un momento in cui la vostra amata Nazione non beneficia ancora di una pace interna stabile e la violenza continua a seminare vittime in tutte le componenti della società, senza escludere persino i Pastori della Chiesa, sia l'occasione perché tutti - sacerdoti, religiosi, religiose e fedeli laici -, uniti ai loro Vescovi e provenienti da ogni angolo di questo amato Paese, diano vita a un grande movimento nazionale di riconciliazione e di perdono. Che sia anche un momento per implorare da Dio il dono della pace e per impegnarsi, ognuno dal proprio ambito nella società, a gettare le basi per la ricostruzione morale e materiale della vostra comunità nazionale. Voi sapete che, in questa opera, Gesù Cristo, il Principe della Pace, vi darà la forza necessaria per ristabilire una società giusta, solidale, responsabile e pacifica.

Unendomi spiritualmente a voi nella Consacrazione al Sacro Cuore di Gesù, imploro da Lui abbondanti doni su tutti i colombiani, sulle famiglie, sulle comunità ecclesiali e sulle diverse istituzioni pubbliche e su quanti le reggono, e al contempo, affidando questi voti alla materna intercessione di Nuestra Señora de Chiquinquirá, Regina della Colombia, vi imparto con affetto la Benedizione Apostolica.

Dal Vaticano, 9 maggio, Solennità dell'Ascensione del Signore, dell'anno 2002.

GIOVANNI PAOLO II

Le «Litanie del S.Cuore»
commentate da Giovanni Paolo II
(testi dal 1984 al 1989)

(Dal: http://www.totustuus.org/SacroCuore.htm#SacroCuore_top)

1. Nel Sacro Cuore di Cristo la sintesi di tutti i misteri della nostra fede     17. La verità ha la forza di chiamare l'amore
2. Apriamo i nostri cuori al dialogo con il Cuore di Gesù     18. Avvicinarsi al Cuore di Gesù sorgente di vita e di santità
3. Cuore di Gesù, tempio santo di Dio     19. Nel Cuore di Gesù la vittoria sul male
4. Il Cuore di Cristo è la nostra alleanza     20. Cuore di Gesù, ricoperto di obbrobri
5. Il Cuore di Gesù è amore che trasforma il mondo     21. Gesù mediante il proprio sangue entra nel tabernacolo eterno
6. Cuore di Gesù, santuario di giustizia     22. Come il Cuore di Gesù docili allo Spirito Santo e alla voce della Madre
7. La giustizia si rivela come amore     23. Il cuore di Gesù fin dall'incarnazione è stato e sarà sempre unito alla persona del verbo di Dio
8. La pienezza della carità si manifesta nella bontà     24. Obbedienza è il nuovo nome dell'amore
9.Cuore di Gesù: abisso di tutte le virtù     25. Il cuore trafitto di Gesù simbolo della vita nuova e sorgente della Chiesa
10. Cuore di Gesù, re e centro di tutti i cuori     26. La consolazione del Cuore di Gesù è condivisione della sofferenza umana e segno concreto di amicizia
11. In Gesù abita la pienezza della divinità     27. Con il suo cuore di madre, Maria è al servizio della redenzione operata da Gesù Cristo
12. Dio solo è l'amore che non passa     28. Nel cuore di Cristo ha avuto luogo la perfetta riconciliazione tra cielo e terra
13. Nel Cuore Gesù Cristo il Padre si è compiaciuto     29. In Cristo si è compiuta in modo perfetto la figura dell'"Agnello pasquale"
14. La pienezza del Cuore di Gesù Cristo non si esaurisce, né si esaurirà mai     30. Gesù Cristo è l'epifania dell'amore salvifico del Padre
15. Cuore di Gesù porta ai cuori umani la liberazione che è nel tuo vangelo     31. Il Cuore di Gesù Cristo speranza e sicurezza per chi muore in Lui
16. Cuore di Gesù, paziente e immensamente misericordioso!     32. Il Cuore di Cristo sorgente della vita di amore dei Santi
1. NEL SACRO CUORE DI CRISTO LA SINTESI DI TUTTI I MISTERI DELLA NOSTRA FEDE
(1 luglio 1984, Angelus)

Durante tutto il mese di giugno la Chiesa mette davanti a noi i misteri del Cuore di Gesù, Dio-Uomo. Questi misteri sono enunziati in modo penetrante nelle Litanie del Sacratissimo Cuore, che possono essere cantate, possono essere recitate, ma soprattutto debbono essere meditate.
Tutti questi misteri sono stati proposti nella loro globalità dalla liturgia della solennità del Sacratissimo Cuore.
Ecco le parole di San Giovanni Apostolo:
"Non siamo stati noi ad amare Dio, ma è lui che ha amato noi e ha mandato il suo Figlio come vittima di espiazione per i nostri peccati"... (1 Gv 4, 10) "perché noi avessimo la vita per lui" (1 Gv 4, 9).
V'è qui la sintesi di tutti i misteri nascosti nel Cuore del Figlio di Dio: l'amore "preveniente" l'amore "soddisfattorio" - l'amore vivificante.
Questo Cuore pulsa con il sangue umano, che è stato versato sulla Croce. Questo Cuore pulsa con tutto l'inesauribile amore che è eternamente in Dio. Con questo amore esso è sempre aperto verso di noi, attraverso la ferita che vi ha aperto la lancia del centurione sulla Croce.
"Se Dio ci ha amato, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri". L'Amore fa nascere l'amore, sprigiona l'amore e si realizza mediante l'amore. Ciascuna particella di vero amore nel cuore umano ha in sé qualcosa di ciò di cui il Cuore del Dio-Uomo è colmo senza limiti.
Perciò Egli chiede a noi nella liturgia della solennità del Sacratissimo Cuore: "Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò. Prendete il mio giogo sopra di voi e imparate da me".
Tu, o Madre di Cristo, che hai ubbidito per prima a questa chiamata, insegnaci ad aprire i nostri cuori dell'Amore che è nel Cuore di Gesù, come tu gli hai aperto il Cuore sin dal primo "fiat". E come l'hai aperto sempre. Insegnaci, Madre, ad essere in intimità, nella verità e nell'amore, con il Cuore divino del tuo Figlio.

2. APRIAMO I NOSTRI CUORI AL DIALOGO CON IL CUORE DI GESÙ
(27 luglio 1982, Angelus)

"Cuore di Gesù, formato dallo Spirito Santo nel seno della Vergine Maria, abbi pietà di noi".
Così preghiamo nelle Litanie al Sacratissimo Cuore di Gesù.
Questa invocazione si riferisce direttamente al mistero che meditiamo. Per opera dello Spirito Santo è stata formata nel seno della Vergine di Nazaret l'Umanità di Cristo, Figlio dell'Etemo Padre.
Per opera dello Spirito Santo è stato formato in questa Umanità il Cuore! Il Cuore, che è l'organo centrale dell'organismo umano di Cristo e, nello stesso tempo, il vero simbolo della sua vita interiore: del pensiero, della volontà, dei sentimenti. Mediante questo Cuore l'Umanità di Cristo è, in modo particolare, "il tempo di Dio" e contemporaneamente, mediante questo Cuore, essa rimane incessantemente aperta verso l'uomo e verso tutto ciò che è "urnano": "Cuore di Gesù, dalla cui pienezza noi tutti abbiamo ricevuto".
Le Litanie al Cuore di Gesù attingono abbondantemente alle fonti bibliche e, nello stesso tempo, rispecchiano le più profonde esperienze dei cuori umani. Nello stesso tempo, sono preghiera di venerazione e di dialogo autentico.
Parliamo in esse del cuore e, nello stesso tempo, permetfiamo ai cuori di parlare con questo unico Cuore, che è "fonte di vita e di santità" e "desíderio dei colli eterni". Con il Cuore che è "paziente e di grande misericordia" e "generoso verso tutti quelli che lo invocano".
Questa preghiera, recitata e meditata, diventa una vera scuola dell'uomo interiore: la scuola del cristiano.
La solennità del Sacratissimo Cuore di Gesù ci ricorda soprattutto i momenti in cui questo Cuore è stato "trafitto dalla lancia" e, mediante questo, aperto in modo "visibile" all'uomo e al mondo.
Recitando le Litanie - e in genere venerando il Cuore Divino - impariamo il mistero della Redenzione in tutta la sua divina e insieme umana profondità.
Contemporaneamente, diventiamo sensibili al bisogno di Riparazione. Cristo apre verso di noi il suo Cuore perché nella sua riparazione ci uniamo con Lui per la salvezza del mondo. Il parlare del Cuore trafitto pronuncia tutta la verità del Suo Vangelo e della Pasqua.
Cerchiamo di capire sempre meglio questo parlare. Impariamolo.

3. CUORE DI GESÙ, TEMPIO SANTO DI DIO
(9 giugno 1985, Angelus)

Ci rivolgiamo, insieme con Maria - mediante il suo cuore immacolato - verso il cuore divino del suo Figlio: Cuore di Gesù, tempio santo di Dio / Cuore di Gesù, tabernacolo dell'Altissimo.
Cuore di un uomo simile a tanti, tanti altri cuori umani e, dal tempo stesso, cuore di Dio-Figlio.
Se quindi è vero che ogni uomo "abita", in qualche modo, nel suo cuore, affiora nel cuore dell'uomo di Nazaret, di Gesù Cristo, abita Dio. Esso è "tempio di Dio", essendo cuore di quest'uomo.
Dio-Figlio è unito con il Padre, come Verbo eterno, "Dio da Dio, luce da luce... generato non creato".
Il Figlio è unito con il Padre nello Spirito Santo, che è il "soffio" del Padre e del Figlio ed è, nella divina Trinità, la Persona-Amore.
Il Cuore dell'uomo Gesù Cristo è quindi, nel senso trinitario, "tempio di Dio": è il tempio interiore del Figlio che è unito con il Padre nello Spirito Santo mediante l'unità della divinità. Quanto inscrutabile rimane il mistero di questo Cuore, che è "tempio di Dio" e "tabernacolo dell'Altissimo"!
Al tempo stesso, esso è la vera "dimora di Dio con gli uomini", (Ap 21,3), poiché il Cuore di Gesù, nel suo tempio interiore, abbraccia tutti gli uomini. Tutti vi abitano, abbracciati dall'eterno amore. A tutti possono essere rivolte - nel Cuore di Gesù - le parole del profeta: "Ti ho amato di amore eterno, / per questo ti conservo ancora pietà" (Ger 31,3).
Che questa forza dell'eterno amore, che è nel Cuore divino di Gesù, si comunichi oggi in modo particolare ai giovani.
In essi deve abitare in modo particolare lo Spirito Santo.
Diventino quindi anche i loro cuori - a somiglianza di Cristo - "tempio santo di Dio" e "tabernacolo dell'Altissimo".
Ho sentito spesso i giovani cantare: "Voi sapete che siete un tempio?". Sì. Noi siamo tempio di Dio e lo Spirito di Dio abita in noi, secondo le parole di san Paolo (cfr. 1 Cor 3, 16).
Mediante il cuore immacolato di Maria rimaniamo nell'alleanza con il Cuore di Gesù, che è "tempio di Dio", il più splendido "tabernacolo dell'Altissimo" e il più perfetto.

4. IL CUORE DI CRISTO È LA NOSTRA ALLEANZA
(16 giugno 1985, Angelus - Treviso)

Mediante il cuore immacolato di Maria vogliamo rivolgerci al Cuore divino del suo Figlio, al Cuore di Gesù, di maestà infinita! Ecco: l'infinita maestà di Dio è nascosta nel cuore umano del Figlio di Maria. Questo cuore è la nostra alleanza. Questo cuore è la massima vicinanza di Dio nei riguardi dei cuori umani e della storia umana. Questo cuore è la meravigliosa "condiscendenza" di Dio: il cuore umano che pulsa con la vita divina: la vita divina che pulsa nel cuore umano.
Nella santissima Eucaristia scopriamo col "senso della fede" lo stesso cuore - il cuore di maestà infinita, che continua a pulsare con l'amore umano di Cristo, Dio-uomo.
Quanto profondamente ha sentito quest'amore il santo papa Pio X, già patriarca di Venezia; quanto ha desiderato che tutti i cristiani sin dagli anni della fanciullezza, s'avvicinassero all'Eucaristia, facendo la santa Comunione: perché si unissero a questo Cuore che, a un tempo, è per ogni uomo "casa di Dio e porta del cielo".
"Casa", ecco, mediante la Comunione eucaristica il Cuore di Gesù estende la sua dimora a ogni cuore umano.
"Porta", ecco, in ciascuno di questi cuori umani egli apre la prospettiva dell'eterna unione con la santissima Trinità.
Madre di Dio! Mentre meditiamo il mistero della tua annunciazione, avvicinaci questo Cuore divino, questo Cuore che, dal momento dell' annunciazione dell'angelo, ha cominciato a battere presso il tuo cuore verginale e materno.

5. IL CUORE DI GESÙ È AMORE CHE TRASFORMA IL MONDO
(23 giugno 1985, Angelus)

"Cuore di Gesù: fornace ardente di carità".
Desideriamo, insieme con la Madre di Dio, rivolgere i nostri cuori verso il Cuore del suo Figlio divino.
La Madre ci aiuti a capire meglio i misteri del Cuore di suo Figlio.
"Fornace di carità". La fornace arde. Ardendo, brucia ogni materiale, sia legno o altra sostanza facilmente combustibile.
Il Cuore di Gesù, il Cuore umano di Gesù, brucia dell'amore che lo ricolma. E questo è l'Amore per l'Eterno Padre e l'amore per gli uomini: per le figlie e i figli adottivi.
La fornace, bruciando, a poco a poco si spegne. Il Cuore di Gesù invece è fornace inestinguibile. In questo assomiglia a quel "roveto ardente" del Libro dell'Esodo, nel quale Dio si rivelò a Mosè. Il roveto che ardeva nel fuoco, ma... non si "consumava" (Es 3,2).
Infatti, l'amore che arde nel Cuore di Gesù è soprattutto lo Spirito Santo, nel quale il Dio-Figlio si unisce eternamente al Padre. Il Cuore di Gesù, il Cuore umano di Dio-Uomo, è abbracciato dalla "fiamma viva" dell'amore trinitario, che non si estingue mai.
Cuore di Gesù: fornace ardente di carità. La fornace, mentre arde, illumina le tenebre della notte e riscalda i corpi dei viandanti raggelati.
Desideriamo pregare la Madre del Verbo Eterno, perché sull'orizzonte della vita di ciascuna e di ciascuno di noi non
cessi mai di ardere il Cuore di Gesù - fornace ardente di carità. Perché esso ci riveli l'Amore che non si spegne e non si deteriora mai, l'Amore che è eterno. Perché illumini le tenebre della notte terrena e riscaldi i cuori.
Ringraziando per l'unico amore capace di trasformare il mondo e la vita umana, ci rivolgiamo insieme con la Vergine Immacolata, nel momento dell'Annunciazione, al Cuore Divino, che non cessa di essere "fornace ardente di carità". Ardente: come quel "roveto" che Mosè vide ai piedi del monte Oreb.

6. CUORE DI GESÙ, SANTUARIO DI GIUSTIZIA
(30 giugno 1985, Angelus - Santuario di san Gabriele)

"Cuore di Gesù, santuario di giustizia e di carità".
Meditiamo insieme con la Vergine di Nazaret sul momento dell'annunciazione. Meditiamo sul mistero dell'incarnazione.
"Il Verbo si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi" (Gv 1, 14): venne infatti ad abitare nel seno di Maria, sotto il suo cuore.
Fra il cuore della Madre e il cuore del Bambino (del Figlio) si stringe sin dall'inizio un legame: una splendida unione di cuori! E cuore di Maria è A primo a parlare al Cuore di Gesù. E primo, si può dire, che recita le litanie a questo cuore. Noi tutti ci uniamo a lei.
Cuore di Gesù, santuario di giustizia: in te l'eterno Padre ha offerto all'umanità la giustizia che è nella santissima Trinità, in Dio stesso. La giustizia che è da Dio costituisce il fondamento definitivo della nostra giustificazione.
Questa giustizia viene a noi mediante l'amore. Cristo ci ha amati e ha dato se stesso per noi (cfr. Gal 2,20). E, proprio con questo darsi mediante l'amore più potente della morte, ci ha gíustificati! Egli "è stato risuscitato per la nostra giustificazione" (Rm 4,25).
Questi misteri, espressi in modo così splendido nelle invocazioni delle litanie, ci guidíno, per le vie della vita terrena, all'eterna patria del cuore divino, quando Dio tergerà ogni lacrima dagli occhi umani (cfr. Ap 7, 17; 21,4).
Quando egli stesso sarà "tutto in tuttí" (1 Cor 15, 28).

7. LA GIUSTIZIA SI RIVELA COME AMORE
(14 luglio 1985, Angelus - Castel Gandolfo)

Cuore di Gesù, "santuario di giustizia e di carità".
La preghiera ci ricorda quel momento salvifico, nel quale, sotto il cuore della Vergine di Nazaret, ha incominciato a battere il cuore del Verbo, del Figlio di Dio.
Nel suo seno egli si è fatto uomo, per opera dello Spirito Santo.
Nel seno di Maria è stato concepito l'uomo ed è stato concepito il cuore.
Questo cuore è - così come ogni cuore umano - un centro, un santuario nel quale pulsa con un ritmo speciale la vita spirituale. Cuore, insostituibile risonanza di tutto ciò che sperimenta lo spirito dell'uomo.
Ogni cuore umano è chiamato a pulsare col ritmo della giustizia e della carità. Da ciò viene misurata la vera dignità dell'uomo.
Il Cuore di Gesù batte col ritmo della giustizia e dell'amore secondo la stessa misura divina! Questo è appunto il Cuore del Dio-uomo.
In lui si deve compiere fino alla fine ogni giustizia di Dio verso l'uomo, ed anche, in un certo senso, la giustizia dell'uomo verso Dio.
Nel Cuore umano del Figlio di Dio viene offerta all'umanità la giustizia di Dio stesso. Questa giustizia è al tempo stesso il dono dell'amore. Mediante il Cuore di Gesù l'amore entra nella storia dell'umanità come amore sussistente: "Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito" (Gv 3,16).
Desideriamo fissare con gli occhi della Vergine immacolata la luce di quell'ammirabile mistero: la giustizia che si rivela come amore! Amore che riempie fino all'orlo ogni misura della giustizia! E la oltrepassa!
Preghiamo: perché mediante il tuo cuore, o Genitrice di Dio, il Cuore di Gesù come "santuario di giustizia e di carità", diventi per noi tutti "via, verità e vita".

8. LA PIENEZZA DELLA CARITÀ SI MANIFESTA NELLA BONTÀ
(21 luglio 1985, Angelus)

Cuore di Gesù, "traboccante di bontà e di amore".
Desideriamo, nella nostra preghiera, rivolgerci al Cuore di Cristo, seguendo le parole delle Litanz'e. Desideriamo parlare al Cuore del Figlio mediante il Cuore della Madre. Che cosa vi può essere di più bello del colloquio di questi due cuori? Ad esso vogliamo partecipare.
11 Cuore di Gesù è "fornace ardente di carità", perché la carità possiede qualcosa della natura del fuoco, il quale arde e brucia per illuminare e riscaldare.
Al tempo stesso, nel sacrificio del Calvario il cuore del Redentore non è stato annientato con il fuoco della sofferenza. Anche se umanamente è morto, come accertò il centurione romano trafiggendo con la lancia il costato di Cristo, nell'Economia Divina della salvezza questo Cuore è rimasto Vivo, come ha manifestato la Risurrezione.
Ed ecco, proprio il Cuore Vivo del Redentore risorto e glorificato è "traboccante di bontà e di amore": infinitamente e sovrabbondantemente traboccante. Il traboccare del cuore umano raggiunge in Cristo il metro Divino.
Così fu questo Cuore già durante i giorni della vita terrena. Lo testimonia quanto è narrato nel Vangelo. La pienezza della carità si manifesta attraverso la bontà: attraverso la bontà irradiava e si diffondeva su tutti, prima di tutto sui sofferenti e poveri. Su tutti secondo le loro necessità e aspettative più vere.
E tale è il Cuore umano del Figlio di Dio anche dopo l'esperienza della croce e del sacrificio. Anzi, ancora di più: traboccante d'amore e di bontà.
Nel momento dell'annunciazione è iniziato il colloquio del Cuore della Madre con il Cuore del Figlio. Ci uniamo oggi a questo colloquio, meditando il mistero dell'Incarnazione nella preghiera.

9. CUORE DI GESÙ: ABISSO DI TUTTE LE VIRTÙ
(28 luglio 1985, Angelus)

Cuore di Gesù, "abisso di tutte le virtù".
Sotto il cuore della Madre è stato concepito l'Uomo. Il Figlio di Dio è stato concepito come Uomo.
Alla luce del momento del concepimento, alla luce del mistero dell'Incarnazione guardiamo a tutta la vita di Gesù, nato da Maria. Cerchiamo, seguendo le invocazioni delle Litanie, di descrivere in un certo senso questa vita dall'interno: attraverso il Cuore.
Il Cuore decide della profondità dell'uomo. E, in ogni caso, esso indica il metro di questa profondità, sia nell'esperienza interiore di ciascuno di noi, come pure nella comunicazione interumana. La profondità di Gesù Cristo, indicata col metro del Suo cuore, è incomparabile. Supera la profondità di qualsiasi uomo, perché è non soltanto umana, ma al tempo stesso Divina.
Questa Divina-umana profondità del Cuore di Gesù è la profondità delle virtù: di tutte le virtù. Come un vero uomo Gesù pronuncia l'interiore linguaggio del Suo Cuore mediante le virtù. Infatti, analizzando la Sua condotta si possono scoprire e identificare tutte queste virtù, come, storicamente, emergono dalla conoscenza della morale umana, come le virtù cardinali (prudenza, giustizia, fortezza, temperanza), e le altre che ne derivano. (Queste virtù sono state possedute in alto grado dai santi e, pur sempre con la grazia divina, dai grandi geni dell'ethos umano).
L'invocazione delle Litanie parla, in forma molto bella, di un "abisso" delle virtù di Gesù. Questo abisso, questa profondità significa un particolare grado della perfezione di ciascuna delle virtù e la sua particolare potenza. Questa profondità e potenza di ciascuna delle virtù proviene dall'amore. Quanto maggiormente tutte le virtù sono radicate nell'amore, tanto più grande è la loro profondità.
Occorre aggiungere che, oltre l'amore, anche l'umiltà decide della profondità delle virtù. Gesù disse: "Imparate da me, che sono mite e umile di cuore".
Preghiamo Maria perché ci avvicini sempre di più al Cuore del suo Figlio. Perché ci aiuti a imparare da Lui, dalle Sue virtù.

10. CUORE DI GESÙ, RE E CENTRO DI TUTTI I CUORI
(25 agosto 1985, Angelus)

Gesù Cristo è re dei cuori. Sappiamo che durante la Sua attività messianica in Palestina il popolo, vedendo i segni che faceva, voleva proclamarlo re.
Vedeva in Cristo un giusto erede di Davide, che durante il suo regno portò Israele al culmine dello splendore.
Sappiamo pure che dinanzi al tribunale di Pilato Gesù di Nazaret, alla domanda: "Tu sei il re…?", rispose: "Il mio regno non è di questo mondo... Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per rendere testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce" (Gv 18,33.36-37).
In questo modo Cristo è re dei cuori.
Non ha mai voluto essere sovrano temporale neppure sul trono di Davide.
Ha desiderato solo quel regno che non è di questo mondo e che, al tempo stesso, in questo mondo si radica mediante la verità nei cuori umani: nell'uomo interiore.
Per questo regno egli annunziò il Vangelo e fece grandi segni.
Per questo regno, il regno dei figli e delle figlie adottivi di Dio, ha dato la vita sulla croce.
E ha riconfermato questo regno con la sua risurrezione, donando lo Spirito Santo agli apostoli e agli uomini nella Chiesa.
In questo modo Gesù Cristo è il re e il centro di tutti i cuori.
Riuniti in Lui mediante la verità ci avviciniamo all'unione del regno, in cui Dio "tergerà ogni lacrima" (Ap 7, 17) perché sarà "tutto in tutti" (i Cor 15,28).
Eleviamo - insieme con la madre di Dio - al Cuore del Suo Figlio l'invocazione:
"Cuore di Gesù, re e centro di tutti i cuori, abbi pietà di me".

11. IN GESÙ ABITA LA PIENEZZA DELLA DIVINITÀ
(15 settembre 1985, Angelus - Castel Gandolfo)

"Cuore di Gesù, nel quale abita tutta la pienezza della divinità".
La nostra preghiera attinge motivi di riflessione dalle Litanie del Sacro Cuore dí Gesù.
Ci soffermiamo sulle singole invocazioni e meditiamo la grande ricchezza di contenuto, che in esso si racchiude. È una fonte di ispirazione per la nostra vita interiore: per il nostro rapporto col mistero di Gesù Cristo.
Attraverso la solennità dell'Esaltazione della santa croce tutta la Chiesa si è aperta ancora una volta verso questo cuore in cui "abita tutta la pienezza della divinità".
Il mistero di Cristo, Dio-uomo, ha una particolare eloquenza, quando guardiamo la croce: ecco l'uomo! Ecco il Crocifisso! Ecco l'uomo spogliato totalmente! Ecco l'uomo "spezzato per causa dei nostri peccati". Ecco l'uomo "ricoperto di obbrobri"!
E, al tempo stesso: ecco l'uomo-Dio! In lui abita tutta la pienezza della divinità. Della stessa sostanza del Padre! Dio da Dio. Luce da luce! Generato, non creato. Il Verbo eterno. Uno nella divinità col Padre e con lo Spirito Santo.
Quando il centurione sul Golgota trafisse con una lancia il Crocifisso, dal suo costato uscì sangue e acqua. Questo è il segno della morte. Il segno della morte umana del Dio immortale.
Ai piedi della croce si trova la Madre. La Madre dolorosa. La ricordiamo all'indomani dell'Esaltazione della croce.
Quando il costato di Cristo viene trafitto con la lancia del centurione si compie in lei la profezia di Simeone: "Anche a te una spada trafiggerà l'anima" (Lc 2,25).
Le parole del profeta sono un preannunzio della definitiva alleanza dei cuori: del Figlio e della Madre; della Madre e del Figlio. "Cuore di Gesù, nel quale abita tutta la pienezza della divinità". Cuore di Maria - cuore della Vergine addolorata - cuore della Madre di Dio.

12. DIO SOLO È L'AMORE CHE NON PASSA
(8 giugno 1986, Angelus)

"Io piego le ginocchia davanti al Padre, ... perché vi conceda, secondo la ricchezza della sua gloria, di essere potentemente rafforzati dal suo Spirito nell'uomo interiore" (Ef 3, 14-16).
Così prega l'Apostolo di Cristo con le parole della Lettera agli Efesini.
Queste parole dell'Apostolo desidero introdurre nella nostra preghiera, mentre siamo insieme con Maria, Madre di Cristo.
E chi potrà essere più vicino al Cuore del Figlio, se non la Madre? Quindi insieme con Lei "noi pieghiamo le ginocchia davanti al Padre". Ed insieme con Lei preghiamo, affinché la devozione al Cuore del Redentore del mondo realizzi per noi tutti, mediante lo Spirito Santo, il rafforzamento dell'uomo interiore.
Sì. Mediante lo Spirito Santo.
Ed il significato di quel "potente rafforzamento nell'uomo interiore" - il quale è opera dello Spirito Santo, che agisce nei nostri cuori -, ce lo spiega il seguito della Lettera agli Efesini, ove leggiamo:
"Che il Cristo abiti per la fede nei vostri cuori e così, radicati e fondati nella carità, siate in grado di comprendere... e conoscere l'amore di Cristo che sorpassa ogni conoscenza, perché siate ricolmi di tutta la pienezza di Dío" (Ef 3, 17-19).
Questo può compiere lo Spirito Santo nel nostro spirito umano. Solo lo Spirito Santo può aprire dinanzi a noi questa pienezza dell'"uomo interiore", che si trova nel Cuore di Cristo.
Solo Lui può far sì che da questa pienezza attingano forza, gradatamente, anche i nostri cuori umani, il nostro "uomo interiore", che non dev'essere assorbito soltanto da ciò che passa, ma "radicarsi e fondarsi" in quell'"amore" che non passa.
Che l'umile Serva del Signore presieda alla nostra preghiera, affinché i nostri cuori umani sappiano "radicarsi e fondarsi" in Dio, il quale, solo, è l'amore che non passa.
Quest'amore si rivela nel cuore umano del suo Figlio.

13. NEL CUORE DI GESÙ CRISTO IL PADRE SI E COMPIACIUTO
(22 giugno 1986, Angelus)

"Cuore di Gesù, nel quale il Padre si è compiaciuto".
Pregando così, meditiamo su quel compiacimento eterno che il Padre ha nel Figlio: Dio in Dio, Luce nella Luce.
Tale compiacimento significa pure Amore: questo Amore al quale tutto ciò che esiste deve la sua vita: senza di esso, senza Amore, e senza il Verbo-Figlio, "niente è stato fatto di tutto ciò che esiste" (Gv 1, 3).
Questo compiacimento del Padre ha trovato la sua manifestazione nell'opera della creazione, in particolare in quella dell'uomo, quando Dio "vide quanto aveva fatto, ed ecco, era cosa buona... era cosa molto buona" (Gn 1, 3 1).
Non è dunque il Cuore di Gesù quel "punto" in cui pure l'uomo può ritrovare piena fiducia in tutto ciò che è creato?
Vede i valori, vede l'ordine e la bellezza del mondo.
Vede il senso della vita.
"Cuore di Gesù, nel quale il Padre si è compiaciuto".
Ci rechiamo alla riva del Giordano.
Ci rechiamo al monte Tabor.
In entrambi gli avvenimenti descritti dagli evangelisti si sente la voce del Dio invisibile, ed è la voce del Padre:
"Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto. Ascoltatelo" (Mt 17,5).
L'eterno compiacimento del Padre accompagna il Figlio, quando Egli si è fatto uomo, quando ha accolto la missione messianica da svolgere nel mondo, quando diceva che il suo cibo era compiere la volontà del Padre.
Alla fine Cristo ha compiuto questa volontà facendosi obbediente fino alla morte di Croce, e allora quell'eterno compiacimento del Padre nel Figlio, che appartiene all'intimo mistero del Dio-Trino, è diventato parte della storia dell'uomo. Infatti il Figlio stesso si è fatto uomo, e in quanto tale ha avuto un cuore d'uomo, con il quale ha amato e ha risposto A'amore. Prima di tutto all'amore del Padre.
E perciò su questo cuore, sul Cuore di Gesù, si è concentrato il compiacimento del Padre.
È il compiacimento salvifico. Infatti il Padre abbraccia con esso - nel cuore del Suo Figlio tutti coloro per i quali questo Figlio è diventato uomo. Tutti coloro per i quali ha il cuore. Tutti coloro per i quali è morto e risorto.
Nel Cuore di Gesù l'uomo e il mondo ritrovano il compiacimento del Padre. Questo è il cuore del nostro Redentore. È il cuore del Redentore del mondo.
Nella nostra preghiera uniamoci a Maria.
Uniamoci a Lei, dalla quale il Figlio di Dio ha preso un cuore umano. Preghiamo che Lei ci avvicini a esso. Preghiamo affinché Lei, nel cuore del Figlio, avvicini all'uomo e al mondo H compiacimento del Padre, l'Amore del Padre, la Misericordia di Dio.

14. LA PIENEZZA DEL CUORE DI GESÙ CRISTO NON SI ESAURISCE, NÉ SI ESAURIRÀ MAI
(13 luglio 1986, Angelus)

"Cuore di Gesù, dalla cui pienezza noi tutti abbiamo attinto". Ci uniamo a Maria nel momento dell'Annunciazione, quando il Verbo si fece carne e venne ad abitare sotto il suo Cuore: il Cuore della Madre.
Ci uniamo quindi al Cuore della Madre, che dal momento del concepimento conosce meglio il cuore umano del suo divin Figlio; "Dalla sua pienezza noi tutti abbiamo ricevuto e grazia su grazia", così scrive l'evangelista Giovanni (Gv 1, 16).
Che cosa determina la pienezza del cuore? Quando possiamo dire che il cuore è pieno? Di che cosa è pieno il Cuore di Gesù?
È pieno d'amore.
L'amore decide di questa pienezza del cuore del Figlio di Dio, alla quale ci rivolgiamo oggi nella preghiera.
È un Cuore pieno di amore del Padre: pieno in modo divino e insieme umano. Infatti il Cuore di Gesù è veramente il cuore umano di Dio-Figlio. È quindi pieno di amore filiale: tutto ciò che Egli ha fatto e detto sulla terra, rende testimonianza proprio a tale amore filiale.
Nello stesso tempo l'amore filiale del Cuore di Gesù ha rivelato - e rivela continuamente al mondo - l'amore del Padre. E Padre "infatti ha tanto amato il mondo da dare il suo Figlio unigenito" (Gv 3, 16) per la salvezza del mondo; per la salvezza dell'uomo, perché egli "non muoia, ma abbia la vita eterna" (ivi).
Il Cuore di Gesù è quindi pieno d'amore per l'uomo. È pieno d'amore per la creatura. Pieno d'amore per il mondo.
Quanto è pieno!
Questa pienezza non si esaurisce mai.
Quando l'umanità attinge alle risorse materiali della terra, dell'acqua, dell'aria, queste risorse diminuiscono e a poco a poco si esauriscono.
Si parla molto su questo tema in merito allo sfruttamento accelerato di tali risorse che è compiuto ai nostri giorni. Di qui derivano avvertimenti quali: "non sfruttiamo oltre misura".
Tutt'altro accade con l'amore. Tutt'altro accade con la pienezza del Cuore di Gesù.
Essa non si esaurisce mai, né si esaurirà mai.
Da questa pienezza noi tutti riceviamo - e grazia su grazia. Occorre soltanto che si dilati la misura del nostro cuore, la nostra disponibilità ad attingere a tale sovrabbondanza di amore.

15. CUORE DI GESÙ, PORTA Al CUORI UMANI LA LIBERAZIONE CHE È NEL TUO VANGELO
(20 luglio 1986, Angelus)

"Cuore di Gesù, desiderio dei colli eterni ... ".
Insieme a Maria ricordiamo l'Annunciazione, che fu certamente un avvenimento decisivo nella sua vita.
Ed ecco, nel centro di quest'avvenimento, scopriamo il Cuore. Si tratta dell'amore del Figlio di Dio, che dal momento dell'Incarnazione inizia a svilupparsi sotto il Cuore della Madre insieme con il Cuore umano del suo Figlio.
E questo Cuore "desiderio" del mondo?.
Guardando il mondo così come visibilmente ci circonda, dobbiamo constatare con san Giovanni che esso è sottomesso alla concupiscenza della carne, alla concupiscenza degli occhi e alla superbia della vita (cfr. 1 Gv 2, 16) e questo "mondo" sembra essere lontano dal desiderio del Cuore di Gesù. Non condivide i suoi desideri. Rimane estraneo e, a volte, addirittura ostile nei suoi confronti.
Questo è a "mondo", di cui il Concilio dice che è "posto sotto la schiavitù del peccato" (Gaudium et Spes, 2). E lo dice in conformità con l'intera Rivelazione, con la Sacra Scrittura e con la Tradizione (e perfino, diciamo pure, con la nostra esperienza umana).
Contemporaneamente, tuttavia lo stesso "mondo" è stato chiamato all'esistenza per amore del Creatore e per questo amore esso è costantemente mantenuto nell'esistenza. Si tratta del mondo come l'insieme delle creature visibili e invisibili, e in particolare "l'intera famiglia umana nel contesto di tutte quelle realtà entro le quali essa vive" (Gaudium et Spes , 2).
t il mondo che, proprio a causa della "schiavitù del peccato", è stato sottomesso alla caducità come insegna san Paolo - e, per questo, geme e soffre nelle doglie del parto, attendendo con impazienza la rivelazione dei figli di Dio, poiché soltanto su una tale strada può essere veramente liberato dalla schiavitù della corruzione, per partecipare alla libertà e alla gloria dei figli di Dio (cfr. Rm 8,19-22).
Questo mondo -- malgrado il peccato e la triplice concupiscenza - è rivolto aflyamore, che riempie il Cuore umano del Figlio di Maria.
E perciò, unendoci a Lei chiediamo: Cuore di Gesù, desiderio dei colli eterni, porta ai cuori umani, avvicina ai nostri tempi quella liberazione che è nel tuo Vangelo, nella tua Croce e Risurrezione: che è nel tuo Cuore!

16. CUORE DI GESÙ PAZIENTE E IMMENSAMENTE MISERICORDIOSO!
(27 luglio 1986, Angelus)

"Cuore di Gesù, paziente e immensamente misericordioso!".
Desideriamo rileggere ancora una volta il Vangelo; in un certo senso lo rileggiamo tutto intero, e immediatamente. In esso è iscritto il Cuore di Gesù, paziente e immensamente misericordioso.
Non è forse così il Cuore di Colui che "passò beneficando" tutti? (cfr. At 10, 3 8) Di Colui che fece sì che i ciechi riacquistassero la vista, gli zoppi camminassero, i morti risuscitassero? Che ai poveri fosse annunziata la buona novella? (cfr. Lc 7, 22).
Non è forse così il Cuore di Gesù, il quale non aveva Egli stesso dove posare il capo, mentre le volpi hanno le loro tane egli uccelli i loro nidi? (cfr. Mt 8,20).
Non è forse così il Cuore di Gesù il quale difese la donna adultera dalla lapidazione e poi le disse: "Va', e d'ora in poi non peccare più"? (cfr. Gv 8, 3 - 10).
Non è forse così il Cuore di Colui, che fu chiamato "amico dei pubblicani e dei peccatori"? (cfr. Mt 11, 19).
Guardiamo, insieme con Maria, dentro questo Cuore! Rileggiamolo nell'intero Vangelo!
Tuttavia, soprattutto rileggiamo questo Cuore nel momento della crocifissione. Quando è stato trafitto dalla lancia. Quando si è svelato fino in fondo il mistero in esso scritto.
È Cuore paziente, poiché aperto a tutte le sofferenze dell'uomo. Il Cuore paziente, poiché disposto esso stesso ad accettare una sofferenza non misurabile con metro umano!
È Cuore paziente, poiché immensamente misericordioso!
Che cosa infatti è la misericordia, se non quella misura particolarissima dell'amore, che si esprime nella sofferenza?
Che cosa infatti è la misericordia, se non quella misura definitiva dell'amore, che scende nel centro stesso del male per vincerlo con il bene?
Che cosa è, se non l'amore che vince il peccato del mondo mediante la sofferenza e la morte?
Cuore di Gesù paziente e immensamente misericordioso!
Madre, che hai guardato in questo Cuore, essendo presente sotto la Croce!
Madre, che, per volontà di questo Cuore, sei diventata Madre di noi tutti.
Chi come te conosce il mistero del Cuore di Gesù a Betlemme, a Nazaret, al Calvario?
Chi come te sa che esso è paziente e immensamente misericordioso?
Chi come te ne rende incessante testimonianza?

17. LA VERITA HA LA FORZA DI CHIAMARE L'AMORE
(3 agosto1986, Angelus)

"Cuore di Gesù, generoso verso coloro che ti invocano! ".
Ci raccogliamo per ricordarti, o Madre di Cristo, l'avvenimento che ebbe luogo a Cana di Galilea.
Questo avvenne all'inízio dell'attività messianica. Gesù era stato invitato, insieme a Te e ai suoi primi discepoli, alle nozze. E quando venne a mancare il vino, tu, Maria, dicesti a Gesù: Figlio, "non hanno più vino" (Gv 2,3).
Tu conoscevi il suo Cuore. Sapevi che esso è generoso verso coloro che lo invocano.
Con la tua preghiera a Cana di Galilea hai fatto sì che il Cuore di Gesù si rivelasse nella sua generosità.
Questo è il Cuore generoso, poiché in esso abita infatti la pienezza: abita in Cristo vero uomo la pazienza della divinità; e Dio è Amore.
E generoso perché ama - e amare vuol dire elargire, vuoi dire donare. Amare - vuol dire essere dono. Vuol dire essere per gli altri, essere per tutti, essere per ciascuno.
Per ciascuno che chiama. Chiama, a volte, perfino senza parole. Chiama per il fatto di mettere a nudo tutta la sua verità - e, in questa verità, chiama l'amore!
La verità ha la forza di chiamare l'amore. Mediante la verità hanno la forza di chiamare all'amore tutti coloro che sono "poveri in spirito", che "hanno fame e sete della giustizia", che, essi stessi, sono misericordiosi.
Tutti costoro - e tanti altri ancora - hanno un meraviglioso "potere" sull'amore. Tutti quelli fanno sì che l'amore si comunichi, si doni e si manifesti così la generosità del cuore.
Tra tutti coloro, tu, Maria, sei la prima.
Cuore di Gesù, generoso verso coloro che ti invocano!
Mediante questa generosità l'amore non si esaurisce, ma cresce. Cresce costantemente. Tale è la natura misteriosa dell'amore. E tale è pure il mistero del Cuore di Gesù, che è generoso verso tutti.
Si apre per tutti e per ciascuno. Si apre completamente da se stesso. E in questa generosità non si esaurisce. La generosità del Cuore rende testimonianza al fatto che l'amore non è soggetto alle leggi della morte, ma alle leggi della Risurrezione e della vita. Rende testimonianza al fatto che l'amore cresce con l'amore. Tale è la sua natura.

18. AVVICINARSI AL CUORE DI GESÙ, SORGENTE DI VITA E DI SANTITA
(10 agosto 1986, Angelus)

"Cuore di Gesù, sorgente di vita e di santità!".
Ricordiamo quando Gesù si recò nella cittadina della Samaria, chiamata Sicàr, dove vi era ancora una fonte che risaliva ai tempi del patriarca Giacobbe. In quel luogo incontrò una Samaritana, che vi giungeva per attingere l'acqua alla fonte. Egli le disse: "Dammi da bere". La donna rispose: "Come mai, tu, che sei Giudeo, chiedi da bere a me, che sono una donna Samaritana?".
E allora Gesù replicò: "Se tu conoscessi il dono di Dio e chi è colui, che ti dice: "Dammi da bere", tu stessa gliene avresti chiesto ed egli ti avrebbe dato acqua viva".
E continuò: "l'acqua che io... darò diventerà... sorgente di acqua che zampilla per la vita eterna" (cfr. Gv 4,5-14).
Sorgente! Sorgente di vita e di santità!
In un'altra occasione, nell'ultimo giorno della festa delle Capanne a Gerusalemme, Gesù - come scrive ancora l'evangelista Giovanni - "esclamò ad alta voce: "Chi ha sete venga a me e beva chi crede in me; come dice la Scrittura: fiumi di acqua viva sgorgheranno dal suo seno"". L'Evangelista aggiunge: "Questo egli disse riferendosi allo Spirito che avrebbero ricevuto i credenti in lui" (Gv 7,37-39).
Tutti desideriamo di avvicinarci a questa sorgente di acqua viva. Tutti desideriamo di bere dal Cuore divino, che è sorgente di vita e di santità.
In Esso ci è stato dato lo Spirito Santo, che è costantemente dato a tutti coloro i quali con adorazione e amore s'avvicinano a Cristo, al suo Cuore.
Avvicinarsi alla sorgente - vuol dire raggiungere il principio. Non vi è altro luogo nel mondo creato, dal quale possa scaturire la santità nella vita umana al di fuori di questo Cuore, che ha tanto amato. "Fiumi di acqua viva" sono sgorgati in tanti cuori... e sgorgheranno ancora! Ne rendono testimonianza i santi di tutti i tempi.
Ti preghiamo, Madre di Cristo, sii la nostra Guida al Cuore del tuo Figlio. Ti preghiamo, avvicinaci ad Esso ed insegnaci a vivere in intimità con questo Cuore, che è sorgente di vita e di santità.

19. NEL CUORE DI GESÙ LA VITTORIA SUL MALE
(17 agosto 1986, Angelus)

"Cuore di Gesù, propiziazione per i nostri peccati".
Il Cuore di Gesù è sorgente di vita, perché per esso si attua la vittoria sulla morte. È sorgente di santità, perché in esso viene vinto il peccato che è avversario della santità nel cuore dell'uomo.
Gesù, che la domenica di risurrezione entra attraverso la porta chiusa, nel cenacolo, dice agli Apostoli: "Ricevete lo Spirito Santo, a chi rimetterete i peccati saranno rimessi" (Gv 20,23).
E ciò dicendo, mostra loro le mani e il costato, in cui sono visibili i segni della crocifissione. Mostra il costato - luogo del Cuore trafitto dalla lancia del centurione.
Così dunque gli Apostoli sono stati chiamati a ritornare al Cuore, che è propiziazione per i peccati del mondo. E con loro anche noi siamo chiamati.
La potenza della remissione dei peccati, la potenza della vittoria sul male che alberga nel cuore dell'uomo, si racchiude nella Passione e nella Morte di Cristo Redentore. Un segno particolare di questa potenza redentrice è proprio il Cuore.
La passione di Cristo e la sua Morte si sono impossessati di tutto il suo corpo. Si sono compiute mediante tutte le ferite, che Egli ha riportato durante la Passione. Tuttavia si sono compiute soprattutto nel Cuore, poiché il Cuore agonizzava nello spegnersi dell'intero corpo. Il Cuore si consumava nel ritmo della sofferenza di tutte le ferite.
In questa spogliazione il Cuore ardeva d'amore. Una fiamma viva di amore ha consumato il Cuore di Gesù sulla croce.
Questo amore del Cuore fu la potenza propiziatrice per i peccati. Ecco ha superato - e supera per sempre - tutto il male contenuto nel peccato, tutto l'allontanamento da Dio, tutta la ribellione della libera volontà umana, ogni cattivo uso della libertà creata, che si oppone a Dio e alla sua santità.
L'amore che ha consumato il Cuore di Gesù - l'amore che ha causato la morte del suo Cuore - era ed è una potenza invincibile. Mediante l'amore del Cuore divino, la morte ha riportato la vittoria sul peccato. È divenuta sorgente di vita e di santità.
Cristo stesso conosce fino in fondo questo mistero redentore del suo Cuore. Ne è il testimone immediato. Quando dice agli Apostoli: Ricevete lo Spirito Santo per la remissione dei peccati, rende testimonianza a quel Cuore che è propiziazione per i peccati del mondo.
Maria, che sei rifugio dei peccatori, avvicinaci al Cuore del tuo Figlio!

20. CUORE DI GESÙ RICOPERTO DI OBBROBRI
(24 agosto 1986, Angelus)

Le parole delle Litaníe del Sacro Cuore ci aiutano a rileggere il Vangelo della Passione di Cristo.
Ripassiamo con gli occhi dell'anima attraverso quei momenti e avvenimenti:
- dalla cattura nel Getsemani al giudizio di Anna e di Caifa, all'incarnazione notturna, alla sentenza mattutina del Sinedrio, al tribunale del governatore romano, al tribunale di Erode galileo, alla flagellazione, all'incoronazione di spine, alla sentenza di crocifissione, alla via crucis fino al luogo del Golgota, e, attraverso l'agonia sull'albero dell'ignominia, fino all'ultimo "Tutto è compiuto".
Cuore di Gesù, ricoperto di obbrobri.
Cuore di Gesù - il cuore umano del Figlio di Dio - quanto consapevole della dignità di ogni uomo - quanto consapevole della dignità di Dio-Uomo.
Cuore del Figlio, che è Primogenito di ogni creatura:
- quanto consapevole della peculiare dignità dell'anima e del corpo dell'uomo;
- quanto sensibile per tutto ciò che offende questa dignità: "ricoperto di obbrobri".
Ecco le parole di Isaia profeta:
"Ecco il mio servo che io sostengo, il mio eletto in cui mi compiaccio... egli porterà il diritto alle nazioni. Non griderà
né alzerà il tono... non spezzerà una canna incrinata, non spegnerà uno stoppino dalla fiamma smorta ... " (Is 42,1-3).
"Come molti si stupiranno di lui
- tanto era sfigurato per essere d'uomo il suo aspetto e diversa la sua forma da quella dei figli dell'uomo" (1s52,14).
"... uomo dei dolori che ben conosce il patire, come uno davanti al quale ci si copre la faccia, era disprezzato e non ne avevano alcuna stima ... " (Is 53, 3).
Cuore di Gesù, ricoperto di obbrobri! Cuore di Gesù ricoperto di obbrobri! Segno di contraddizione...
"E anche a te una spada trafiggerà l'anima ... " (Lc 2,34-35).

21. GESÙ MEDIANTE IL PROPRIO SANGUEENTRA NEL TABERNACOLO ETERNO
(31agosto 1986, Angelus)

"Cuore di Gesù, spezzato a causa dei nostri peccati".
Gesù di Nazaret, che durante l'ultima cena ha detto: "questo è il mio corpo offerto in sacrificio per voi ... " questo è il calice del mio sangue versato per voi.
Gesù: sacerdote fedele, che mediante il proprio sangue entra nel tabernacolo eterno;
Gesù: sacerdote, che secondo l'Ordine di Melchisedech ci lascia il suo sacrificio: fate questo! ... : Gesù - Cuore di Gesù!
Cuore di Gesù al Getsemani, che "si rattrista fino alla morte", che sente il "peso" terribile. Quando dice: "Tutto è possibile a te, allontana da me questo calice! " (Mc 14, 3 6) egli sa, in pari tempo, qual è la volontà del Padre, e non desidera più altro che adempirla: versare il calice fino in fondo.
Cuore di Gesù - spezzato con l'eterna sentenza: Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Suo Figlio unigenito...
Tanti secoli prima lo aveva detto Isaia: "Egli si è caricato delle nostre sofferenze, / si è addossato i nostri dolori / e noi lo giudicavamo castigato, / percosso da Dio e umiliato" (Is 53, 4).
Egli si è immolato per i nostri delitti; e tuttavia, non dicevano sul Golgota: "se tu sei Figlio di Dio, scendi dalla croce!"? (Mt 27,40).
Così dicevano: E tuttavia il profeta sapeva. E tuttavia Isaia diceva, ... tanti secoli prima: "Egli è stato trafitto per i nostri delitti, / schiacciato per le nostre iniquità... 1 Noi tutti eravamo sperduti come un gregge, / ognuno di noi seguiva la sua strada; / il Signore fece ricadere su di'lui / l'iniquità di noi
tutti... / Sì, fu eliminato dalla terra dei viventi, / per l'iniquità del mio popolo fu percosso a morte" (Is 53,5-8).
Spezzato a causa dei nostri peccati ! Cuore di Gesù - spezzato per i peccati...
Le sofferenze dell'agonia abbracciano gradatamente tutto il corpo del Crocifisso. Lentamente la morte giunge al cuore.
Gesù dice: "Tutto è compiuto!" "Padre, nelle tue mani consegno il mio spirito" (Lc 23,46).
Quanto diversamente dovevano adempiersi le scritture?
Quanto diversamente dovevano compiersi le parole del Profeta che dice: "E giusto mio servo giustificherà molti... / si compirà per mezzo suo la volontà del Signore" (cfr. Is 53,11.40).
La volontà del Padre! Non la mia, ma la tua volontà!
Siamo uniti nella preghiera con Te, Madre di Cristo: con Te, che hai partecipato alle sue sofferenze ("condoluit"... Tu ci conduci al Cuore del Tuo Figlio agonizzante sulla Croce: quando nella sua spogliazione si rivela fino in fondo come Amore.
O tu, che hai partecipato alle sue sofferenze, permettici di perseverare sempre nell'abbraccio, di questo mistero.
Madre del Redentore!
Avvicinaci al Cuore del Tuo Figlio!

22. COME IL CUORE DI GESÙ DOCILI ALLO SPIRITO SANTO E ALLA VOCE DELLA MADRE
(2 luglio 1989, Angelus)

Una delle invocazioni più profonde delle Litanie del Sacro Cuore suona così: "Cuore di Gesù, formato dallo Spirito Santo nel seno della Vergine Madre, abbi pietà di noi". Troviamo qui l'eco di un articolo centrale del Credo, in cui professiamo la nostra fede in "Gesù Cristo, unigenito Figlio di Dio", il quale "discese dal cielo e per opera dello Spirito Santo si è incarnato nel seno della Vergine Maria e si è fatto uomo". La santa umanità di Cristo, dunque, è opera dello Spirito divino e della Vergine di Nazareth.
È opera dello Spirito. Ciò afferma esplicitamente l'evangelista Matteo, riferendo le parole dell'angelo a Giuseppe: "Quel che è generato in Lei (Maria), viene dallo Spirito Santo" (Mt 1, 20); e lo afferma pure l'evangelista Luca, riportando le parole di Gabriele a Maria: "Lo Spirito Santo scenderà su di te, su di te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo" (Lc 1, 35).
Lo Spirito ha plasmato la santa umanità di Cristo: il suo corpo e la sua anima con tutta l'intelligenza, la volontà, la capacità di amare. In una parola, ha plasmato il suo Cuore. La vita di Cristo è stata posta tutta sotto il segno dello Spirito. È dallo Spirito che viene a lui la sapienza che riempie di stupore i dottori della Legge e i suoi concittadini, l'amore che accoglie e perdona i peccatori, la misericordia che si china sulla miseria dell'uomo, la tenerezza che benedice a abbraccia i bambini, la comprensione che lenisce il dolore degli afflitti. È lo Spirito che dirige i passi di Gesù, lo sostiene nelle prove, soprattutto lo guida nel suo cammino verso Gerusalemme, dove egli offrirà il sacrificio della Nuova Alleanza, grazie al quale divamperà il fuoco da lui portato sulla terra (cfr. Lc 12, 49).
D'altra parte, l'umanità di Cristo è anche opera della Vergine. Lo Spirito ha plasmato il Cuore di Gesù nel grembo di Maria, che ha collaborato attivamente con lui come madre e come educatrice:
- come madre, ella ha aderito consapevolmente e liberamente al progetto salvifico di Dio Padre, seguendo trepida, in adorante silenzio, il mistero della Vita che in lei era germogliata e si sviluppava;
- come educatrice, ella ha plasmato il Cuore del proprio Figlio, introducendo, insieme con san Giuseppe, nelle tradizioni del Popolo eletto, ispirandogli l'amore alla Legge del Signore, comunicandogli la spiritualità dei "poveri del Signore". Ella l'ha aiutato a sviluppare la sua intelligenza e ha esercitato un sicuro influsso nella formazione del suo temperamento. Pur sapendo che il suo Bambino la trascendeva, perché "Figlio dell'Altissimo" (cfr. ibid, 1, 32), non per questo la Vergine fu meno sollecita della sua educazione umana (cfr. ibid., 2,51).
Possiamo pertanto affermare con verità: nel Cuore di Cristo risplende l'opera mirabile dello Spirito Santo; in esso vi sono pure i riflessi del Cuore della Madre. Sia il cuore di ogni cristiano come il Cuore di Gesù: docile all'azione dello Spirito, docile alla voce della Madre.

23. IL CUORE DI GESÙ FIN DALL'INCARNAZIONE È STATO E SARÀ SEMPRE UNITO ALLA PERSONA DEL VERBO DI DIO
(9 luglio 1989, Angelus)

"Cuore di Gesù, unito alla persona del Verbo di Dio, abbi pietà di noi". L'espressione "Cuore di Gesù" richiama subito alla mente l'umanità di Cristo, e ne sottolinea la ricchezza dei sentimenti, la compassione verso gli infermi; la predilezione per i poveri; la misericordia verso i peccatori; la tenerezza verso i bambini; la fortezza nella denuncia dell'ipocrisia, dell'orgoglio, della violenza; la mansuetudine di fronte agli oppositori; lo zelo per la gloria del Padre e il giubilo per i suoi disegni di grazia, misteriosi e provvidenti.
In riferimento ai fatti della passione, l'espressione "Cuore di Gesù" richiama poi la tristezza di Cristo per il tradimento di Giuda, lo sconforto per la solitudine, l'angoscia dinanzi alla morte, l'abbandono filiale e ubbidiente nelle mani del Padre. E dice soprattutto l'amore che sgorga inarrestabile dal suo intimo: amore infinito verso il Padre e amore senza limiti verso l'uomo.
Ora, questo Cuore umanamente così ricco, "è unito - l'invocazione ce lo ricorda - alla Persona del Verbo di Dio". Gesù è il Verbo di Dio incarnato: in lui vi è una sola Persona - quella eterna del verbo, - sussistente in due nature, la divina e l'umana. Gesù è uno, nella realtà indivisibile del suo essere, ed è, nel contempo, perfetto nella sua divinità, perfetto nella nostra umanità; è uguale al Padre, per quanto concerne la natura divina, uguale a noi, per quanto riguarda la natura umana; vero Figlio di Dio e vero Figlio dell'uomo.
Il Cuore di Gesù quindi, fin dal momento dell'incarnazione, è stato e sarà sempre unito alla Persona del Verbo di Dio.
Per l'unione del Cuore di Gesù alla Persona del Verbo di Dio possiamo dire: in Gesù, Dio ama umanamente, soffre umanamente, gioisce umanamente. E viceversa: in Gesù, l'amore umano, la sofferenza umana, la gloria umana acquistano intensità e potenza divine.
Contempliamo con Maria il Cuore di Cristo. La Vergine visse nella fede, giorno dopo giorno, accanto al suo Figlio Gesù: sapeva che la carne di suo Figlio era fiorita dalla sua carne verginale; ma intuiva che egli, perché "Figlio dell'Altissimo" (Lc 1, 32), la trascendeva infinitamente: il Cuore del suo Figlio era, appunto, "unito alla Persona del Verbo". Per questo Ella lo amava come Figlio suo e, al tempo stesso, lo adorava come suo Signore e suo Dio. Che Ella conceda anche a noi di amare e adorare il Cristo, Dio e Uomo, sopra ogni cosa, "con tutto il cuore, con tutta l'anima e con tutta la mente" (cfr. Mt 22, 37). In tal modo, seguendo il suo esempio, saremo oggetto delle predilezioni divine e umane del Cuore del suo Figlio.

24. OBBEDIENZA È IL NUOVO NOME DELL'AMORE
(23 luglio 1989, Angelus)

"Cuore di Gesù, obbediente fino alla morte, abbi pietà di noi". Questa invocazione delle Litanie del Sacro Cuore ci invita a contemplare il Cuore di Cristo obbediente. Tutta la vita di Gesù è posta sotto il segno di una perfetta obbedienza alla volontà del Padre, suprema e coeterna sorgente del suo essere (cfr. Gv 1, 1-2): una è la loro potenza e gloria, una la sapienza, reciproco l'infinito amore. Per questa comunione di vita e di amore il Figlio aderisce pienamente al progetto del Padre, che vuole la salvezza dell'uomo mediante l'uomo: nella "pienezza del tempo" nasce dalla Vergine Maria (cfr. Gal 4,4) con un cuore obbediente per riparare il danno causato alla stirpe umana dal cuore disobbediente dei progenitori. Perciò, entrando nel mondo, Cristo disse: "Ecco io vengo... per fare, o Dio, la tua volontà" (Eb 10,5.7). "Obbedienza" è il nome nuovo dell'"amore"!
Nel corso della sua vita, i Vangeli ci mostrano Gesù sempre intento a fare la volontà del Padre. A Maria e Giuseppe, che durante tre giorni, addolorati, lo avevano cercato, Gesù dodicenne risponde: "Perché mi cercate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?" (Lc 2,49). Tutta la sua esistenza è dominata da questo Io devo, che determina le sue scelte e guida la sua attività. Ai discepoli dirà un giorno: "Mio cibo è fare la volontà di colui che mi ha mandato a compiere la sua opera"; e insegnerà loro a pregare così: "Padre nostro,... sia fatta la tua volontà come in cielo così in terra" (Mt 6, 10).
Gesù obbedisce fino alla morte (cfr. Fil 2, 8), benché nulla gli sia tanto radicalmente opposto quanto la morte, giacché egli è la sorgente stessa della vita (cfr. Gv 11, 25 -26). In quelle ore tragiche sopravvengono inquietanti lo sconforto e l'angoscia (cfr. Mt 26,37), la paura e il turbamento (cfr. Mc 14,33), il sudore di sangue e le lacrime (cfr. Lc 22,44). sulla croce poi il dolore strazia il suo corpo trafitto. L'amarezza - del rifiuto, del tradimento, dell'ingratitudine - ne colma il Cuore. Ma su tutto domina la pace dell'obbedienza. "Non la mia, ma la tua volontà sia fatta" (Lc 22,42). Gesù raccoglie le forze estreme e, quasi sintetizzando la sua vita, pronuncia la parola ultima: "Tutto è compiuto" (Gv 19,30).
All'aurora, nel meriggio e al tramonto della vita di Gesù pulsa nel suo Cuore un solo desiderio: fare la volontà del Padre. Contemplando questa vita, unificata dall'obbedienza filiale al Padre, comprendiamo la parola dell'Apostolo: "Per l'obbedienza di uno solo tutti saranno costituiti giusti" (Rm 5, 19), e l'altra, misteriosa e profonda, della Lettera agli Ebrei: "Pur essendo Figlio, imparò l'obbedienza dalle cose che patì e reso perfetto, divenne causa di salvezza eterna per tutti coloro che obbediscono" (Eb 5,8-9). Ci aiuti Maria Santissima, la Vergine del "Fiat" trepido e generoso, ad "imparare", questa fondamentale lezione.

25. IL CUORE TRAFITTO DI GESÙ SIMBOLO DELLA VITA NUOVA E SORGENTE DELLA CHIESA
(30 luglio 1989, Angelus)

"Cuore di Gesù, trafitto dalla lancia, abbi pietà di noi". Lungo i secoli, poche pagine del Vangelo hanno attirato tanto l'attenzione dei mistici, degli scrittori spirituali e dei teologi quanto la pericope giovannea che narra la morte gloriosa di Cristo e la trafittura del costato" (cfr. Gv 19,23-27). A quella pagina s'ispira l'invocazione delle Litanie, che ho appena ricordato.
Nel Cuore trafitto noi contempliamo l'obbedienza filiale di Gesù al Padre, il cui incarico egli portò coraggiosamente a compimento (cfr. ibid. 19,30) e il suo amore fraterno per gli uomini, che egli "amò sino alla fine" (Gv 13, 1), cioè sino all'estremo sacrificio di sé. Il Cuore trafitto di Gesù è il segno della totalità di questo amore in direzione verticale e orizzontale, come le due braccia della croce.
Il Cuore trafitto è anche il simbolo della vita nuova, data agli uomini mediante lo Spirito e i sacramenti. Non appena il soldato ebbe vibrato il colpo di lancia, dal costato ferito di Cristo "uscì sangue e acqua" (Gv 19, 34). E colpo di lancia attesta la realtà della morte di Cristo. Egli è veramente morto, com'era veramente nato, come veramente risorgerà nella sua stessa carne (Gv 20, 24.27). Contro ogni tentazione antica o moderna di docetismo, di cedimento all'"apparenza", l'Evangelista richiama tutti alla scarna certezza della realtà. Ma, al tempo stesso, tende a approfondire il significato dell'evento salvifico e ad esprimerlo attraverso il simbolo. Egli, perciò, nell'episodio del colpo di lancia, vede un profondo significato: come dalla
roccia colpita da Mosè scaturì nel deserto una sorgente d'acqua (cfr. Nm 20, 8-11), così dal costato di Cristo, ferito dalla lancia, è sgorgato un torrente d'acqua per dissetare il nuovo popolo di Dio. Tale torrente è il dono dello Spirito (cfr. Gv. 7,27-29), che alimenta in noi la vita divina.
Infine, dal Cuore trafitto di Cristo scaturisce la Chiesa. Come dal costato di Adamo addormentato fu tratta Eva, sua sposa, così - secondo una tradizione patristica risalente ai primi secoli - dal costato aperto del Salvatore, addormentato sulla Croce nel sonno della morte, fu tratta la Chiesa, sua sposa; essa si forma appunto dall'acqua e dal sangue Battesimo e Eucaristia -, che sgorgano dal Cuore trafitto. Giustamente perciò la Costituzione conciliare sulla liturgia afferma: "Dal costato di Cristo morto sulla croce è scaturito il mirabile sacramento di tutta la Chiesa" (Sacrosanctum Concilium, 5).
Accanto alla Croce, annota l'Evangelista, c'era la Madre di Gesù (cfr. Gv 19,25). Ella vide il Cuore aperto dal quale fluivano sangue e acqua - sangue tratto del suo sangue - e comprese che il sangue del Figlio era versato per la nostra salvezza. Allora capì fino in fondo il significato delle parole che il Figlio le aveva rivolto poco prima: "Donna, ecco il tuo figlio" (Ibid., 19,26): la Chiesa che sgorgava dal Cuore trafitto era affidata alle sue cure di madre.
Chiediamo a Maria di guidarci ad attingere sempre più abbondantemente alle sorgenti di grazia fluenti dal Cuore trafitto di Cristo.

26. LA CONSOLAZIONE DEL CUORE DI GESÙÈ CONDIVISIONE DELLA SOFFERENZA UMANAE SEGNO CONCRETO DI AMICIZIA
(13 agosto 1989, Angelus)

"Cuore di Gesù, fonte di ogni consolazione, abbi pietà di noi". Iddio, creatore del cielo e della terra, è pure "il Dio di ogni consolazione" (2 Cor 1, 3; cfr. Rm 15,5). Numerose pagine dell'Antico Testamento ci mostrano Dio che, nella sua grande tenerezza e compassione, consola il suo popolo nell'ora dell'afflizione.
Per confortare Gerusalemme, distrutta e desolata, a signore invia i suoi profeti a portare un messaggio di consolazione: "Consolate, consolate il mio popolo... Parlate al cuore di Gerusalemme e gridatele che è finita la sua schiavitù" (Is 40, 1-2); e, rivolgendosi a Israele oppresso dal timore dei nemici, dichiara: "Io, io sono il tuo consolatore" (Is 51, 12); e ancora, paragonandosi a una madre piena di tenerezza per i suoi figli, manifesta la sua volontà di recare pace, gioia e conforto a Gerusalemme: "Rallegratevi con Gerusalemme, esultate per essa quanti la amate. Vi sazierete delle sue consolazioni. Come una madre consola un figlio, così io vi consolerò, in Gerusalemme sarete consolati" (Is 66,10.11.13).
In Gesù, vero Dio e vero uomo, nostro fratello, il "Dio-che-consola" si è fatto presente in mezzo a noi. Così infatti lo indicò per primo il giusto Simeone, che ebbe la gioia di accogliere fra le braccia il bambino Gesù e di vedere in lui adempiuta "la consolazione di Israele" (Lc 2, 25). E, in tutta la vita di Cristo, la predicazione del Regno fu un ministero di consolazione: annuncio di un lieto messaggio ai poveri, proclamazione di libertà per gli oppressi, di guarigione per gli infermi, di grazia e di salvezza per tutti (cfr. Lc 4, 16-2 1; Is 61, 1-2).
Dal Cuore di Cristo, scaturì questa rasserenante beatitudine: "Beati gli afflitti, perché saranno consolati" (Mt 5, 4); come pure il rassicurante invito: "Venite a me, voi tutti, che siete affaticati e oppressi, e io vi ristorerò" (Mt 11, 28).
La consolazione che proveniva dal Cuore di Cristo era condivisione della sofferenza umana; volontà di lenire l'ansia e di alleviare la tristezza; segno concreto di amicizia. Nelle sue parole e nei suoi gesti di consolazione si coniugavano mirabilmente la ricchezza del sentimento con l'efficacia dell'azione. Quando, vicino alla porta della città di Nain, vide una vedova che accompagnava al sepolcro il suo unico figlio, Gesù ne condivise il dolore: "ne ebbe compassione" (Lc 7, 13) toccò la bara, ordinò al giovanetto di alzarsi e lo restituì alla madre (cfr. Lc 7, 14-15).
Il Cuore del Salvatore è ancora, anzi è primordialmente "fonte di consolazione", perché Cristo dona, insieme col Padre, lo Spirito Consolatore: "Io pregherò il Padre ed egli vi darà un altro Consolatore perché rimanga con voi per sempre" (Gv 14,16; cfr. ibid. 14,25; 16,12): Spirito di verità e di pace, di concordia e di soavità, di conforto e di consolazione; Spirito che scaturisce dalla Pasqua di Cristo (cfr. Gv 19,28-34) e dall'evento della Pentecoste (cfr. At 2, 1-13).
Tutta la vita di Cristo fu perciò un continuo ministero di misericordia e di consolazione. La Chiesa, contemplando il Cuore di Cristo e le sorgenti di grazia e di consolazione che ne sgorgano, ha espresso questa realtà stupenda con l'invocazione: "Cuore di Cristo, fonte di ogni consolazione, abbi pietà di noi".
- Tale invocazione è memoria della sorgente da cui, lungo i secoli, la Chiesa ha attinto consolazione e speranza nell'ora della prova e della persecuzione;
- è invito a cercare nel Cuore di Cristo la consolazione vera, duratura, efficace;
- è monito perché, dopo aver sperimentato la consolazione del Signore, ne diventiamo a nostra volta portatori convinti e commossi facendo nostra l'esperienza spirituale che fece dire all'apostolo Paolo: A Signore ci consola in ogni nostra tribolazione perché possiamo anche noi consolare quelli che si trovano in qualsiasi genere di afflizione con la consolazione con cui siamo consolati noi stessi da Dío" (2 Cor 1, 4).
Chiediamo a Maria, Consolatrice degli afflitti, di condurci, nei momenti bui di tristezza e di angoscia, a Gesù, suo Figlio diletto, "fonte di ogni consolazione".

27. CON IL SUO CUORE DI MADRE,MARIA È AL SERVIZIO DELLA REDENZIONE OPERATA DA GESÙ CRISTO
(27 agosto 1989, Angelus)

"Cuore di Gesù, nostra vita e risurrezione, abbi pietà di noí". Questa invocazione delle Litanie del Sacro Cuore, forte e convinta come un atto di fede, racchiude in una frase lapidaria tutto il mistero di Cristo Redentore. Essa richiama le parole rivolte da Gesù a Marta, affranta per la morte del fratello Lazzaro: "Io sono la risurrezione e la vita; chi crede in me anche se muore, vivrà" (Gv 11, 25).
Gesù è la vita, che eternamente scaturisce dalla divina sorgente del Padre: "In principio era il Verbo / e il Verbo era presso Dio / e il Verbo era Dio... In lui era la vita / e la vita era la luce degli uomini" (Gv 1, 1-4).
Gesù è vita in se stesso: "Come il Padre ha la vita in se stesso - Egli dichiara -, così ha concesso al Figlio di avere la vita in se stesso" (Gv 5,26). Nell'intimo essere di Cristo, nel suo Cuore, la vita divina e la vita umana si congiungono armonicamente, in piena e inscindibile unità.
Ma Gesù è anche vita per noi. "Dare la vita" è lo scopo della missione che Egli, Buon Pastore, ha ricevuto dal Padre: "Io sono venuto perché abbiano la vita e l'abbiano in abbondanza" (Gv 10, 10).
Gesù è anche la risurrezione. Nulla è così radicalmente contrario alla santità di Cristo - il Santo del Signore (cfr. Lc 1, 35; Mc 1, 24) - come il peccato; nulla tanto opposto a Lui, sorgente di vita, quanto la morte. Un vincolo misterioso lega peccato e morte (cfr. Sap 2,24; Rm 5,12; 5,23) -: ambedue sono realtà essenzialmente contrarie al progetto di Dio sull'uomo, che non è stato fatto per la morte, ma per la vita. Dinanzi a ogni espressione di morte, il Cuore di Cristo si è commosso profondamente, e per amore del Padre e degli uomini, suoi fratelli, ha fatto della sua vita un "prodigioso duello" contro la morte (Missale Romanum, Sequenza pasch.) con una parola ha restituito la vita fisica a Lazzaro, al figlio della vedova di Nain, alla figlia di Giairo; con la forza del suo amore misericordioso ha ridato la vita spirituale a Zaccheo, a Maria di Magdala, all'adultera e a quanti hanno saputo riconoscerne la presenza salvatrice.
Nessuno, quanto Maria ha sperimentato che il Cuore di Gesù è "vita e risurrezione".
- da lui, vita, Maria ha ricevuto la grazia originale e, nell'ascolto della sua parola e nell'osservazione attenta dei suoi gesti salvifici, ha potuto custodirla e nutrirla;
- da lui, risurrezione, Ella è stata associata in modo singolare alla vittoria sulla morte: il mistero della Assunzione in corpo e anima al Cielo è il consolante documento che la vittoria di Cristo sul peccato e sulla morte si prolunga nelle membra del suo Corpo mistico, prima di tutti in Maria, "membro sovreminente" della Chiesa (Lumen Gentium, 53).
Glorificata in Cielo, la Vergine è, con il suo Cuore di Madre, al servizio della redenzione operata da Cristo. "Madre della vita", è vicina a ogni donna che dà alla luce un figlio, è presso ogni fonte battesimale dove, dall'acqua e dallo Spirito (cfr. Gv 3, 5), nascono le membra di Cristo; "Salute degli infermi", è là dove la vita langue colpita dal dolore e dalla malattia; "Madre di misericordia", Ella chiama chi è caduto sotto il peso della colpa a ritornare alle sorgenti della vita; "Rifugio dei peccatori", indica a coloro che se ne sono allontanati la via che ríconduce a Cristo; "Vergine Addolorata" accanto al Figlio morente (cfr. Gv 19, 25), Ella è là dove la vita si spegne. Invochiamola con la Chiesa: "Santa Maria, Madre di Dio, prega per noi peccatori, adesso e nell'ora della nostra morte".

28. NEL CUORE DI CRISTO HA AVUTO LUOGO LA PERFETTA RICONCILIAZIONE TRA CIELO E TERRA
(3 settembre 1989, Angelus)

"Cuore di Gesù, nostra pace e riconciliazione abbi pietà di noi". Recitando con fede questa bella invocazione delle Litanie del Sacro Cuore, un senso di fiducia e di sicurezza si diffonde nel nostro animo: Gesù è veramente la nostra pace, la nostra suprema riconciliazione.
Gesù è la nostra pace. È noto il significato biblico del termine "pace": esso indica, in sintesi, la somma dei beni che Gesù, il Messia, ha portato agli uomini. Per questo, il dono della pace segna l'inizio della sua missione sulla terra, ne accompagna lo svolgimento, ne costituisce il coronamento. "Pace" cantano gli angeli presso il presepe del neonato "Principe della Pace" (cfr. Lc 2,14, Is 9,5). "Pace" è l'augurio che sgorga dal Cuore di Cristo, commosso dinanzi alla miseria dell'uomo infermo nel corpo (cfr. Lc 8,48) o nello spirito (cfr. Lc 7,50). "Pace" è il saluto luminoso del Risorto ai suoi discepoli (cfr. Lc 24,36; Gv20,19.26),.che egli, al momento di lasciare questa terra, affida all'azione dello Spirito, sorgente di "amore, gioia, pace" (Gal 5,22).
Gesù è, al tempo stesso, la nostra riconciliazione. In seguito al peccato si è prodotta una profonda e misteriosa frattura tra Dio, il Creatore, e l'uomo, sua creatura. Tutta la storia della salvezza altro non è che il resoconto mirabile degli interventi di Dio in favore dell'uomo perché questi, nella libertà e nell'amore, ritorni a lui; perché alla situazione di frattura succeda una situazione di riconciliazione e di amicizia, di comunione e di pace.
Nel Cuore di Cristo, pieno di amore per il Padre e per gli uomini, suoi fratelli, ha avuto luogo la perfetta riconciliazione tra Cielo e terra: "Siamo stati riconciliati con Dio - dice l'Apostolo - per mezzo della morte del Figlio suo (Rm 5, 10)".
Chi vuol fare l'esperienza della riconciliazione e della pace deve accogliere l'invito del Signore e andare da lui (cfr. Mt 11, 2 8). Nel suo Cuore troverà pace e risposo; là, il suo dubbio si muterà in certezza, l'affanno, in quiete; la tristezza, in gioia; il turbamento, in serenità. Là troverà sollievo al dolore, coraggio per superare la paura, generosità per non arrendersi all'avvilimento e per riprendere il cammino della speranza.
In tutto simile al Cuore del Figlio è il Cuore della Madre. Anche la Beata Vergine è per la Chiesa una presenza di pace e di riconciliazione: non è lei che, per mezzo dell'angelo Gabriele, ha ricevuto il più grande messaggio di riconciliazione e di pace, che Dio abbia mai inviato al genere umano? (cfr. Lc 1, 26-38).
Maria ha dato alla luce Colui che è la nostra riconciliazione; Ella stava accanto alla Croce, allorché, nel sangue del Figlio Dio ha riconciliato "a sé tutte le cose" (Col 1, 20); ora, glorificata in cielo, ha - come ricorda una preghiera liturgica - "un cuore pieno di misericordia verso i peccatori, / che volgendo lo sguardo alla sua carità materna / in lei si rifugiano e implorano il perdono" di Dio (cfr. Missale Romanum, Praefatio "de Beata Maria Virgine").
Maria, Regina della Pace, ci ottenga da Cristo il dono messianico della pace e la grazia della riconciliazione, piena e perenne, con Dio e con i fratelli. Per questo la preghiamo.

29. IN CRISTO SI E COMPIUTA IN MODO PERFETTO LA FIGURA DELL'"AGNELLO PASQUALE"
(10 settembre 1989, Angelus)

"Cuore di Gesù, vittima dei peccati, abbi pietà di noi". Questa invocazione delle Litanie ricorda che Gesù, secondo la parola dell'apostolo Paolo, "è stato messo a morte per i nostri peccati" (Rm 4,25); benché, infatti, egli non avesse commesso peccato, "Dio lo ha trattato da peccato in nostro favore" (2 Cor 5,21). Sul Cuore di Cristo gravò, immane, il peso del peccato del mondo.
In Lui si è compiuta in modo perfetto la figura dell'"agnello pasquale", vittima offerta a Dio perché nel segno del suo sangue fossero risparmiati i primogeniti degli Ebrei (cfr. Es 12,21-27). Giustamente, pertanto, Giovanni Battista riconobbe in Lui il vero "Agnello di Dio" (Gv 1, 29): agnello innocente, che aveva preso su di sé il peccato del mondo per immergerlo nelle acque salutarí del Giordano (cfr. Mt 3, 13 -16 ss.); - agnello mite, "condotto al macello, come pecora muta di fronte ai suoi tosatori" (Is 53, 7), perché dal suo divino silenzio fosse confusa la parola superba degli uomini iniqui.
Gesù è vittima volontaria, perché si è offerto "liberamente alla sua passione" (Missale Romanum, Prex Euchar. Il.), quale vittima di espiazione per i peccati degli uomini (cfr. Lv 1, 4; Eb 10, 5-10); che ha consumato nel fuoco del suo amore.
Gesù è vittima eterna. Risorto da morte e glorificato alla destra del Padre, Egli conserva nel suo corpo immortale i segni delle piaghe delle mani e dei piedi forati, dal costato trafitto (cfr. Gv 20,27; Lc 24,39-40) e h presenta al Padre nella sua
incessante preghiera di intercessione in nostro favore (cfr. Eb 7, 25; Rm 8,34). La mirabile Sequenza della Messa di Pasqua, ricordando questo dato della nostra fede, esorta:
"Alla vittima pasquale,si innalzi oggi il sacrificio di lode. L'agnello ha redento il suo gregge.
L'innocente ha riconciliato noi peccatori col Padre" (Sequentia "Victimae Paschali", str. 1).
E il prefazio di tale Solennità proclama:
Cristo è A vero Agnello che ha tolto i peccati del mondo, è lui che morendo ha distrutto la morte,
e risorgendo ha ridato a noi la vita".
Abbiano contemplato il Cuore di Gesù vittima dei nostri peccati; ma prima di tutti e più profondamente di tutti lo contemplò la sua Madre addolorata, della quale la liturgia canta: "Per i peccati del popolo suo / ella vide Gesù nei tormenti / del duro supplizio" (Sequentia "Stabat Mater", str. 7). Nella prossimità della memoria liturgica della Beata Vergine Maria Addolorata, ricordiamo questa presenza intrepida e interceditrice della Madonna sotto la Croce del Calvario, e pensiamo con immensa riconoscenza che, in quel momento, il Cristo morente, vittima dei peccati del mondo, ce l'ha affidata come Madre; "Ecco la tua Madre" (Gv 19,27).
A Maria affidiamo la nostra preghiera, mentre diciamo al Figlio suo Gesù: Cuore di Gesù, vittima dei nostri peccati, accogli la nostra lode, la gratitudine perenne, il pentimento sincero. Abbi pietà di noi, oggi e sempre. Amen.

30. GESÙ CRISTO È L'EPIFANIA DELL'AMORE SALVIFICO DEL PADRE
(17 settembre1989, Angelus)

"Cuore di Gesù, salvezza di coloro che sperano in te, abbi pietà di noi".
Nella Sacra Scrittura ricorre costantemente l'affermazione che il Signore è "un Dio che salva" (cfr. Es 15, 2; Sal 5 1, 16; Sal 79, 9; Is 46,13) e che la salvezza è un dono gratuito del suo amore e della sua misericordia. L'apostolo Paolo, in un testo di alto valore dottrinale, afferma incisivamente: Dio "vuole che tutti gli uomini siano salvati e arrivino alla conoscenza della verità" (1 Tm 2,4; cfr. 4, 10).
Questa volontà salvifica, che si è manifestata in tanti mirabili interventi di Dio nella storia, ha raggiunto il suo culmine in Gesù di Nazareth, Verbo incarnato, Figlio di Dio e Figlio di Maria. In lui, infatti, si è compiuta pienamente la parola rivolta dal Signore al suo "Servo": "Io ti renderò luce nelle nazioni / perché porti la mia salvezza / fino all'estremità della terra" (Is 49, 6; cfr. Lc 2,32).
Gesù è l'epifania dell'amore salvifico del Padre (cfr. Tt 2, 11; 3,4). Quando Simeone prese tra le braccia il bambino Gesù, esclamò: "I miei occhi hanno visto la tua salvezza" (Lc 2,30).
In Gesù, infatti, tutto è in funzione della sua missione di Salvatore: il nome che porta ("Gesù" significa "Dio salva"), le parole che pronunzia, le azioni che compie, i sacramenti che istituisce.
Gesù è pienamente cosciente della missione che il Padre gli ha affidato: "Il Figlio dell'uomo è venuto a cercare e a salvare ciò che era perduto" (Lc 19, 10). Dal suo cuore, cioè dal nucleo
Più intimo del suo essere, sgorga quell'impegno per la salvezza dell'uomo che lo spinge a salire, come mite agnello, il monte Calvario, a stendere le braccia sulla croce e a "dare la propria vita in riscatto per molti" (Mc 10, 45).
Nel cuore di Cristo noi possiamo, dunque, riporre la nostra speranza. Quel Cuore - dice l'invocazione - è salvezza "per coloro che sperano in lui". E Signore stesso che, la vigilia della sua passione, chiese agli apostoli di avere fiducia in lui - "Non sia turbato il vostro cuore. Abbiate fiducia in Dio e abbiate fiducia anche in me" (Gv 14, 1) - oggi chiede a noi di confidare pienamente in lui: ce lo chiede perché ci ama, perché, per la nostra salvezza, ha avuto il Cuore trafitto, le mani e i piedi forati. Chiunque confida in Cristo e crede nella potenza del suo amore, rinnova in sé l'esperienza di Maria di Magdala, quale ce la presenta la liturgia pasquale: "Cristo, mia speranza, è risorto!" (Sequentia "in Dom. Paschae").
Rifugiamoci, dunque, nel Cuore di Gesù! Egli ci offre una parola che non passa (cfr. Mt 24,25), un amore che non viene meno, un'amicizia che non s'incrina, una presenza che non cessa (cfr. íbid. 28,20).
La beata Vergine, "che accolse nel suo cuore immacolato il Verbo di Dio e meritò di concepirlo nel suo grembo verginale" (cfr. Praefatio "ín. Missa vot. B.V.M. Matris Ecclesiae", ci insegni a riporre nel cuore del suo Figlio la nostra totale speranza, nella certezza che questa non sarà delusa.

31. IL CUORE DI GESÙ CRISTO SPERANZA E SICUREZZA PER CHI MUORE IN LUI
(5 novembre 1989, Angelus)

"Cuore di Gesù, speranza di coloro che muoiono in te, abbi pietà di noi".
La morte fa parte della condizione umana, è il momento terminale della fase storica della vita.
Nella concezione cristiana, la morte è un passaggio: dalla luce creata alla luce increata, dalla vita temporale alla vita eterna.
Ora, se il Cuore di Cristo è la sorgente da cui il cristiano attinge luce ed energia per vivere come figlio di Dio, a quale altra sorgente egli si volgerà per attingere la forza di morire in modo coerente con la sua fede? Come "vive in Cristo",così egli non può che "morire in Cristo".
L'ínvocazione litanica riassume l'esperienza cristiana dinanzi all'evento della morte: il Cuore di Cristo, il suo amore e la sua misericordia sono speranza e sicurezza per chi muore in lui.
Ma conviene sostare un momento e interrogarsi: che cosa significa "morire in Cristo"? Significa anzitutto, leggere l'evento straziante e misterioso della morte alla luce dell'insegnamento del Figlio di Dio e vederlo, perciò, come il momento della partenza verso la casa del Padre, là dove Gesù, passando anch'egli attraverso la morte, è andato a preparare un posto per noi (cfr. Gv 14,2); significa cioè credere che, nonostante il disfacimento del nostro corpo, la morte è premessa di vita e di frutto abbondante (cfr. íbid. 12,24).
"Morire in Cristo" significa, inoltre, confidare in Cristo e abbandonarsi totalmente a lui, consegnando nelle sue mani - di fratello, di amico, di buon pastore - il proprio destino, così come egli, morendo, consegnò il suo spirito nelle mani del Padre (cfr. Lc 23,46). Significa chiudere gli occhi alla luce di questo mondo nella pace, nell'amicizia, nella comunione con Gesù, perché nulla, "né morte né vita... potrà mai separarci dall'amore di Dio, in Cristo Gesù, nostro Signore" (Rm 8,38-39). In quell'ora suprema il cristiano sa che, anche se il cuore gli rimprovera delle colpe, il Cuore di Cristo è più grande del suo e può cancellare ogni suo debito, se egli è pentito (cfr. 1 Gv 3,20).
"Morire in Cristo" significa ancora munirsi per quel momento decisivo dei "santi segni" del "passaggio pasquale": il sacramento della Penitenza, che ci riconcilia col Padre e con tutte le creature; il santo Viatico, Pane di vita e farmaco di immortalità; l'Unzione degli infermi, che dà vigore al corpo e allo spirito per il combattimento supremo.
"Morire in Cristo" significa, infine, "morire come Cristo": pregando e perdonando; avendo accanto a sé la beata Vergine. Come madre, Ella fu presso la croce del Figlio (cfr. Gv 19,25) come madre è accanto ai suoi figli morenti, Ella che, con il sacrificio del suo cuore, ha cooperato a generarli alla vita della grazia (cfr. Lumen Gentium, 53); è accanto a loro, presenza compassionevole e materna, perché dal travaglio della morte essi nascano alla vita della gloria.

32. IL CUORE DI CRISTO SORGENTE DELLA VITA DI AMORE DEI SANTI
(17 novembre 1989, Angelus)

Dopo le invocazioni "salvezza di quanti sperano in te", e "speranza di quanti muoiono in te", le Litanie si concludono rivolgendosi al Cuore di Gesù come "gioia di tutti i santi". È già visione di paradiso; è notazione veloce sulla vita del Cielo; è parola breve che dischiude spazi infiniti di beatitudine eterna.
Su questa terra il discepolo di Gesù vive nell'attesa di raggiungere il suo Maestro, nel desiderio di contemplare il suo volto, nell'aspirazione struggente di vivere sempre con lui. Nel Cielo invece, compiuta l'attesa, il discepolo è già entrato nella gioia del suo Signore (cfr. Mt 25,21-23); contempla a volto del Maestro, non più trasfigurato per un solo istante (cfr. Mt 17,2; Mc 9,2; Lc 9,28), ma splendente in eterno del fulgore dell'eterna Luce (cfr. Eb 1, 2); vive con Gesù e della stessa vita di Gesù.
La vita del cielo non è altro che la fruizione perfetta, indefettibile, intensa dell'amore di Dio - Padre, Figlio, Spirito non altro che la rivelazione totale dell'essere intimo di Cristo, e la comunicazione piena alla vita e all'amore, che sgorgano dal suo Cuore. Nel Cielo i beati vedono appagato ogni desiderio, avverata ogni profezia, placata ogni sete di felicità, colmata ogni aspirazione.
Perciò il cuore di Cristo è la sorgente della vita di amore dei santi: in Cristo e per mezzo di Cristo e i beati del Cielo sono amati dal Padre, che li unisce a Sé col vincolo dello Spirito, divino Amore; in Cristo per mezzo di Cristo essi amano il Padre e gli uomini, loro fratelli, con l'amore dello Spirito.
Il Cuore di Cristo è lo spazio vitale dei beati: il luogo dove essi rimangano nell'amore (cfr. Gv 15, 9), traendone gioia perenne e senza limite. La sete infinita di amore, misteriosa sete che Dio ha posto nel cuore umano si placa nel Cuore divino di Cristo.
Lì si manifesta in pienezza d'amore del Redentore verso gli uomini, bisognosi di salvezza; del Maestro verso i discepoli, assetati di verità; dell'Amico che annulla le distanze ed eleva i servi alla condizione di amici, per sempre, in tutto. L'intenso desiderio, che sulla terra si esprimeva nel sospiro: "Vieni, Signore Gesù" (Ap 22,20), ora, nel Cielo, si tramuta in visione faccia a faccia, in possesso tranquillo, in fusione di vita: di Cristo nei beati, dei beati in Cristo!
Elevando verso di essi lo sguardo dell'animo e contemplandoli intorno a Cristo insieme con la loro Regina, la Vergine Santissima, noi ripetiamo con ferma speranza, la lieta invocazione: "Cuore di Gesù, gioia di tutti i santi, abbi pietà di noi! ".
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  "La meravigliosa storia di S. Margherita M. Alacoque"
di Benedetto XV

(Dal: http://www.totustuus.org/SacroCuore.htm#SacroCuore_top)

INDICE

Introduzione: Dove sta l'importanza del documento

Il testo della Bolla di canonizzazione:

   1 - La meravigliosa storia di Margherita
   2 - Finalmente religiosa
   3 - Le grandi rivelazioni
   4 - Il P. La Colombière e la grande rivelazione
   5 - Il testamento a favore di Cristo
   6 - Assistente e maestra delle novizie
   7 - «Il ritiro spirituale» e l'Autobiografia
   8 - «La grande promessa»
   9 - Visitandine e gesuiti
   10 - «È morta la santa delle Sante Marie»
   11- Santa dopo 230 anni

DOVE STA L'IMPORTANZA DEL DOCUMENTO?

«Ci vogliono più formalità per far dichiarare un Santo che per farsi santi », esclamarono ad Annecy i promotori del primo processo di beatificazione, iniziato quasi subito dopo la morte di Suor Margherita Maria Alacoque. Difatti, nonostante la vasta fama di santità che Margherita aveva lasciato e l'entusiasmo dei fautori della causa, le cose andarono tanto per le lunghe che solamente nel 1864, quasi due secoli dopo, si arrivò alla sua beatificazione e dopo 230 anni alla canonizzazione.

Ma le ragioni di questo enorme ritardo non stanno tanto nelle «formalità» del processo, quanto nell'accanita ostilità dei nemici della devozione del S. Cuore: i giansenisti in prima fila e quelle frange di cattolici, che ne sanno sempre una più della Chiesa. Margherita, come era naturale, fu coinvolta nella mischia: Era stata lei, si andava ciarlando, a inventare tutto; e fu fatta passare per donna dal gusto morboso per la sofferenza, squilibrata e isterica.

L'importanza di questo documento sta nel fatto che, iscrivendo sr. Margherita Maria Alacoque nell'albo dei santi, Benedetto XV mette in evidenza tre punti essenziali.

1) Il Papa non solo mette fine alle infondate e allegre calunnie sul suo conto, ma, narrando la sua «meravigliosa storia », esalta la sua personalità e ce la propone come donna equilibrata ed eroica, di cui la Chiesa si può giustamente gloriare.

Vogliamo ricordare che già Pio IX, nel decreto cosiddetto del tuto del 1864 in ordine alla sua beatificazione, così celebrava la sua straordinaria missione nella Chiesa e nel mondo: «Il Redentore del mondo, che, innalzato sulla croce, aveva stabilito di attirare tutto a sé, in modo meraviglioso attirò a sé la venerabile sua serva Margherita M. Alacoque, affinché essa, penetrando fin dentro il suo Cuore, gustasse alla stessa sorgente la dolcezza dell'infinito amore e la spandesse in mezzo agli uomini. Eu così che la venerabile Margherita fece scorrere come un fiume, su tutta la terra, quelle dolcissime acque che aveva attinto dal Costato aperto di Cristo, con l'unico e ardente desiderio di ammirare i cuori degli uomini purificarsi in questo oceano d'acque vive e veder nascere nei loro cuori una sorgente zampillante fino alla vita eterna » (1).

2) Benedetto XV però, insieme alla mirabile Santa celebra anche la grande mistica, di cui accetta in pieno il messaggio: il culto al Cuore di Cristo. Sappiamo tutti quanto il Magistero della Chiesa sia lento e guardingo nel recepire le rivelazioni private, ad approvarle e soprattutto a farle proprie.

Questo di santa Margherita Maria è uno dei rarissimi casi tanto che si può affermare che, se la devozione al Sacro Cuore ha come fondamento la Rivelazione pubblica (Bibbia e Tradizione Apostolica), come ce la presenta oggi la Chiesa, porta l'inconfondibile impronta delle rivelazioni private fatte alla nostra Santa.

3) C'è un punto però del suo messaggio che ha recato e reca ancora grosse difficoltà: la grande promessa. In occasione dei due processi di beatificazione e canonizzazione tutti gli scritti di Sr. Margherita Maria, furono sottoposti a numerosi e minuziosissimi esami, ma uno dei capitoli più scabrosi è sempre stato la retta interpretazione e la dottrina teologica della grande promessa Ma il giudizio dei teologi, prima della canonizzazione, fu tanto unanime e favorevole che Benedetto XV, volendo offrire una solenne e autorevole testimonianza a questa straordinaria promessa del Cuore di Cristo, la fece inserire, in questa bolla di canonizzazione.

Il caso più unico che raro per un documento del Magistero della Chiesa dovrebbe, credo, far seriamente e responsabilmente riflettere più di un pastore d'anime (2).

E ora, prima di passare alla lettura del documento, vorrei segnalare gli accorgimenti redazionali usati per rendere tale lettura meno difficoltosa.

Tanto per cominciare, la traduzione è stata fatta direttamente dal latino (3). Per presentare poi il racconto più riposante, l'ho diviso in capitoli con relativi titoli e sottotitoli. Per una più facile consultazione l'ho distribuito in numeri; l'ho corredato di alcune note che mi sono sembrate indispensabili. Infine, proprio perché la pubblicazione avesse le caratteristiche di una vita della santa, ho saltato l'ultima parte della «Bolla», nella quale si racconta l'iter storico della canonizzazione e si riportano i miracoli esaminati e accettati in tale occasione. Buona lettura.

Luigi Filosomi S.I.

NOTE

(1) Gauthey,Vie et Oeuvres de S. Marguerite M. Alacoque, vol. III, pag. 141.

(2) Per uno studio più approfondito sulle promesse del S. Cuore in genere e sulla grande promessa in particolare, oso ricordare gli articoli pubblicati sul «Messaggio del Cuore di Gesù» negli anni 1985, 1986 e che ho raccolto, riducendoli alquanto, nel libro I primi venerdì del mese (Ed. ADP, Roma 1986, pagg. 144). In questo studio ho cercato di spiegare al grosso pubblico: la giusta interpretazione, la teologia e l'attualità della grande promessa.

(3) Nel Gauthey, o.c., vol. III a pag. 699 ss. è riportato il testo latino e la traduzione francese.

Tratto da BENEDETTO XV,La meravigliosa storia di S. Margherita M. Alacoque, a c. di LUIGI FILOSOMI S.J., Roma: ADP, 1990/3; titolo originale: Bulla Canonizationis Beatae Margaritae Mariae Alacoque, virginis, monialis professa ordinis visitationis B.M.V. (AAS 12 [1920], 486-514).

Il testo si può richiedere presso: SEGRETARIATO NAZIONALE DELL'APOSTOLATO DELLA PREGHIERA, 00186 Roma - Via degli Astalli, 16, Tel. (06) 678.60.65/679.83.86.

(Traduzione italiana)

1. “Cuore di Gesù, nostra pace e riconciliazione, abbi pietà di noi”.

Ci inchiniamo con fede davanti al grande mistero dell’amore del Divin Cuore e vogliamo rendergli onore e gloria. Ave, Gesù, ave Cuore Divino del Figlio dell’uomo, che ha tanto amato gli uomini.

Rendo grazie a Dio perché oggi mi viene dato di visitare la giovane diocesi di Torun e lodare, insieme a voi, il Sacratissimo Cuore del Salvatore. Ringrazio con gioia la Divina Provvidenza per il dono di un nuovo beato, sacerdote e martire Stefan Wincenty Frelichowski, testimone eroico dell’amore di cui è capace un pastore. Saluto cordialmente tutti i presenti a questa funzione del mese di giugno. Saluto in modo particolare il vescovo Andrzej - Pastore della Chiesa di Torun, il vescovo ausiliare Jan, il clero, le persone consacrate e tutto il Popolo di Dio di questa terra. Saluto Torun, città cara al mio cuore e la bella Pomerania sulla Vistola. Sono lieto di essermi potuto recare nella vostra città, resa famosa da Nicolò Copernico. Torun è conosciuta anche grazie agli sforzi intrapresi nel corso della storia a favore della pace. Fu proprio qui che si riuscì per due volte a concludere i trattati di pace, che nella storia ricevettero il nome di Pace di Torun. Anche in questa città ebbe luogo l’incontro dei rappresentanti dei cattolici, dei luterani e dei calvinisti di tutta l’Europa, che ricevette il nome di Colloquium Charitativum, cioè “Colloquio Fraterno”. Un’eloquenza particolare acquistano qui le parole del Salmista: “Per il bene dei miei fratelli e i miei amici io dirò: «Su di te sia pace!». Per la casa del Signore nostro Dio, chiederò per te il bene” (Sal 121 [122], 8-9).

2. “Cuore di Gesù, nostra pace e riconciliazione”.

Ecco il Cuore del Redentore - segno leggibile del suo invincibile amore e fonte inesauribile di una vera pace. In Lui “abita corporalmente tutta la pienezza della divinità” (Col 2,9). La pace portata sulla terra da Cristo, proviene proprio da questa Pienezza e da quest’Amore. E’ dono di un Dio che ama, che ha amato l’uomo nel Cuore dell’unigenito Figlio. “Egli è la nostra pace” (cfr Fil 2,14) - esclama San Paolo. Sì, Gesù è la pace, è la nostra riconciliazione. E’ stato Lui ad annientare l’inimicizia, nata dopo il peccato dell’uomo ed a riconciliare con il Padre tutti gli uomini, mediante la morte in Croce. Sul Golgota il Cuore di Cristo fu trafitto da una lancia in segno di totale dono di sé, di quell'amore oblativo e salvifico con cui egli “ci amò sino alla fine” (cfr Gv 13,1), gettando il fondamento all’amicizia di Dio con gli uomini.

Ecco perché la pace di Cristo è diversa da quella immaginata dal mondo. Nel Cenacolo, prima della sua morte, rivolgendosi agli Apostoli, Cristo disse chiaramente: “Vi lascio la pace, vi do la mia pace. Non come la dà il mondo, io la do a voi” (Gv 14,27). Mentre gli uomini intendevano la pace prima di tutto a livello temporale ed esteriore, Cristo dice che essa scaturisce dall’ordine soprannaturale, è il risultato dell’unione con Dio nell’amore.

La Chiesa vive incessantemente del Vangelo della pace. L’annunzia a tutti i popoli e a tutte le nazioni. Instancabilmente indica le vie della pace e della riconciliazione. Introduce la pace abbattendo le mura di pregiudizi e di ostilità tra gli uomini. Lo fa prima di tutto tramite il Sacramento della Penitenza e della Riconciliazione: portando la grazia della divina misericordia e del perdono, arriva alle radici stesse delle angosce umane, guarisce le coscienze ferite dal peccato, in modo che l’uomo provi conforto interiore e diventi portatore di pace. La Chiesa condivide anche la pace che essa stessa sperimenta ogni giorno nell’Eucaristia. L’Eucaristia è il culmine della nostra pace. In essa si compie il sacrificio della riconciliazione con Dio e con i fratelli, risuona la parola di Dio che annuncia la pace, si eleva senza mai cessare la preghiera: “Agnello di Dio, che togli i peccati del mondo, abbi pietà di noi”. Nell’Eucaristia riceviamo il dono di Cristo stesso, che si offre e diventa la nostra pace. Allora, con una particolare chiarezza sperimentiamo il fatto che tale pace non la può dare il mondo, perché non la conosce (cfr Gv 14,27).

Lodiamo oggi la pace del nostro Signore Gesù Cristo; la pace che egli ha concesso a tutti coloro che si incontrarono con Lui, durante la sua vita terrena. La pace con la quale salutò gioiosamente i discepoli dopo la sua resurrezione.

3. “Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio” (Mt 5, 9).

Così ci dice Cristo nel discorso della montagna. Dal profondo del suo Cuore che ama, esprime il desiderio della nostra felicità. Cristo sa che somma felicità è l’unione con Dio che fa dell’uomo un figlio di Dio. Tra le varie vie che conducono alla pienezza della felicità, egli indica anche quella che passa attraverso l’operare a favore della pace e il condividerla con altri. Gli uomini di pace sono degni del nome di figli di Dio. Gesù chiama felici le persone di questo genere.

“Beati gli operatori di pace”. La dignità di tale qualifica spetta giustamente a Don Stefan Wincenty Frelichowski, elevato oggi alla gloria degli altari. Tutta la sua vita infatti è quasi come uno specchio in cui si riflette lo splendore di quella filosofia di Cristo, secondo la quale la vera felicità raggiunge solo colui che, in unione con Dio, diventa un uomo di pace, che è operatore di pace e porta la pace agli altri. Questo sacerdote di Torun, che svolse il servizio pastorale per meno di otto anni, ha dato una testimonianza leggibile del suo donarsi a Dio e agli uomini. Vivendo di Dio, sin dai primi anni del sacerdozio, con la ricchezza del suo carisma sacerdotale andava ovunque c’era bisogno di portare la grazia della salvezza. Apprendeva i segreti dell’animo umano e adattava i metodi della pastorale alle necessità di ogni uomo che incontrava. Tale capacità egli l’aveva attinta dalla scuola dello scautismo da cui aveva acquisito una particolare sensibilità ai bisogni altrui e costantemente la sviluppava nello spirito della parabola del buon Pastore che cerca le pecore smarrite ed è disposto a dare la propria vita per salvarle (cfr Gv 10,1-21). Come sacerdote sempre aveva la consapevolezza di essere testimone di una grande Causa, e al contempo serviva gli uomini con una profonda umiltà. Grazie alla bontà, alla mitezza e alla pazienza guadagnò molti a Cristo, anche nelle tragiche circostanze della guerra e dell’occupazione.

Nel dramma della guerra egli inscriveva in un certo senso un susseguirsi di capitoli del servizio della pace. Il cosiddetto Forte VII, Stutthof, Grenzdorf, Oranienburgo- Sachsenhausen, infine Dachau, sono le progressive stazioni della sua via dolorosa, sulla quale rimase sempre lo stesso: intrepido nell’adempimento del ministero sacerdotale. Andava con esso specialmente da coloro che ne avevano più grande bisogno, a quanti in massa morivano di tifo, del quale alla fine egli stesso cadde vittima. Donò la sua vita sacerdotale a Dio e agli uomini, portando la pace alle vittime della guerra. Condivideva la pace generosamente con gli altri, perché la sua anima attingeva la forza dalla pace di Cristo. E fu una forza così grande, che perfino la morte da martire non riuscì ad annientarla.

4. Cari Fratelli e Sorelle, senza il rinnovamento interiore e senza l'impegno di sconfiggere il male e il peccato nel cuore, e specialmente senza l’amore, l’uomo non conquisterà la pace interiore. Essa è in grado di sopravvivere soltanto quando è radicata nei valori più alti, quando è basata sulle norme morali ed è aperta a Dio. Non può invece resistere, se è stata elevata sul terreno paludoso dell’indifferenza religiosa e di un arido pragmatismo. La pace interiore nasce nel cuore dell’uomo e nella vita della società dall’ordine morale, dall’ordine etico, dall’osservanza dei comandamenti di Dio.

Condividiamo con altri questa pace di Dio, come lo faceva il beato sacerdote e martire Wincenty Frelichowski. Diventeremo così un germoglio di pace nel mondo, nella società, nell’ambiente in cui viviamo e lavoriamo. Mi rivolgo con quest’appello a tutti senza alcuna eccezione, e in modo particolare a voi, cari sacerdoti. Siate testimoni dell’amore misericordioso di Dio. Annunciate con gioia il Vangelo di Cristo, dispensando il perdono di Dio nel Sacramento della Riconciliazione. Mediante il vostro servizio cercate di avvicinare tutti a Cristo - datore della pace.

Rivolgo queste parole anche a voi, cari genitori, che siete i primi educatori dei vostri figli. Siate per essi l’immagine dell’amore e del perdono divino, cercando con tutte le forze di costruire una famiglia unita e solidale. Famiglia, proprio a te è stata affidata una missione di primaria importanza: devi partecipare alla costruzione della pace, del bene che è indispensabile per lo sviluppo e per il rispetto della vita umana.

Chiedo a voi, educatori, che siete chiamati ad inculcare nella giovane generazione i valori autentici della vita: insegnate ai bambini e ai giovani la tolleranza, la comprensione e il rispetto per ogni uomo; educate le giovani generazioni in un clima di vera pace. E’ loro diritto. E’ vostro dovere.

Voi, giovani, che portate nel cuore grandi aspirazioni, imparate a vivere nella concordia e nel reciproco rispetto, aiutandovi con solidarietà gli uni verso gli altri. Sostenete nei vostri cuori l’aspirazione al bene e il desiderio della pace (cfr Messaggio per la Giornata Mondiale della Pace, 1.01.1997, n° 8).

Le società e le nazioni hanno bisogno di uomini di pace, autentici seminatori della concordia e del rispetto reciproco. Uomini, che colmino i propri cuori con la pace di Cristo e la portino agli altri, la portino nelle case, negli uffici e nelle istituzioni, nei luoghi di lavoro, nel mondo intero. La storia e i nostri giorni dimostrano che il mondo non può dare la pace. Il mondo è spesso impotente. Perciò occorre indicargli Gesù Cristo, che mediante la morte in croce ha lasciato la sua pace agli uomini, garantendo per noi la sua presenza per tutti i secoli (cfr Gv 14,7-31). Quanto sangue innocente è stato versato nel XX° secolo in Europa e in tutto il mondo, perché alcuni sistemi politici e sociali hanno abbandonato i principi di Cristo che garantiscono una giusta pace. Quanto sangue innocente si sta versando davanti ai nostri occhi. I tragici eventi in Kosovo lo hanno dimostrato e lo stanno dimostrando in modo molto doloroso. Siamo testimoni del come la gente invoca e desidera la pace.

Pronuncio queste parole in una terra che nella sua storia sperimentò i tragici effetti della mancanza di pace, divenendo vittima di guerre crudeli e rovinose. Il ricordo della seconda guerra mondiale è sempre vivo, le ferite di quel cataclisma della storia avranno bisogno di molto tempo per essere completamente rimarginate. Che il grido di pace raggiunga da questo luogo tutti nel mondo intero. Voglio ripetere le parole che ho pronunciato quest’anno nel Messaggio Pasquale Urbi et Orbi: “La pace è possibile, la pace è doverosa, la pace è primaria responsabilità di tutti! Possa l’alba del terzo millennio vedere il sorgere d’una nuova era in cui il rispetto per ogni uomo e la fraterna solidarietà tra i popoli sconfiggeranno, con l’aiuto di Dio, la cultura dell’odio, della violenza e della morte”.

5. Accogliamo con grande riconoscenza la testimonianza della vita del beato Wincenty Frelichowski l’eroe dei nostri tempi, sacerdote e uomo di pace, come una chiamata per la nostra generazione. Voglio affidare il dono di questa beatificazione in modo particolare alla Chiesa di Torun, perché custodisca e diffonda la memoria delle grandi opere di Dio, compiutesi nella breve vita di questo sacerdote. Affido questo dono soprattutto ai sacerdoti di questa diocesi e di tutta la Polonia. Don Frelichowski scrisse già all’inizio del suo cammino sacerdotale: “Devo essere un sacerdote secondo il Cuore di Cristo”. Se questa beatificazione è un grande rendimento di grazie a Dio per il suo sacerdozio, è anche una lode di Dio per le meraviglie della sua grazia, che si compiono attraverso le mani di tutti i sacerdoti - anche attraverso le vostre mani. Voglio rivolgermi anche a tutta la famiglia degli scout polacchi, alla quale il neo beato era profondamente legato. Diventi il vostro patrono, maestro di nobiltà d’animo e intercessore di pace e di riconciliazione.

Tra pochi giorni cade il centesimo anniversario della consacrazione dell’umanità al Sacratissimo Cuore di Gesù. Ciò fu fatto in tutte le diocesi per opera del Papa Leone XIII, il quale a questo fine pubblicò l’Enciclica Annum sacrum. Scrisse in essa: “Il Divin Cuore è simbolo e viva immagine dell’infinito amore di Gesù Cristo, che ci sollecita a ricambiarlo a nostra volta con l’amore” (n. 2). Poc’anzi abbiamo rinnovato insieme l’atto di consacrazione al Sacratissimo Cuore di Gesù. In questo modo abbiamo espresso il sommo omaggio, e anche la nostra fede in Cristo - Redentore dell’uomo. Egli è “l’Alfa e l’Omega, il Principio e la Fine” (Ap 21,6), a Lui appartiene questo mondo e il suo destino.

Oggi, mentre adoriamo il suo Sacratissimo Cuore, preghiamo con ardore per la pace. Prima di tutto per la pace nei nostri cuori, ma anche per la pace nelle nostre famiglie, nella nostra nazione e in tutto il mondo.

Cuore di Gesù, nostra pace e riconciliazione, abbi pietà di noi!

A conclusione della cerimonia, il Santo Padre, lasciata Torun, è rientrato in elicottero alla Residenza del Santuario della Madonna di Lichén.